In 87 anni ha diretto 61 film tra i tantissimi lungometraggi di finzione, i documentari e, prima di tutti, le miniserie tv e, alla fine, tutto gira sempre intorno alla melanconia della giovinezza, di cose che potevano essere e della provincia protettiva ma anche matrigna. Pupi Avati torna al cinema dopo aver rifrequentato il genere gotico altro suo pallino con L'orto americano e, dal 30 aprile, sarà nelle sale con Nel tepore del ballo che racconta la storia di un celebre conduttore tv, Gianni Riccio (Massimo Ghini), travolto da uno scandalo finanziario all'apice della carriera. Tra Jesolo e Roma, il film racconta la caduta pubblica e il confronto privato con un passato segnato dalla perdita precoce dei genitori ma anche dal suo primo grande amore sacrificato alla carriera. Ma, attenzione, la vicenda giudiziaria non è il cuore del racconto perché avverte Pupi Avati presentando, con i suoi attori, il film prodotto con il fratello Antonio e Rai Cinema "si tratta di un aspetto che verrà chiarito, a me interessava soprattutto mostrare come quest'uomo tenti di recuperare una situazione difficile e di come, all'improvviso, veda attraverso l'incontro con la sua ex moglie tutto quello che conta di più nella vita".
Ovverosia?
"La vita è mia moglie che da sessant'anni merita il mio rinnamorarsi (che è il titolo di un suo libro dello scorso anno, ndr) e la riconsiderazione per quella che fu l'emozione che provai nel momento che la vidi nel 1960 e passa. Ecco io sono straordinariamente riconoscente alla vita per avermi permesso di fare quello che ho fatto. Poi certo a volte mi sveglio di notte e penso: Mamma mia ho girato pure quella roba lì".
Cos'altro l'ha ispirata per il film?
"Il dolore che prova il protagonista per il passato come quando nella trasmissione tv dice che quel lui da giovane in foto non esiste più. Il dolore è fondamentale nelle nostre vicende umane, perché forma la nostra identità".
Lui trova un nastro in cui sente la voce della mamma che è morta mentre lo partoriva...
"Avrei potuto intitolare il film La scatolina con la voce della mamma. Avevo un compagno di 15 o 16 anni che si diceva portasse nella cartella la musicassetta con la voce della mamma, una cosa che ci faceva un po' ridere e un po' pena ma che ora mi fa commuovere".
Succede anche agli spettatori.
"In quella scatolina c'è tutta la mia vita che qui è raccontata nel modo più semplice, più autentico e meno artefatto possibile".
Ancora una volta la scelta degli attori è sorprendente, da Ghini a Isabella Ferrari, Lina Sastri, Giuliana De Sio ma anche Sebastiano Somma e Pino Quartullo.
"Con mio fratello cerchiamo sempre l'oltraggio al modo consueto di fare casting. Abbiamo scelto attori con cui, tranne rari casi, in 57 anni non abbiamo mai lavorato. Abbiamo avuto totale libertà grazie a Rai Cinema ed è questo uno dei pochi aspetti piacevoli dell'ultima parte rimasta buona del cinema italiano".
Lei è stato spesso critico nei confronti del nostro cinema che ora è pure senza Cannes.
"Il fatto è che esistono oggi tre modi di fare cinema".
Il primo?
"È quello di montare dei prodotti che sono straordinariamente costosi e in molti casi assolutamente non commerciali cioè che non portano a casa nulla".
Un esempio?
"Cito un caso che guardo con ammirazione e sospetto, quello di Luca Guadagnino che fa film che costano delle cifre che sono al di fuori del mondo".
Il secondo modo?
"Chi cerca di rifare un po' il cinema americano, quello più semplice e quello più spettacolare".
E alla fine?
"C'è un terzo filone che fa un cinema di buon senso, con un budget ragionevole che assomiglia al budget del film che stai vedendo. Ecco la distinzione fra i tre mondi è quella del budget che è diventato qualcosa che grava sulle scelte che chiamerò artistiche perché sono buono".
È il vostro cinema?
"Sì, mi
riferisco a un cinema del passato che non aveva il budget come suo fine ma, al contrario, aveva la qualità in sé come obiettivo. Quel cinema lì io però non lo vedo quasi più, e non lo vedo incoraggiato neppure dalle istituzioni".