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"Abitiamo i nostri vestiti come le nostre case"

I due archistar Ludovica Serafini e Roberto Palomba presentano la mostra "Abito" che racconta l'evoluzione della donna nella società

"Abitiamo i nostri vestiti come le nostre case"

Ludovica Serafini e Roberto Palomba (per gli amici Ludo e Jack) sono fondatori e titolari dello Studio Palomba Serafini cui il Ministero degli Esteri e della Cooperazione Internazionale ha affidato la curatela di «Abito», la mostra-evento dell'edizione numero 64 del Salone del Mobile. Felicemente legati da una visione olistica della progettazione i due pensano che tutto sia collegato a ciò che Confucio chiamava «Shen», l'istante trasformatore, ovvero un presente consapevole del passato e proiettato nel futuro.

Cominciamo dal nome: abito come habitat?

(insieme) «La mostra nasce in uno studio di architettura per cui abito è in parte il vestito in cui vive e abita il nostro corpo, ma in parte è l'essere umano che non può vivere e tantomeno abitare in uno spazio vuoto e senza arredi. Per cui abitiamo i vestiti come gli spazi».

Voi non siete esperti di moda, con che criterio avete scelto i vestiti?

(RP) «Abbiamo pensato alla moda come indicatore di un'evoluzione della società che riguarda il ruolo della donna. Secondo noi è il principale gradiente di civiltà che possa esserci al mondo. Una società che non rispetta, non parifica, non valorizza la donna non è una società civile e per diventarlo si deve evolvere. Se lo riesce a fare ha due indicatori che reagiscono in maniera immediata: il design di moda e quello d'interni».

(LS) «Non vogliamo fare né il museo della moda né quello del design. E neanche lanciare un manifesto femminista. Però attraverso il design che conosciamo molto bene e la moda che conosciamo molto meno vorremmo mettere insieme dei valori e dimostrare che in entrambi i campi la creatività viene spesso sintetizzata come un'estetica ma in realtà ha dietro qualcosa di molto più importante. Infatti questa mostra avrà anche un ruolo istituzionale e per due anni girerà il mondo portando la creatività italiana e i suoi valori tanto estetici quanto culturali nelle nostre ambasciate».

Chi ha scelto i vestiti e chi i pezzi di design?

(insieme) «Abbiamo fatto tutto insieme. Ci siamo rivolti a Enrico Quinto e Paolo Tinarelli che collezionano pezzi storici di moda da più di 30 anni. Hanno la più grande collezione italiana e una delle più importanti al mondo di abiti e oggetti da indossare. È un patrimonio gestito in maniera molto semplice ma intelligente: nelle schede trovi una marea di informazioni su cui riflettere».

Potete fare qualche esempio?

(RP) «La donna con il busto può sedersi solo in maniera diretta: non può usare la chaise longue perché non respira. Quindi Frau agli inizi del secolo scorso disegna il divano e le poltrone Chester che hanno lo schienale in posizione eretta. Con Paul Poiret la donna perde il punto vita negli anni 10-19 del secolo scorso e Frau disegna delle sedute più comode e rilassate. Poi c'è la poltrona Sacco fatta da Zanotta nel 1971, l'anno in cui Fiorucci ha disegnato i suoi jeans a zampa d'elefante con il bordo ricamato: sembrano e per me sono oggetti fatti l'uno per l'altro».

(LS) «A me ha fatto molto riflettere il dialogo tra un abito destrutturato che tira fuori tutta la sensualità del corpo femminile e il lavoro di Charlotte Perriand che con Le Corbusier crea un vero e proprio movimento per cui a un certo punto il mobile si destruttura e mentre la struttura esce diventa la parte visibile e pregnante del progetto. Un altro esempio importante è la Superleggera disegnata da Gio Ponti nel 1950. Siamo nel dopoguerra e questa sedia incarna i valori tradizionali portati su un tema di leggerezza e innovazione così come questo vestito di Simonetta Colonna di Cesarò incarna le stesse cose nel linguaggio della moda. Insomma ci sono sempre dei dettagli che fanno sì che questi due mestieri siano specchio della cultura dominante in una certa epoca».

In poche parole l'abito e l'habitat si muovono nella stessa direzione?

(insieme) «Hanno un denominatore comune che è il design. Guardando la giacca di Armani non abbiamo potuto fare a meno di pensare alla celebre libreria Carlton disegnata da Ettore Sottsass per Memphis nello stesso momento storico: gli anni Ottanta. Al di là del gioco tra forme geometriche e simmetria, in entrambi i casi vedi una grande riflessione sul potere. La giacca in qualche modo rappresenta la donna che ha un nuovo potere dietro cui si scherma mentre la libreria rappresenta in modo nuovo e giocoso il potere della cultura e del sapere. Non a caso abbiamo titolato questa foto Potere e Immagine».

Come mai le foto sono dell'architetto Palomba?

(LS) «Jack ha sempre avuto una passione per la fotografia ma con le foto di moda ha un talento davvero notevole».

(RS) «Ecco un'altra cosa che dimostra quanto il design di moda e il nostro siano strettamente collegati.

Quando ho visto l'abito creato da Tom Ford per Gucci ho subito pensato al tavolo creato da Piero Lissoni per Porro, così come davanti ai drappeggi greco-romani del vestito di Donatella Versace Ludovica ha subito detto che era perfetto accanto alla sedia Louis Ghost di Stark. La donna vista come una moderna dea e Luigi XVI che era l'icona reazionaria dell'arredamento trasformato in un fantasma di plastica trasparente».

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