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L'armadio è (stra)pieno ma nulla da indossare? Non è moda, è psicologia

 L'armadio è (stra)pieno  ma nulla da indossare?  Non è moda, è psicologia

L'

armadio è pieno, anzi stracolmo. Eppure persino Saraha Jessika Parker nelle (sotto)vesti di Carrie nel film Sex and the City (nella foto sopra) guarda sgomenta il suo sterminato lussuoso inarrivabile guardaroba e dice «aiuto! non ho niente da mettermi». Figuriamoci, noi... Uno studio della catena di abbigliamento Mark and Spencer ha contato che una donna trascorre 17 minuti al giorno davanti all'armadio provando outfit diversi prima di riuscire a decidersi. Per par condicio pare che anche gli uomini non ne siano immuni, ma la «patologia» ne colpisce solo un terzo. A far due conti in ogni caso l'indecisione davanti allo specchio occupa un tempo immenso: ben 6 mesi della vita delle donne tra i 18 e i 60 anni.

Il paradosso dell'armadio pieno

Dunque siamo in buona, anzi buonissima compagnia. Lo certifica Vestiaire Collective con una ricerca realizzata insieme all'agenzia creativa WRÅD: l'84% degli intervistati dichiara di aver provato almeno una volta la sensazione di «non avere niente da indossare», percentuale che sale al 94% per la Generazione Z. Quasi tutti (il 90%), risolvono questa frustrazione correndo a fare un nuovo acquisto, contribuendo ad alimentare il fenomeno del sovraconsumo. Eppure i numeri raccontano tutt'altra storia. Non ho niente da mettermi non significa carenza, ma il suo opposto, sovrabbondanza. In media possediamo più di cento capi, utilizzandone però solo il 60%, ha contato la ricerca. Che aggiunge: solo il 15% indossa regolarmente la maggior parte dei vestiti che possiede, mentre un quarto degli intervistati ammette di dimenticare spesso alcuni capi, finendo per non indossarli mai. Il risultato? Guardaroba pieni ma look ripetitivi.

Ma, come hanno faticosamente razionalizzato sicuramente ad armadio chiuso, 7 intervistati su 10 il paradosso del non avere «niente da indossare» non dipende da quello che possediamo, ma dall'eterno dilemma: cosa sentiamo

di essere o non essere (più). La sensazione non è così frivola come sembra, scava tra le emozioni e viene a galla «quando gli abiti non riflettono l'identità attuale e sono emotivamente disconnessi da ciò che le persone sono in quel momento», analizzano da Vestiaire Collective. Il concetto è chiaro: i guardaroba non sono vuoti, ma chi li guarda è emotivamente disconnesso. E quelli appesi all'armadio in ordine più o meno illusorio, non sono solo vestiti, ma versioni di sé. Una giacca comprata per un lavoro che non c'è più, i pantaloni di una taglia che non torna, la camicia che mi stava da dio e ora non so cos'abbia ma non va più bene... Il problema è tutto lì. Il guardaroba è come un archivio di identità sospese. E quando si apre al mattino o, peggio, per un'occasione speciale il problema non è scegliere cosa indossare, ma chi essere. E spesso quello che vediamo appeso alle grucce è qualcuno che non siamo o che non vogliamo essere. Ed è lì che si insinua il sovraconsumo, la corsa matta e disperatissima all'acquisto smodato che s'appoggia sulle fragili colonne della vulnerabilità emotiva, trasformando in compere i dubbi su di sé. La ricerca rivela un modello ricorrente: man mano che gli episodi di niente da indossare aumentano, l'attaccamento emotivo al proprio guardaroba personale diminuisce mentre il comportamento di acquisto impulsivo si intensifica. Gli esperti la chiamano «obsolescenza emotiva», ovvero il principale contributo al sovraconsumo. Nel guardaroba si accumulano abiti perfettamente utilizzabili, ma non più corrispondenti alla nostra identità. Nel 90% dei casi, la soluzione è acquistare qualcosa di nuovo, accumulando capi nel proprio guardaroba, ma senza soddisfazione.

Chi sono (e chi non voglio più essere)

Ebbene, una volta fatto l'esame di coscienza che fare? Intanto fare pace con se stessi. La sindrome da armadio vuoto è superpositiva. A dirlo Chiara Salomone, psicologa (è tutor all'università Cattolica di Milano) specializzata in moda e immagine. Su Instagram ha una pagina «modaepsiche» dove (scrive) «osservo la moda come linguaggio psicologico. Penso agli abiti come strumento di benessere».

Quello sgomento davanti a un armadio strapieno mostra nientemeno che la nostra identità in evoluzione. «Io non sono mai la stessa - ci spiega - Non solo. Quando guardo l'armadio costruito sulla base dei trend imposti dalla moda, dentro non ci trovo me stessa ma una sconosciuta». Quindi il pensiero di non avere niente da mettere mostra la necessità «di entrare in contatto con i miei bisogni sganciandosi dai diktat opprimenti della moda che ti dice stai libero in un regime dittatoriale».

Ora più che in passato? «Molto di più. E il perché ci porta a una domanda tutt'altro che frivola. Questa: come si fa ad essere adulti oggi? Un tempo mamme e nonne ti mostravano come vestirsi quando si diventava grandi. Oggi non è più così. Facciamo più fatica a affrontare i vari passaggi della vita, abbiamo più libertà, meno regole, ma il rovescio della medaglia è che non si sa più cosa è giusto e sbagliato, vale tutto e niente. Come si veste quindi dunque una donna a 40 anni? Boh - commenta Salomone - Così ci affidiamo ai reel di Instagram che ci danno i 5 consigli su cosa indossare a primavera. Chi ci ha insegnato a vestirci è stata la mamma, è stato uno dei primi gesti di cura e ora scopriamo di non essere più così tanto capaci di prenderci cura di noi stessi. E cerchiamo la mamma su Instagram». Dunque, come ne usciamo? Ricette non esistono. «Ma la prima cosa da fare è chiedersi come sto e quale pezzo di me voglio mostrare al mondo. Scegliere chi voglio essere. L'armadio che sembra vuoto diventa l'occasione per ascoltarsi. Quindi darsi la possibilità di guardare chi siamo stati e mescolare i nostri pezzi di ieri attaccati alle grucce. Guardare l'armadio come se fossero tanti pezzi di me e raccoglierli attraverso la creatività che da adulti usiamo pochissimo per reinventarsi.

Poi scoprire cosa manca e cosa posso lasciare andare». Insomma nuovi abbinamenti e guardarobe più snello. Nel frattempo, aiuta magari una capsul collection... neutra, anonima q.b. per darsi il tempo di scoprire la nuova sé.

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