«Sono io l’interferenza» risponde Alessandro Michele alla domanda su chi o cosa abbia interferito con la strabiliante collezione intitolata Interferenze 2026 presentata l’altra sera a Roma nell’assoluta magnificenza tardo manierista di Palazzo Barberini.
Ci troviamo in un salone a metà strada tra le due celebri scalinate dell’edificio: lo scalone monumentale quadrato del Bernini a nord e la scalinata elicoidale a pianta ovale del Borromini sul lato sud. In entrambi i casi si tratta di capolavori assoluti dell’architettura barocca, ma la prima è tanto perfetta quanto solenne, mentre nella seconda c’è l’urgenza di sperimentare il nuovo tanto che fu definita per secoli «la scala impossibile». Inevitabile a questo punto pensare che Valentino sia più vicino a Bernini, mentre Michele è come Borromini uno che non può fare a meno di osare. Lo ammette lui stesso dicendo che «L’interferenza è stare al posto di un altro. Io lo faccio a modo mio, ovviamente con tanti errori nascosti da tutte le parti».
Quelli che Alessandro Michele definisce «errori» per noi sono in certi casi licenze poetiche, in altri scelte creative dettate da una continua osservazione del tempo in cui viviamo.
Per esempio quelle meravigliose volute di stoffa che Valentino chiamava “torchon”, nelle mani di Alessandro diventano pura sperimentazione nella meravigliosa giacca da uomo che al posto della martingala ha una specie di elica in tessuto. «Le mie volute non sono mai dritte – dice lui ridendo – mentre il signor Valentino le faceva perfette. Io sono sempre quello un po’ storto perché viviamo in un’era stranamente deformata. A volte riesce bene, altre volte questa deformità è faticosa, però sicuramente non viviamo più nel mondo perfetto in cui voleva vivere lui. Insomma io recupero quello che è necessario perché in fondo tutte quelle pieghe, tutti quei drappeggi sono una forma di preghiera e di sapienza, qualcosa che vola staccandosi dal corpo, incorniciando le schiene oppure attraversano le braccia. Facendolo a modo mio sono quello che disturba questa messa in onda, ovvero l’interferenza».
Inutile cercare una risposta più garbata e puntuale alle continue accuse di fare Alessandro Michele e non Valentino, ma in più ci sono i capi e gli accessori di questa indimenticabile sfilata. Le 30 uscite da uomo sono semplicemente perfette: dal cappotto in grisaglia tagliato a colonna che farebbe sembrare alto e prestante anche uno gnomo grigio dell’alta finanza a quello a vestaglia con un luccicante ricamo dall’ultimo bottone all’orlo.
Le oltre 50 uscite femminili prevedono di tutto, di più: colori strepitosi assemblati con il gusto dell’impossibile (verde e rosso, senape e turchese, glicine e giallo) ma anche i grandi classici di Valentino tipo il bianco e nero. C’è un unico abito rosso riassuntivo di tutte le ossessioni del Maestro: la forma a colonna dorica rastremata sul fondo, il profondo scollo sulla schiena, un fiocco strategico e le cosiddette maniche a jambon, cioè larghe sopra e strette al polso. Il tutto con accessori strepitosi come una bella rivisitazione di scarpe e borse della serie rockstud creata nel 2010 dal magico duo composto da Maria Grazia Chiuri e Pierpaolo Piccioli.
Più piccole e rettangolari, spesso con ricami luccicanti e decori floreali d’ogni tipo le nuove borsine borchiate saranno di sicuro l’oggetto del desiderio del prossimo inverno.
Nel backstage a complimentarsi con il designer romano c’è anche Silvia Venturini Fendi accompagnata dalla figlia Delfina Delettrez che ha appena avuto una seconda coppia di gemelli. Con loro si parla di scuola romana nella moda dettata forse anche dalla bellezza eterna della città.