Arabia Saudita, liberate due donne in carcere per avere guidato un'auto

Il marito di una delle due ha confermato la notizia al Wsj. Il divieto di mettersi al volante è sancito non dalla legge, ma da una consuetudine

Loujain al-Hathloul alla guida di un'auto
Loujain al-Hathloul alla guida di un'auto

Da dicembre Loujain Al Hathloul e Maysaa Al Amoudi erano in carcere in Arabia Saudita, per la sola ragione di essersi messe al volante di un’automobile, in violazione di un obbligo che non è sancito da nessuna legge dello Stato del Golfo, ma che viene lo stesso fatto rispettare per consuetudine.

Le due donne sono stata lasciate andare dopo 72 giorni di detenzione, come confermato su twitter dal legale della Hathloul e al Wall Street Journal dal marito della Amoudi. La seconda, 33enne, era stata fermata quando dagli Emirati Arabi Uniti, dove vive, aveva raggiunto il confine con l’Arabia Saudita. Il giorno prima la 25enne Hatloul aveva compiuto il percorso inverso, cercando di passare il confine tra i due Stati, ed era stata fermata sulla frontiera.

Secondo molti attivisti la Amoudi, che è giornalista di professione, non intendeva sconfinare, ma piuttosto portare alcuni generi di prima necessità all’altra donna, dopo il fermo. Le autorità avevano comunque arrestato entrambe, trasferendole in un carcere nella regione di Al Ahsa.

La scarcerazione delle due donne scongiura il rischio che venissero giudicate da una corte che normalmente si occupa di questioni legate al terrorismo. Per la prima volta un caso simile era finito davanti al tribunale di Ryadh.

Chi si occupa di diritti umani in Arabia Saudita ha denunciato che è anche la prima volta che due donne vengono detenute per un periodo così lungo per essersi messe al volante di un’automobile nella storia del regno, nonostante siano anni che le guidatrici saudite contestano il divieto che viene loro imposto.

In un intervento a TEDGlobal nel 2013, l'attivista Manal al-Sharif ha raccontato di come nel 2011 decise di dare un segnale forte, chiedendo alle donne di mettersi al volante della propria auto, sfidando “una tradizione incardinata in fatwa religiose e imposta alle donne”. Una sfida che costò l'arresto a lei e al fratello.

Poche settimane dopo, le donne che avevano organizzato con lei la campagna iniziarono a ricevere una serie di minacce e avvertimenti, che le mettevano in guardia dai “predatori”, che certamente le avrebbero stuprate se si fossero ostinate a girare in macchina da sole.

Un’opinione che di recente è stata ribadita in un dibattito televisivo da uno storico di idee conservatrici, Saleh al-Saadoon, che ha domandato che ne sarebbe di una donna la cui auto si rompesse nel viaggio tra una città e l’altra in Arabia Saudita, concludendo che l'Europa, l'America e gli altri Paesi arabi evidentemente “non si curano dei possibili stupri sul ciglio della strada”, tra lo sbigottimento delle altre persone presenti nello studio di Rotana Khalijiyya.

Il divieto di guidare per le donne, ha ricordato il gruppo Human Rights Watch, condannando la detenzione di Loujain Al Hathloul e Maysaa Al Amoudi, era già un tema controverso nel 1990, ai tempi della Guerra del Golfo, quando le uniche a potersi mettere al volante erano le soldatesse americane.

Una storia pubblicata a novembre dall’Associated Press sembrava indicare la volontà del Consiglio della Shura di proporre misure meno rigide al defunto re Abdallah, che avrebbero consentito seppure con molti limitazioni alle donne di mettersi al volante. Secondo Al Jazeera, però, alcuni media locali hanno definito senza fondamento la notizia.

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