Coronavirus, una battaglia da vincere: intervista al medico Zhong Nanshan

Nell’affrontare la pandemia la Cina ha agito in maniera rapida, mettendo in campo misure imponenti che le sono valse il plauso dell’Oms. Intervista al noto medico Zhong Nanshan

Quest’anno il capodanno cinese è caduto relativamente presto, il 25 gennaio. E’ il giorno dell’anno in cui i cinesi iniziano a far visita agli amici e ai parenti, a riunirsi in un’atmosfera gioiosa. Lo stesso giorno si è tenuta però anche la riunione del Comitato permanente dell’Ufficio politico del Comitato centrale del Partito comunista cinese. Il segretario generale Xi Jinping ha presieduto la riunione ribadendo nel suo intervento che nella lotta contro quest’epidemia di polmonite virale causata dal nuovo coronavirus “occorre dare priorità alla sicurezza e alla salute del popolo”.

Il giorno dopo il premier cinese e capo del Gruppo dirigente per il controllo e la prevenzione dell’epidemia, Li Keqiang, si è recato a Wuhan, la città capoluogo della provincia dello Hubei, epicentro dell’epidemia. Il primo ministro ha richiesto che fosse garantita in primis la fornitura di risorse mediche e di correre contro il tempo per assicurare a tutti i pazienti di essere visitati. I casi di contagio stanno aumentando e la Cina ha adottato le più rigide misure di prevenzione e controllo, sta combattendo con tutte le sue forze per impedire la diffusione di quest’epidemia, che coinvolge tutti noi.

Zhong Nanshan, accademico dell’Accademia cinese di Ingegneria e celebre esperto di malattie respiratorie, è stato uno dei personaggi di spicco nella lotta contro l’epidemia di SARS scoppiata in Cina nel 2003 ed è anche il capo del Gruppo di ricerche scientifiche sull’attuale epidemia. Il 20 gennaio Zhong Nanshan, riferendo che 14 medici erano stati contagiati dal virus, ha confermato che esso si trasmette da uomo a uomo e questa scoperta è considerata come un punto di svolta nella lotta contro l’epidemia. Lo stesso giorno la Commissione sanitaria nazionale ha pubblicato il comunicato n.1 inserendo la polmonite causata dal nuovo coronavirus (ribattezzato ufficialmente dall’OMS lo scorso 11 febbraio COVID-19) nella lista delle malattie infettive di classe B, come definite nella Legge sulla prevenzione e la cura delle malattie infettive della RPC, e ha chiesto di adottare le misure di prevenzione e controllo solitamente usate per le malattie di classe A.

Perché alla fine di gennaio i casi di contagio accertati hanno iniziato a registrare un forte aumento?

In una settimana i casi di contagio confermati erano passati da 200 a più di 4.000. Ci sono state diverse cause, prima di tutto il virus ha cominciato a trasmettersi da uomo a uomo; in secondo luogo, abbiamo adottato misure attive per individuare al più presto i casi di contagio. Il test è ora piuttosto rapido, ci permette di individuare più velocemente un maggior numero di persone contagiate.

Rispetto alla SARS, in cosa si differenzia l’infezione da nuovo coronavirus? Di recente sono aumentati i casi in cui i pazienti contagiati non presentano inizialmente i sintomi tipici della malattia, ad esempio persone contagiate senza febbre, e ci sono già anche casi di bambini contagiati. È possibile ritenere che il virus sia già mutato e che il suo grado di infettività possa crescere ulteriormente?

La polmonite causata dal nuovo coronavirus presenta due sintomi evidenti: per prima cosa, si riscontra nei malati uno stato febbrile; i pazienti riferiscono inoltre di un generale stato di debolezza e, alcuni di essi hanno tosse secca con poco espettorato. La mutazione di un virus non si manifesta nella diversità dei sintomi. L’elemento chiave per capire se un virus è mutato è l’evidente crescita della sua virulenza. In base a quanto è stato finora possibile appurare, l’infettività del nuovo coronavirus è relativamente forte, ma il tasso di mortalità è pari a circa il 2,7% (3.2% nello Hubei), e i decessi si riscontrano maggiormente in pazienti adulti di mezza età o anziani. Tale percentuale è più alta rispetto alle normali influenze, ma più bassa rispetto alla SARS, all’Ebola e all’aviaria (H7N9).

Si sono già verificati casi di “super untori”?

All’interno del corpo umano il virus è soggetto a un processo di adattamento. Se permetteremo al virus di diffondersi liberamente, crescerà rapidamente dopo essersi adattato all’ambiente del corpo umano e alcuni pazienti estremamente sensibili potrebbero diventare super untori. Di conseguenza, in breve tempo molte persone verrebbero contagiate dal virus, trasmettendolo immediatamente alla terza e alla quarta generazione. Finora è stato appurato che un portatore di virus contagia diverse persone, ma non è ancora successo che queste ultime abbiano diffuso il virus alla successiva generazione. Ritengo che al momento non si possa parlare con certezza di casi di super untori, ma è difficile dire se ce ne saranno in futuro.

A partire dall’8 febbraio si era cominciato a registrare una diminuzione costante dei nuovi casi di contagio accertati. Secondo lei, siamo arrivati a un punto di svolta?

Ancora è presto per dirlo. Secondo me ci vorranno ancora dei giorni. Il numero dei nuovi casi accertati è un importante indicatore. Il fatto che non si registri più un forte aumento è certamente una buona notizia. Ma è ancora presto per parlare di punto di svolta. Teoricamente i nuovi casi accertati non dovrebbero aumentare di molto. Ma, la situazione a Wuhan, dove è esplosa l’epidemia, è diversa da quella degli altri luoghi. Lì gli sforzi sono al momento rivolti principalmente alla conferma delle diagnosi e all’isolamento dei pazienti contagiati; mentre nelle altre città è più importante condurre diagnosi precoci e provvedere ad isolare immediatamente i pazienti che hanno con tratto il virus. La diminuzione dei casi dimostra che queste contromisure funzionano.

Secondo Lei quanto durerà questa epidemia?

Nel 2003 la SARS è durata circa cinque, sei mesi. Credo che il nuovo coronavirus non durerà così a lungo. Poiché, dopo l’inizio della terza ondata di infezioni, sono state adottate a livello nazionale forti misure e abbiamo piena fiducia di riuscire a prevenire un nuovo grave scoppio. Naturalmente, stiamo ancora conducendo in maniera incessante le ricerche scientifiche relative.

Quali progressi hanno ottenuto le misure di prevenzione e controllo a Wuhan? Quali sono i nuovi rischi e come affrontarli?

Attualmente il lavoro fondamentale a Wuhan consiste nel diminuire le infezioni all’interno degli ospedali Sarebbe un fatto molto grave se gli ospedali divenissero i luoghi principali di infezione. Occorre il sostegno di tutto il Paese. Inoltre, c’è urgente bisogno di costruire ospedali come quello di Xiaotangshan nella lotta contro la SARS del 2003, per trattare particolarmente i malatti infettati dal nuovo coronavirus. (A Wuhan, dopo soli dieci giorni da quando è stato progettato, il 3 febbraio è entrato in funzione l’Ospedale Huoshenshan per curare i malati contagiati dal coronavirus, ndr).

Lei è il capo del Gruppo di ricerche scientifiche dell’epidemia. Come procedono le ricerche?

Vanno piuttosto bene. Il compito principale degli ospedali e dei medici è trattare i malati e diminuire il più possibile il numero dei decessi. La ricerca scientifica offre un supporto in questo senso, ma c’è ancora tanto da fare. Ora non possiamo condurre dei rigidi controlli randomizzati come in passato, osserviamo invece alcuni nuovi trattamenti clinici durante le procedure mediche. Stiamo testando alcuni farmaci, ma non siamo ancora venuti a capo dei problemi fin qui riscontrati. Vi sono indizi che lasciano supporre che alcuni di questi farmaci possano essere efficaci, ma servono ulteriori osservazioni.

Una delle questioni che maggiormente interessa la gente è: quando sarà possibile arrivare ad un vaccino contro il nuovo coronavirus?

Ci vuole tempo per sviluppare un vaccino. Ho chiesto ad alcuni esperti e mi hanno detto che, nel migliore dei casi, ci vogliono almeno tre o quattro mesi. In questo momento i tecnici stanno lavorando sugli anticorpi neutralizzanti. Abbiamo accelerato le ricerche e cerchiamo nel contempo di trovare altri metodi più veloci. Ma per produrre un vaccino serve tempo.

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