Ecco a chi conviene (davvero) la transizione green

La transizione verde è soprattutto una questione economica che comporta implicazioni non indifferenti per la società. Ecco chi sarà a guadagnarci e chi a rimetterci

Ecco a chi conviene (davvero) la transizione green

Costruire un futuro sostenibile azzerando le emissioni di anidride carbonica entro il 2050 è l’ambizioso obiettivo del Green Deal europeo. Ma la transizione verde è soprattutto una questione economica, che porta con sé una serie di implicazioni non indifferenti per la società, come hanno dimostrato già in passato le violente rivolte contro gli aumenti del prezzo dell’energia e del carburante: una su tutte, quella dei Gilet Gialli in Francia. Insomma, non si può raggiungere la neutralità climatica sulla pelle delle categorie più fragili. Per questo gli investimenti verdi, un fiume di denaro enorme, che nel 2022 potrebbe arrivare a valere fino a 1.300 miliardi, devono essere convogliati su progetti che possono fare davvero la differenza. A questo proposito le istituzioni europee, nel 2020, hanno sviluppato un criterio per la classificazione delle attività economiche utili all'ambiente. La “tassonomia verde” è un modo per proteggere gli investitori dai rischi del “greenwashing”, evitare la frammentazione del mercato e orientare gli investimenti dove sono “più necessari”. Non solo. Allineandosi alla tassonomia le imprese hanno maggiore possibilità di accedere ai finanziamenti da parte di banche e fondi ad hoc. Il regolamento stabilisce sei obiettivi da perseguire: la mitigazione e l’adattamento ai cambiamenti climatici, l’uso sostenibile delle risorse idriche e marine, la transizione ad una economia circolare, la prevenzione e il controllo dell’inquinamento e la protezione degli ecosistemi e della biodiversità. I “criteri di vaglio tecnico” delle attività economiche che contribuiscono al raggiungimento di questi scopi, invece, vengono specificati negli atti delegati messi a punto dalla Commissione europea.

L’ultimo, e il più discusso, è stato varato lo scorso 2 febbraio. Il dibattito politico e mediatico si è concentrato sull’inclusione del nucleare e del gas tra le fonti energetiche utili alla transizione ecologica. Ma siccome il diavolo si nasconde nei dettagli, è lì che bisogna andare a guardare per scovare quella che sembra essere una vera e propria fregatura per la maggior parte degli Stati membri. Già ad una prima occhiata si capisce che il documento accoglie principalmente le richieste avanzate da Francia e Germania: dallo “sdoganamento” dell’atomo come energia pulita, uno dei cavalli di battaglia del presidente Macron, ai requisiti stringenti sulle centrali a gas, considerate green soltanto se emettono meno di 100 grammi di Co2 per kWh, salvo che per un periodo di transizione da qui al 2030 in cui la soglia viene alzata a 270. All’epoca lo ammise chiaramente anche Pascal Canfin, presidente della commissione Envi, per l’Ambiente, Sanità e Sicurezza alimentare, commentando il risultato del compromesso raggiunto: “Queste soluzioni sono compatibili sia con la posizione della Francia sia con il contratto di coalizione del nuovo governo tedesco”. Ma queste non sono le uniche condizioni che avvantaggiano di fatto Berlino e Parigi. Dicevamo dei dettagli e in particolare dei requisiti tecnici a cui gli investitori dovrebbero fare attenzione. Partiamo dal nucleare. Nel documento viene messo nero su bianco come tra gli impegni richiesti agli Stati membri che ospitano nuove centrali nucleari ci sia quello di fornire un piano per la costruzione di un deposito operativo per i rifiuti ad alta radioattività entro il 2050. Un vincolo che al momento può essere rispettato solo da Francia, Germania, Finlandia, Svezia ed Estonia. Tutti gli altri Stati, compresa l’Italia, non ci riuscirebbero, restando esclusi, di fatto, dal finanziamento di progetti di questo tipo.

Stesso discorso per le centrali elettriche alimentate a gas. Qui i criteri stabiliti dalla Commissione sono otto, di cui due, quelli relativi alla sostituzione delle centrali a carbone, particolarmente problematici. Il primo dispone che la capacità produttiva delle nuove centrali a gas non possa essere superiore del 15 per cento in più di quella degli impianti dismessi. Il secondo riguarda, invece, la questione dell'individuazione della data per l’addio a questo combustibile fossile.

Altri due parametri che non potranno essere rispettati dalla maggior parte degli Stati membri, che si vedrebbero esclusi dalla possibilità di finanziare progetti sul proprio territorio. La Croazia ad esempio, ha in programma la costruzione di tre nuove centrali a gas per una capacità totale di 750 Mw. La capacità totale delle centrali a carbone è di 335 Mw quindi almeno il 49 per cento della nuova capacità di gas sarebbe esclusa dalla Tassonomia perché non verrebbe considerata "di transizione". Stesso discorso per l’Ungheria, che vedrebbe precludersi gli investimenti sul 43 per cento della nuova capacità di gas.

Anche per l’Italia la cifra è considerevole e si aggirerebbe attorno al 38 per cento. In pratica, questa quota non potrà essere destinataria di investimenti green perché "non sostituisce" gli impianti a carbone. A non riuscire a soddisfare la regola del 15 per cento saranno anche Lituania, Estonia, Cipro, Austria e Belgio. Mentre le nuove centrali a gas tedesche saranno finanziabili al 100 per cento.

Un altro paradosso è quello polacco: il governo di Varsavia non ha ancora definito la road map per lo stop a questa fonte di energia inquinante, e quindi, paradossalmente, non potrà contare sugli investimenti rivolti alle centrali a gas nonostante sia tra i Paesi Ue maggiormente dipendenti dal carbone.

Sulla base di queste informazioni alcuni analisti hanno sviluppato anche un grafico per capire dove finiranno per concentrarsi gli investimenti verdi in Europa. Il risultato è sconcertante. Parigi si assicurerebbe la fetta più importante con il 53 per cento di finanziamenti. Tradotto in cifre, si parla di circa 100 miliardi di euro che serviranno, in gran parte, a rimettere a nuovo le vecchie centrali in via di dismissione e a costruirne altre in linea con i nuovi standard green. Segue la Germania con il 23 per cento, mentre agli altri restano solo le briciole. Secondo la stessa stima il 5 per cento andrà in Repubblica Ceca, e soltanto il 3 per cento a Paesi come Italia, Romania, Bulgaria e Svezia. I restanti dovranno accontentarsi del 2, dell'1 o dello 0 per cento. Insomma, nonostante le insistenze del gruppo di esperti della Commissione sulla necessità di un compromesso che andasse incontro alle necessità di tutti gli Stati, il documento finale sembra cucito su misura per le esigenze di Parigi e Berlino. E così l’Europa, anche su una questione cruciale come quella della salvaguardia del pianeta, continua a correre a due velocità.

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