Ecco come funziona il business petrolifero gestito dall’Isis in Siria

Mentre al Qaeda dipendeva dalle donazioni degli sponsor stranieri, il Califfato è riuscito a diventare autosufficiente sul piano economico

Ecco come funziona il business petrolifero gestito dall’Isis in Siria

La Siria ha un territorio è ricco di petrolio e gas naturale tanto che prima del conflitto era uno dei più grandi produttori d’energia del Levante. Con i suoi 130 pozzi di oro nero dislocati nella parte nord-est del Paese e i giacimenti di gas per 284 miliardi di metri cubi, allora le sue esportazioni di greggio erano floride seppur con qualche flessione rispetto agli anni precedenti a causa della crescita della domanda interna. Oltre che all’ampliamento della Arab Gas Pipeline, che porta gas dall’Egitto alla Turchia passando da Giordania, Libano e Siria, il governo di Damasco aveva stretto accordi con Iran e Iraq per la costruzione di gasdotti e oleodotti con origine nell’Azerbaijan, nel Caucaso meridionale, il che avrebbe fatto della Siria il più importante corridoio energetico della regione.

Peccato però che da quando i miliziani dello Stato Islamico si sono impossessati del 70 per cento del territorio siriano, facendo di Raqqa la sua capitale, le cose sono cambiate radicalmente. “L’Isis ha preso il controllo della maggior parte delle infrastrutture petrolifere della Siria” sostiene Yevgeny Satanovski, presidente dell’Istituto di Medio Oriente della Russia, citato da canale Russia 1. Nei documenti ottenuti recentemente e rivelati dal Financial Times il Califfato è diventato il produttore monopolista di un’azienda gestita perfettamente grazie al contributo di ingegneri, esperti e manager provenienti anche dall’Occidente. Secondo il FT la compagnia petrolifera dell’Isis è infatti capace di produrre tra i 34mila e i 40mila barili di greggio ogni giorno venduti all’ingrosso per cifre che vanno dai 20 ai 40 dollari al barile per un reddito percepito di almeno 1,5 milioni di dollari. Mentre al Qaeda, la rete terroristica globale, dipendeva dalle donazioni di sponsor stranieri, l’Isis è riuscito a diventare autosufficiente sul piano economico. Pur non avendo la capacità di esportare, il suo Pil riesce crescere grazie all’enorme mercato interno siro-iracheno.

I maggiori clienti sarebbero proprio i ribelli di Jabbhat Al Nusra che combattono il governo di Damasco principalmente nella parte Ovest, nell’asse che collega Aleppo e Dara. Questo è uno dei tanti motivi che fa di loro un’organizzazione subordinata al Califfato e non dei “ribelli democratici” slegati dal terrorismo internazionale. La maggior parte dei siti petroliferi e delle raffinerie controllate dallo Stato Islamico si trovano in Iraq (Ajil, Allas, Qayyara, ecc.), eppure anche quelle siriane garantiscono un business da centinaia di migliaia di dollari. Le principali strutture si trovano ad al Omar e Al Jabsah, in provincia di Hassakeh. Da quelle parti le aree sono sorvegliate minuziosamente da Amniyat, la polizia segreta e dai miliziani che controllano i camion commerciali che si riforniscono nelle stazioni di pompaggio.

Pertanto, secondo il Financial Times, questa economica dell’oro nero non può durare per sempre. Da un lato i raid dell’aviazioni russa e quelli della Coalizione Internazionale guidata da Washington seguono una strategia volta a colpire questi siti, dall’altro i prezzi al ribasso potrebbero mettere pressione sui ricavi derivanti dal petrolio. Inoltre c’è il problema più grande dell’esaurimento dei vecchi giacimenti siriani legato alle ingenti quantità di carburante utilizzate per le operazioni militari che di conseguenza sottraggono beni da immettere sul mercato. I tempi dei Califfati sono lontani, l’Isis come gli amici-nemici di Al Qaeda, rischiano di fatto a non consolidare l’edificazione di una vera e propria struttura statale e amministrativa di stampo jihadista. Per quanto organizzata siamo di fronte all’ennesima rete terroristica isolata con il resto del mondo e strumentalizzata dalle potenze straniere per i loro interessi.

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