"In Gb niente allarmismo, ma paura per contagi in ospedale"

Francesca, dottoressa italiana che lavora a Londra, ci racconta come la Gran Bretagna sta affrontando l'emergenza coronavirus e dice: "Sono stati sospesi tutti gli interventi chirurgici per paura dei contagi"

"È importante per me essere esplicito: sappiamo che le cose peggioreranno prima di migliorare". Il primo ministro inglese Boris Johnson, che qualche giorno fa è risultato positivo al coronavirus, è stato molto schietto e diretto nel rivolgersi ai suoi concittadini con una lettera in cui esprimeva i suoi timori per l'espandersi dei contagi.

“Se troppe persone si ammalano seriamente contemporaneamente, il servizio sanitario nazionale non sarà in grado di farcela”, ha ammesso il premier conservatore. Per capire meglio la situazione della sanità nel Regno Unito, dove finora ci sono oltre 22mila contagiati e 1408 vittime, abbiamo raccolto la testimonianza di Francesca (nome di fantasia), una giovane dottoressa italiana che da qualche mese lavora al Princess Royal University Hospital, un ospedale di Londra Sud. “Qui da un lato l’organizzazione è massima, ma dall’altro ci sono tante piccole cose che purtroppo sfuggono perché le cose a cui pensare sono tante”, racconta Francesca che ogni giorno opera in prima linea in pronto soccorso.

“Noi ogni giorno lavoriamo su più fronti e siamo esposti a vari rischi, mentre avrebbe più senso assegnare a ognuno di noi un compito”, rivela il medico italiano che, per il momento, ricopre il ruolo di junior doctor. “A me è capitato di lavorare anche in rianimazione, anche se in questo ospedale ho iniziato a lavorare da pochi mesi”, aggiunge precisando, però, di non essere stata mandata allo sbaraglio. “Tutti facciamo tutto dove c’è bisogno, ma non mi sono mai sentita lasciata da sola. Sono sempre stata supportata da un supervisore a cui si devono riferire tutte le scelte diagnostiche, cliniche e investigative”, ha chiarito la dottoressa italiana, visibilmente meravigliata anche dell’umiltà e della disponibilità, dimostrata anche da chi svolge abitualmente altre mansioni, a dedicarsi anima e corpo per superare l’emergenza. “È molto bello vedere tante persone, ortopedici o dermatologi, mettersi in gioco e venire a lavorare al mio stesso livello nei reparti di medicina e medicina d’emergenza”.

Il rischio di contagi in ospedale, però, è molto elevato e, perciò, chi teme di aver contratto il coronavirus deve prima chiamare il numero unico d’emergenza, l’111, descrivere i propri sintomi e, solo dopo, si valuta se il malato deve recarsi in ospedale oppure restare a casa. “La maggior parte delle persone, grazie a Dio, non ha bisogno di venire da noi e, quindi, si cerca sempre di limitare il loro ingresso in ospedale dove, comunque, si viene subito indirizzati nell’area Co-virus” che ormai “copre i ¾ dello spazio del pronto soccorso”. Almeno per il momento Londra non sembra soffrire per la mancanza di mascherine, ventilatori o posti letto, ma in via precauzionale “sono state annullate tutte le operazioni chirurgiche, persino quelle per gli oncologici, perché chiunque entrava in ospedale si beccava il coronavirus”. E, se da un lato il tampone viene fatto solo ai pazienti che sono ammessi in ospedale, dall’altro lato “almeno nella struttura dove lavoro – dice Francesca - viene eseguito a tutto il personale medico e sanitario con sintomi perché dobbiamo essere sicuri che nessuno di noi abbia il coronavirus”.

Nel Regno Unito, da circa una settimana, vige un lockdown totale molto simile a quello italiano e il governo inglese ha preannunciato che, molto presto, potrebbe inasprire le restrizioni. Al momento gli inglesi possono uscire solo per fare attività fisica una volta al giorno e per fare la spesa, ma non sembrano avvertire ancora il reale pericolo del coronavirus. “Non vedo allarmismo o pesantezza, solo molta attenzione a livello psicologico anche in ambito lavorativo”, dice Francesca, stupita dal cospicuo numero di persone che ancora si vedono in giro. “Le strade non sono deserte e i parchi sono aperti, anche se devo dire che gli inglesi, piano piano, stanno aprendo gli occhi”, prosegue la dottoressa italiana, consapevole del fatto che, soprattutto a Londra, molte persone vivono in spazi veramente ristretti e, quindi, inevitabilmente necessitano di prendere una boccata d’aria. Insomma, le precauzioni che gli inglesi stanno prendendo sono ancora contraddittorie. Da un lato rispettano le distanze all’ingresso dei supermercati, ma non tutti hanno i guanti oppure usano la mascherina solo nei luoghi pubblici. “Dentro il supermercato, però, magari, trovi un tavolo con lo scottex e l’igienizzante con cui pulire il carrello della spesa”, dice Francesca.

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