Gino Doné, l'italiano che fece la rivoluzione con Fidel

Gino Doné, partigiano in Italia, è stato poi il solo europeo a partecipare alla rivoluzione di Fidel Castro, ha insegnato a Che Guevara a sparare durante l'addestramento in Messico ed è sopravvissuto allo sbarco del Granma

Gino Doné, l'italiano che fece la rivoluzione con Fidel

''Mi sono sempre sentito attratto dai meno privilegiati, e per questo ho varcato le frontiere''. Pronuncia questa frase un uomo dallo spiccato accento veneto, dagli occhi vivi e dall'eloquio malinconico. E' ritratto, in un documentario del 2006 di Enrico Coletti dal titolo ''Un italiano per Fidel'', mentre alle spalle il mare e la campagna del Veneto gli conferiscono quella parvenza di uomo semplice e fiero del Nord est, cresciuto tra la guerra, la fame e in un'epoca in cui la vita ti cuciva i calli sulle mani ancor prima di venire al mondo. E', forse, anche tutto questo Gino Doné. Ma non solo. Perché l' uomo calmo che fuma il sigaro e contempla l'Adriatico in un video dieci anni fa, è stato invece un protagonista assoluto del secolo breve: partigiano prima, durante la Resistenza in Italia, e poi unico europeo a partecipare alla rivoluzione dei Barbudos contro Fulgencio Batista. E in questi giorni di epopee e lutto, di argomentazioni e confutazioni, ecco che è forse anche doveroso ripercorre la vita di chi, quella storia, ritornata sul proscenio dell'oggi, l'ha fatta in punta di piedi e senza chiederle in cambio un'assoluzione postuma, ma affrontandola, all'epoca, con la convinzione delle proprie idee e fermandosi prima che l'ideologia le fagocitasse.

Gino Doné nasce nel 1924 a Monastier di Treviso e neanche ventenne conosce la guerra. E' di stanza in Istria quando l'8 settembre del '43 viene firmato l'armistizio. Non ha dubbi. Torna nel Veneto e qua si unisce alla Resistenza. Due anni di guerriglia nel basso Piave al fianco delle truppe angloamericane. Poi il conflitto finisce, ma nel '46 a Gino Doné arriva la lettera dell'esercito italiano che lo chiama per il servizio di leva. Si presenta alla caserma di Modena perché, come racconta lui stesso, ''non avevo altra scelta'', ma una volta lì, ''ero talmente indignato che ho lanciato zaino e divisa e me ne sono andato''. Dopo due mesi però i carabinieri lo arrestano, viene processato e condannato per diserzione e quindi riportato in caserma dove svolge per due anni il servizio militare. E' al termine di questo periodo che decide di lasciare l'Italia. Prima va in Francia, è tentato dal mito della Legione Straniera, poi cambia idea e ripiega verso il Belgio e la Germania dove trova lavoro come minatore. Sogna però il mare, una nuova vita al di là dell'Oceano, ricominciare da zero e così si dirige ad Amburgo.

Non ha passaporto, ma determinazione e temerarietà e al porto tedesco scopre che una nave, la Sibilla, partirà di notte in direzione dei Caraibi. Non ha nemmeno dubbi sul da farsi, e così sale a bordo e si nasconde tra le gomene. Per tre giorni rimane nascosto senza bere e mangiare, poi però, stretto dai morsi della sete e della fame, si presenta nella cabina di comando e si identifica, lapidario, fermo e con una sincerità d'altri tempi: ''Buongiorno, sono Gino Doné, e sono un clandestino''. Non si può invertire la rotta e così il destino, per l'ennesima volta rimescola le carte della vita di Donè che riesce a sbarcare a Cuba, ma ancora ignora ciò che lo attenderà da lì a pochi anni.

E' un mondo strano, la Cuba di quegli anni. E' irrequieta ''la isla'', un cambiamento è prossimo ad avvenire e l'ex partigiano italiano ne sarà coinvolto, ma ancora non lo sa. Appena arrivato a l'Avana, Donè trova lavoro, e nella capitale alloggia vicino all'Ateneo dell'Alma Mater ed è così che incomincia a frequentare gli studenti e gli ambienti universitari. Intanto, però, arriva il 1952, Fulgencio Batista prende il potere con un colpo di stato e ad opporsi a lui e a salire sulle barricate per difendere la costituzione del '40 ci sono proprio quegli stessi studenti universitari ai quali Gino raccontava dell'Italia e della guerra in Europa seduto sulle scalinate dell'Università in notti caraibiche innaffiate dal rum e dalla speranza di una vita nuova. Ma la storia non dà tregua all'italiano, che vede giorno dopo giorno, gli studenti con cui aveva stretto amicizia, iniziare ad essere perseguitati, incarcerati e poi anche uccisi. ''Io che avevo ancora la febbre addosso per quel che avevo fatto prima, avrei voluto essere uno fra loro, ma non potevo espormi in quel momento. Sarebbe successo più tardi''.

''Il più tardi'', era lì da arrivare, intanto Gino Doné continua a lavorare nell'Isola che non smette di riservargli sorprese. E' proprio durante una trasferta di lavoro che conosce uno scrittore col quale inizia a parlare dell'Italia e di Venezia e che seduto ai tavoli di un bar, dissanguando bottiglie di rum, gli confida che si trova a Cuba per scrivere un libro, e questo libro un giorno prenderà vita col nome de ''Il Vecchio e il mare'', autore: Ernest Hemingway.

Colpo di stato e repressione, letteratura e amore. E' così che avanza la vita dell'immigrato italiano che nei Caraibi incontra anche la sua prima moglie. Si sposa infatti con Norma Turino Guerra, militante nel Partido Ortodosso Cubano, il cui dirigente era un giovane avvocato di bell'aspetto, coi baffi precisi e i capelli neri e mossi, che indossava camicie bianche e che di nome faceva Fidel Castro Ruz. E' in quel periodo che avviene l'evento che porterà le strade di Castro e Donè a incrociarsi. Il 26 luglio del 1953 il futuro leader maximo dà vita a un'azione eclatante. Con un manipolo di ribelli assalta la caserma Moncada a Santiago di Cuba. L'attacco fallisce, gli insorti vengono in gran parte uccisi e torturati e anche Fidel e suo fratello Raul vengono arrestati, per poi essere rilasciati solo grazie a pressioni internazionali, e una volta fuori dal carcere si trasferiscono in Messico.

Durante l'esilio Castro conia il grido ''Patria o muerte'', e decide di dar vita a una guerra di guerriglia per abbattere il regime. Nel costruire la sua formazione guerrigliera Fidel cerca basi logistiche, soldi, armi e sopratutto uomini. E viene quindi a sapere, da alcuni militanti in clandestinità, che la companera Norma ha sposato un italiano il quale ha combattuto nella seconda guerra mondiale e che ha fatto il partigiano in Italia. Fidel non ha esitazioni, queste informazioni per lui sono sufficienti e invia un telegramma a una delle cellule clandestine con scritto: ''Mandame el italiano!''.

La storia di Doné non concede tregua, non fa prendere il fiato è un turbine di avventura, una necessità ontologica del fare e dell' essere presenti e così, dopo essere stato soldato dell'esercito italiano e poi partigiano, aspirante legionario e minatore in Germania, clandestino su un cargo salpato da Amburgo ecco che ''El italiano'', vola in Messico incontra Fidel, consegna dei soldi e diviene a tutti gli effetti un rivoluzionario della causa cubana.

Doné inizia a far la spola tra Cuba e Città del Messico, porta denaro e missive e quando è nella capitale messicana partecipa agli addestramenti e alle esercitazioni di tiro. Avendo avuto un'esperienza diretta in prima linea è lui a insegnare come sparare, come impugnare le armi, prendere la mira e a dare nozioni sugli esplosivi. Fraternizza con un altro straniero presente, uno dei pochi non cubani che fanno parte del Movimetno 26 luglio. E' un dottore, viene dall'argentina, ha un intercalare bizzarro ''che'', e si chiama Ernesto Guevara de la Serna. ''Con Ernesto, siccome ero italiano, abbiamo fraternizzato. Ci vedevamo ogni giorno e lui era il più curioso di tutti e voleva sapere un milione di cose: dell'Italia, della riforma agraria, di come fare una trincea, di come uccidere, tutto voleva sapere. Mai mi sarei immaginato che sarebbe diventato ''El Che'', lui era per me all'epoca ''l'hermano Ernesto''.'' I mesi passano, prosegue la preparazione, Doné compie un ultimo viaggio dal Messico a Cuba e da Cuba al Messico portando con sè molti soldi impiegati poi per comprare uno yacht, il Granma: il momento di passare all'azione era arrivato.

Il 25 novembre 1956, dal porte di Tuxpan 82 uomini, pronti a fare la rivoluzione contro Batista salpano a bordo della piccola imbarcazione diretti verso l'oriente cubano ai piedi della Sierra Maestra. Gino è tra gli ultimi a salire a bordo, è il più anziano e ha il grado di tenente nel plotone comandato da Raul Castro, l'attuale capo di governo cubano. La traversata è terribile, tutti soffrono mal di mare e Doné ricorda così la traversata del Granma: '' Non pensavamo alla morte, e non avevo paura, io in quel momento stavo rivivendo la Resistenza''. Il 2 dicembre i rivoluzionari sbarcano a Cuba. Non nel posto prefissato, ma in una palude di mangrovie, e subito dopo aver messo piede a terra i ribelli vengono attaccati. Degli 82 uomini dello sbarco si salvano solo in 12, tra questi anche Gino Donè.

''El Italiano'' poi lascia la Sierra Maestra e arriva a Santa Clara dove incontra la futura moglie del Che, Aleida March. E con lei, e altri guerriglieri che avevano il compito di fare azioni nelle città dell'isola, programma un attacco contro il comando generale dell'esercito di Batista. Cosa è successo quella notte Gino Doné lo ha raccontato solo pochi anni prima di morire, al posto suo l'ha fatto però la rivoluzionaria Aleida March, che nel suo libro biografico ha scritto: ''il partigiano, al momento di lanciare le bombe, vide che la caserma era affollata di bambini che festeggiavano il Natale e a quel punto si bloccò dicendo che: '' la rivoluzione si fa contro l'esercito e non contro il popolo''.

Doné è ricercato dalla polizia, a Trinidad non può andare, prova a tornare nella Sierra Maestra, ma non è possibile, l'esercito è ovunque e allora decide di lasciare il Paese. Prima va in Messico, poi negli Stati Uniti e intanto la rivoluzione vince, il primo gennaio del 1959 i baschi e i berretti verde olivo entrano all'Avana e sfilano sul Malecon e si chiude così la storia della rivoluzione e dell' Isla Rebelde, e anche quella del barbudo che parlava in veneto.

Si aprirà poi un'altra storia, e anche la vita di Gino Doné prenderà un'altra piega. C'è chi dice che abbia supportato ancora il governo di Castro dagli USA, ma queste sono ipotesi, quello che è certo è che il 27 marzo del 2008, al funerale dell'ex partigiano e guerrigliero Gino Donè, a Spinea, c'erano quattro corone di rose rosse: una da parte di Fidel Castro Ruz, una da Raul Castro Ruz, una dall'Ambasciata di Cuba e una dai superstiti del Granma. In memoria di quei tempi in cui Cuba era da liberare, in cui ai dogmi venivano ancora anteposte le utopie e l'incoscienza infiammava i cuori di 78 cubani, di un messicano, di un dominicano, di un argentino e pure di un italiano.

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