"Impossibile uscire, i russi vogliono ammazzarci": l'incubo dentro Azovstal

Il vice comandante dell'ultimo battaglione rimasto all'interno dell'acciaieria Azovstal racconta i giorni drammatici di una resistenza che non finisce mai e della morte a cui si può andare incontro da un momento all'altro

"Impossibile uscire, i russi vogliono ammazzarci": l'incubo dentro Azovstal

Altro che tregua, nell'acciaieria di Azovstal si combatte peggio di prima. Se il consigliere del sindaco di Mariupol, Petro Andryushchenko, ha appena fatto sapere che Mosca ha mentito dicendo che i militari ucraini avrebbero alzato bandiera bianca e che le truppe russe continuano a bloccare tutte le uscite del bunker, una voce da sottoterra piena di umanità e tragedia arriva da Ilya Samoilenko, 27 anni, comandante in seconda degli ultimi combattenti rimasti, collegato miracolosamente tramite la piattaforma Zoom anche a decine di metri in profondità dove cerca di difendersi dai russi ma ben consapevole che la morte potrebbe arrivare da un momento all'altro. Laggiù resistono ancora circa mille uomini ma "il tempo non scorre più, la pressione del nemico aumenta" con tutti i mezzi possibili a disposizione.

"Vogliono ucciderci"

I combattimenti non trovano sosta da settimana, chiunque sarebbe provato ma loro sono stoici, il desiderio di vivere fa trovare risorse impensabili. "E queste ondate ci sfibrano. Noi abbiamo fama di essere il miglior battaglione del Donbass, ma in questo caso siamo in affanno. È un ritmo infernale, non riusciamo più a sostenerlo, né a riprendere forza tra un attacco e l’altro", racconta Ilya a Repubblica. I russi potrebbero farli morire per la mancanza di viveri ma non hanno questa intenzione. "Loro vogliono ammazzarci. Tutti. Uno per uno. Abbiamo avuto casi di compagni catturati. Li hanno giustiziati, in barba alle regole di guerra", racconta, con particolari macabri. Le munizioni, poi, iniziano a scarseggiare: "ne abbiamo per resistere una settimana, forse due, poi basta". La stessa cosa vale per cibo e acqua. "Nessuno, nemmeno noi, prevedeva che i combattimenti sarebbero durati cosí a lungo".

L'idea per rifornire Azovstal

Per far in modo che possano resistere e sopravvivere, gli Stati Uniti vorrebbero inviare dei droni pieni di rifornimenti. Il comandante, però, smorza da facili entusiasmi affermando che non è un'idea che potrà funzionare: sarebbero subito abbattuti e qualora riuscissero ad arrivare in zona, la zona di lancio più vicina si trova a 150 chilometri. Una soluzione impossibile. Una delle forze residue che consente ai combattenti di andare avanti è perchè "la resistenza li manda fuori di testa - afferma Ilya - Siamo il sassolino nella scarpa di Putin".

"Ciò che conta è l'Ucraina"

Ogni giorno di vita guadagnato è un giorno in più di sconfitta russa e resistenza ucraina: significa anche questo la sopravvivenza dei mille uomini a 30 metri di profondità. Con lucidità spietata, il comandante Ilya spiega che "le nostre singole vite non contano nulla. Ciò che conta è l’Ucraina. È per questo che dobbiamo tener duro". Anche con questa motivazione, forte tanto quanto la vita, riescono a resistere da settimane. "Stiamo svolgendo un compito storico". E poi, la testardaggine di uomini abituati comunque a combattere si evince anche dalla domanda del giornalista che chiede al comandante perché non fanno in modo di farsi salvare. "Non se parla nemmeno. Anche se esistesse questa possibilità, preferiamo morire piuttosto che subire l’umiliazione di una resa. La parola resa non esiste, nel nostro dizionario". Niente da fare, meglio morire che rarsi umiliare dai russi.

Qual è la buona notizia

In questo mare di distruzione, morte e pessimismo, l'unica buona notizia è la mancanza di civili attorno all'accieria, ripetuto più volte. "Abbiamo evacuato i civili. Ora è tutto più semplice. Le operazioni militari non mettono più in pericolo degli innocenti. Abbiamo le mani libere, siamo liberi di usarle per combattere". Anche per questo motivo, nonostante le forze siano al capolinea, il morale dei soldati rimane alto. L'ennesimo pensiero, però, smorza gli entusiasmi: i feriti non guariscono e non possono essere visitati perché il materiale medico a disposizione scarseggia ed è un semplice Primo soccorso. I casi gravi non possono essere curati adeguatamente come accadrebbe in un'altra struttura.

Infine, i morti: non c'è possibilità di seppellirli, per ora, e adesso ne conservano i corpi all'interno di una cella frigorifera che non funziona più perchè i russi l'hanno distrutta. "Da quel momento viviamo circondati dai morti. Sono nostri compagni. E speriamo che un giorno qualcuno, dopo di noi, si prenda cura di loro", conclude, con un volto commosso e con le lacrime che, anche se a distanza e tramite uno schermo, si nota come se fosse esattamente di fronte all'interlocutore. Questo è un tragico, ma vero, spaccato di vita di Azovstal dove si combatte contro due nemici: i russi e il tempo.

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