Parla l'ambasciatore dell'Azerbaijan in Italia: "Così finiranno le ostilità"

Al Giornale.it l'ambasciatore dell'Azerbaijan in Italia, Mammad Ahmadzada, ha parlato della posizione del suo governo negli scontri in corso nel Nagorno Karabakh e dei rapporti attuali tra Baku e Roma

Parla l'ambasciatore dell'Azerbaijan in Italia: "Così finiranno le ostilità"

Quando ha iniziato a rappresentare l'Azerbaijan in Italia la questione relativa al Nagorno Karabakh era tornata nuovamente centrale: in quei mesi del 2016 infatti, tra l'esercito armeno e quello azerbaigiano si registravano scontri intensi lungo la linea del tormentato fronte che da più di un quarto di secolo tiene con il fiato sospeso l'intero Caucaso. Dal suo studio della rappresentanza diplomatica di Baku a Roma, l'ambasciatore Mammad Ahmadzada sta seguendo in queste ore le vicende legate alle nuove violenze registrate a partire dalla giornata di domenica. Per lui, come per i suoi collaboratori, sono momenti frenetici ma, tra un impegno e una telefonata dall'Azerbaijan, ha deciso di commentare quanto sta accadendo in questa intervista esclusiva per IlGiornale.it.

Signor ambasciatore, gli scontri nel Nagorno Karabakh vanno avanti già da diversi giorni: per prima cosa, qual è il suo personale stato d'animo e come sta vivendo umanamente questa vicenda?

Innanzitutto vorrei precisare che il teatro degli scontri non è solo la regione azerbaigiana del Nagorno Karabakh, ma anche i sette distretti adiacenti dell’Azerbaigian, entrambi sotto l’occupazione militare da parte dell’Armenia da circa 30 anni e in cui sono collocate le forze militari di occupazione dell’Armenia. Questo è un conflitto tra l’Armenia e l’Azerbaigian, uniche due parti del conflitto, ed è inaccettabile il tentativo dell’Armenia di presentarlo diversamente. I principali bersagli sono gli insediamenti e i civili dell’Azerbaigian vicini alla linea del fronte, i quali vengono bombardati con artiglieria pesante da parte delle forze armate dell’Armenia, sia dai territori occupati, che dal territorio dell’Armenia stessa. Da molti anni il mio paese subisce una grande ingustizia, l’occupazione del 20% dei nostri territori; il ricordo del genocidio di Khojaly e l’esistenza di oltre un milione di rifugiati e profughi azerbaigiani, non mi permette mai di respirare facilmente, come per tutti i cittadini dell'Azerbaigian. Questo conflitto è una ferita aperta nel cuore del popolo azerbaigiano, una ferita che potrà guarire solo quando torneremo nei nostri territori. Il nostro cuore batte con il Karabakh, è una questione nazionale morale per l’Azerbaigian. Mi sono molto commosso nel vedere le immagini della nostra bandiera, simbolo della nostra identità nazionale, sventolare in quelle aree, liberate dall’occupazione da parte dei nostri coraggiosi soldati, in questi giorni. Non vedo l'ora che arrivi il giorno in cui la nostra bandiera sventolerà anche nella città di Shusha, perla dell'Azerbaigian e centro di importante valore morale per il nostro popolo. I soldati dell’Azerbaigian sono determinati a riconquistare finalmente i nostri territori occupati. Non è lo stesso per i soldati armeni, che stanno comprendendo che è giunto il momento di abbandonare i territori che non gli appartengono. Regna nella parte armena un’atmosfera di angoscia, dovuta all’ormai vicina resa dei conti, da cui si è scatenata la campagna di falsità contro l’Azerbaigian, alla quale assistiamo in questi giorni.

Come si è arrivati alla spirale di violenza di queste ore?

L’Azerbaigian, nonostante l’occupazione dei suoi territori, ha cercato di risolvere pacificamente il conflitto, impegnandosi nei negoziati, nel quadro del Gruppo di Minsk dell’OSCE. I negoziati, che si svolgono da circa 30 anni, non hanno portato nessun risultato, poiché l’Armenia, in questi anni, ha sempre cercato di sabotarli, al fine di prolungare il processo e perpetuare lo status quo. La nuova dittatura rivoluzionaria dell’Armenia nella persona del suo leader Nikol Pashinyan, rispetto alla precedente giunta militare-criminale, ha complicato ancora di più il processo. Pashinyan, sullo sfondo della crescente insoddisfazione del popolo per la sua incapacità nel mantenere le promesse di miracoli e anche per i metodi dittatoriali nel liquidare gli avversari e soffocare la voce alternativa e la società civile, al fine di distogliere l’attenzione della popolazione dai problemi interni, ha cercato di incitare l’azerbaigianofobia nel paese, radicalizzando la sua posizione sulla questione del Nagorno-Karabakh. Pashinyan, con le sue azioni irresponsabili e dichiarazioni provocatorie, tra cui tentare di cambiare il formato dei negoziati per coinvolgere il regime fantoccio illegale creato nei territori occupati e anche dichiarando che “Il Nagorno Karabakh è Armenia. Punto”, ha danneggiato il processo di pace. Poi, a portare alla spirale attuale, ci sono stati l’“inaugurazione” del così detto leader del regime fantoccio nella città di Shusha, le dichiarazioni del ministro di difesa armeno “una nuova guerra per nuovi territori”, l’avventura militare dello scorso luglio nel distretto azerbaigiano di Tovuz, territorio attraversato dalla strategica infrastruttura per il trasporto di idrocarburi dall’Azerbaigian ai mercati europei, in particolare l’Italia, corsi di addestramento al combattimento e al tiro con la partecipazione della moglie del primo ministro e i recenti reinsediamenti illegali degli armeni dal Libano. Questa rappresenta solo una parte dei numerosi trucchi di Pashinyan, volti a colpire il processo di negoziazione, rendendolo privo di significato. Il nuovo dittatore armeno, con le sue assurde sette precondizioni, ha dato motivo di affermare che l’Armenia si era ritirata dai colloqui.

Inoltre, negli ultimi mesi, l’Armenia ha aumentato in modo significativo l’importazione di armi e attrezzature militari e ha continuato ad espandere intensamente il proprio sistema di attacchi aerei. Ultimamente, si è annunciato un piano per creare una milizia a livello nazionale composta da 100 mila “volontari” e si è osservato il concentramento delle forze militari dell’Armenia vicino alla linea di contatto nei territori occupati e al confine di stato tra i due paesi. Tutto ciò, perché l’Armenia si stava preparando ad una nuova Guerra, esplosa la mattina del 27 settembre, quando le forze armate dell’Armenia hanno sottoposto gli insediamenti e le posizioni militari dell’Azerbaigian a bombardamenti da più direzioni, utilizzando armi di grosso calibro, mortai e installazioni di artiglieria di vario calibro. Le forze armate dell'Azerbaigian hanno dovuto attuare misure di controffensiva e ritorsione nel quadro del diritto all'autodifesa e nel pieno rispetto del diritto internazionale umanitario, al fine di prevenire ulteriori aggressioni militari dell’Armenia e garantire la sicurezza della popolazione civile, che vive vicino alla linea di contatto.

Bisogna evidenziare che a seguito del bombardamento da parte delle Forze Armate dell’Armenia, sono stati uccisi 19 civili, compresi due bambini, e sono stati feriti 55 civili. Strutture private e pubbliche sono state danneggiate.

Anche nel 2016 si erano registrate tensioni lungo tutta la linea del fronte, poi in quell'occasione si è arrivati a un cessate il fuoco. Oggi invece la situazione appare più complicata e si rischia una vera escalation: qual è la differenza tra quanto sta accadendo in queste ore e quanto accaduto quattro anni fa?

In entrambi i casi il teatro degli scontri sono i territori dell’Azerbaigian. In entrambi i casi le forze armate dell'Azerbaigian combattono sul territorio sovrano e dentro i confini riconosciuti a livello internazionale della Repubblica dell’Azerbaigian, al fine di garantire la sicurezza della popolazione civile, che vive vicino alla linea di contatto, e per proteggere e difendere l'integrità territoriale del nostro paese. In entrambi i casi la parte dell’Armenia, incapace di combattere, utilizza vari metodi e azioni insidiose, tra cui attaccare le aree residenziali, promuovere falsità e coinvolgere le terze parti nel conflitto. Questa volta, come l'altra, l'Armenia crea un'immagine deplorevole di se stessa, fingendo di essere un paese pacifico e implorando vari paesi di parlare con l'Azerbaigian per ottenere la cessazione delle ostilità. Ma, il vero obiettivo dell'Armenia è ottenere il mantenimento delle terre dell’Azerbaigian sotto l’occupazione e perpetuare lo status quo. Questa volta, la comunità internazionale non deve credere ai falsi appelli alla pace dell'Armenia e deve chiedere a Erevan che ritiri le sue forze di occupazione dal territorio dell’Azerbaigian. Perché la risoluzione del conflitto è possibile solo dopo il ritiro delle forze armate dell’Armenia dai territori dell'Azerbaigian. Se dobbiamo evidenziare una differenza con il 2016, va ricercata nel fatto che questa volta la geografia degli scontri è molto più ampia di quella del 2016, dato che gli attacchi da parte dell’avversario provengono da numerose direzioni, quindi anche le misure di controffensiva da parte dell’esercito dell’Azerbaigian rispondono in modo adeguato, ed è notizia di questi giorni il continuo avanzamento dell’esercito azerbaigiano nella liberazione dei suoi territori.

Cosa si aspetta il suo governo dalla comunità internazionale?

Il mio governo si aspetta che la comunità internazionale stia dalla parte della giustizia, richiedendo all’Armenia il ritiro immediato, completo e incondizionato delle sue forze di occupazione dai territori occupati dell’Azerbaigain, in corrispondenza a quanto richiesto anche dalle quattro risoluzioni del Consiglio di Sicurezza dell’ONU. Limitarsi a invitare le parti alla fine delle ostilità, senza richiedere all’Armenia di ritirare le sue forze militari, favorisce l’Armenia a mantenere i territori sotto la sua occupazione. Il comportamento dell’Armenia, seguito alla fine delle ostilità, nell’aprile del 2016, dà motivo di dire che questa volta la comunità internazionale non deve credere alle false promesse di questo paese e deve chiedere all’Armenia di liberare i territori. Come ha evidenziato il Presidente Ilham Aliyev, adesso è il momento della verità, per far capire da che parte si sta, dalla parte della verità o della falsità.

Tra i vostri alleati più vicini vi è senza dubbio la Turchia, la quale ha più volte espresso il supporto al vostro governo anche per le affinità culturali che accomunano i vostri Paesi. C'è però chi sostiene che Ankara stia inviando, tra gli altri, miliziani reduci dalle battaglie di Idlib a vostro supporto: possono sorgere preoccupazioni da queste indiscrezioni?

Questi giorni circolano molte fake news sulla stampa, che non sono altro che provocazioni armene e hanno l’obiettivo di condurre intenzionalmente in errore la comunità internazionale. Innanzitutto, vorrei evidenziare che la Turchia ha un ruolo stabilizzante nella regione e rappresenta un amico fraterno e un alleato per l’Azerbaigian. Quello della Turchia è un sostegno morale, e nient’altro. La Turchia non è parte del conflitto, non vi partecipa in alcun modo e non ce n’è bisogno. L’esercito azerbaigiano è sufficientemente preparato per garantire la protezione del suo popolo e del suo territorio. Non ci sono combattenti stranieri dalla parte dell’Azerbaigian in questo momento sul fronte. L’Azerbaigian ha un esercito addestrato e una riserva di mobilitazione molto ampia. Il mio paese, con i suoi 10 milioni di abitanti, a fronte dei 2 milioni dell'Armenia, non ha bisogno di risorse umane.

Vorrei denunciare invece, come era già stato fatto prima dell’inizio degli attuali scontri e come confermato da questi combattimenti, l’insediamento, nei territori occupati dell'Azerbaigian, di persone provenienti dalla Siria e dal Libano, allo scopo di utilizzarli come mercenari. Inoltre, ieri il presidente dell’Armenia si è screditato davanti a un vasto pubblico televisivo nell’intervista al canale Al Jazeera TV, confermando che foreign figthers stanno combattendo nella zona di conflitto dalla parte dell’Armenia: “Sono di etnia armena e non c'è niente di sbagliato nel fatto che, nonostante siano cittadini di paesi diversi, stanno combattendo nel Nagorno Karabakh. Ammettiamo la partecipazione di armeni di diversi paesi alle ostilità”, ha sottolineato il capo di stato dell’Armenia.

Già a luglio si erano registrati scontri nella regione di Tovuz, lontana dal Nagorno Karabakh, altre schermaglie si erano accese nelle settimane successive fino ad arrivare alle battaglie poi iniziate negli ultimi convulsi giorni. Esiste un modo per fermare questa deriva violenta e arrivare ad una risoluzione pacifica della vicenda? C'è speranza di vedere armeni e azerbaigiani seduti attorno a un tavolo?

L’Azerbaigian è seduto da molti anni intorno ad un tavolo per cercare una soluzione pacifica del conflitto. Al momento posso dire che l’unica via che potrebbe portare al dialogo è il ritiro delle forze armate dell’Armenia dai territori occupati dell’Azerbaigian.

Lei è in Italia da molto tempo: come giudica il ruolo del nostro Paese in questi frangenti?

Innanzitutto vorrei evidenziare che l’Azerbaigain e l’Italia godono di rapporti eccellenti a 360° e di un partenariato strategico, sancito nella Dichiarazione Congiunta sul Rafforzamento del Partenariato Strategico Multidimensionale tra la Repubblica dell’Azerbaigian e la Repubblica Italiana firmata nel febbraio scorso da parte del Presidente Ilham Aliyev e del Presidente Giuseppe Conte, durante la visita di Stato del nostro Presidente in Italia. Questa dichiarazione congiunta conferma il reciproco sostegno all'indipendenza, alla sovranità, all'integrità territoriale e ai confini riconosciuti a livello internazionale di entrambe le parti, nonché all'inammissibilità di atti di aggressione nelle relazioni interstatali. Nel documento si sottolinea che le parti sostengono una risoluzione pacifica del conflitto del Nagorno Karabakh tra l’Armenia e l’Azerbaigian, sulla base dei principi fondamentali dell'Atto Finale di Helsinki, in particolare la sovranità, l’integrità territoriale e l’inviolabilità dei confini internazionali, come sancito nei pertinenti documenti e decisioni dell'ONU e dell'OSCE. Colgo l’occasione per ringraziare i numerosi parlamentari e politici che stanno esprimendo solidarietà al popolo dell’Azerbaigian nella sua giusta causa.

L’Italia segue con attenzione questa vicenda, sulla quale immediatamente si è espressa anche la Farnesina. Inoltre, ieri il Ministro degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, Luigi Di Maio, ha avuto un colloquio telefonico con il nostro Ministro degli Affari Esteri, Jeyhun Bayramov. Al di là della profonda preoccupazione espressa dall’Italia per l’intensità degli scontri, credo che il messaggio chiave del ministro Di Maio è che l’Italia si impegna per rilanciare i negoziati in ambito OSCE, attraverso la mediazione del Gruppo di Minsk, e che l’attuale crisi militare dimostra l’insostenibilità dello status quo e la necessità di un ritorno delle parti al negoziato, sotto l’egida dei co-chair, senza precondizioni e con serio impegno. Apprezziamo la volontà dell'Italia di contribuire più da vicino al processo di pace, soprattutto all'interno del Gruppo di Minsk, di cui è membro, e riteniamo che l'Italia abbia elementi seri per svolgere un ruolo più attivo in questo processo. Inoltre, poiché l'Armenia è interessata a mantenere lo status quo e, come ho detto, il suo obiettivo è sempre stato il prolungamento dei negoziati e ne ha posto ultimamente sette assurde condizioni, è evidente che il messaggio dell'Italia sia indirizzato all'Armenia, perché cessi il suo atteggiamento dannoso e dimostri una posizione costruttiva.

Ho ripetuto in più occasioni che l'esperienza ha dimostrato che l'approccio bilanciato verso le parti e il metterle sullo stesso piano non ha portato nessun risultato, anzi ha favorito l’aggressione dell'Armenia e la sua mancanza di rispetto per il diritto internazionale, come dimostrato dai fatti di questi giorni. Per cui è necessario fare una distinzione tra vittima e aggressore. Auspichiamo che nelle prossime dichiarazioni l’Italia inviti anche esplicitamente l'Armenia ad abbandonare la politica di aggressione e a ritirare le sue forze armate dai nostri territori, come già era previsto nella proposta della presidenza italiana alla Conferenza di Minsk dell’attuale OSCE, nella persona dell’allora sottosegretario Mario Raffaelli, sulla base delle risoluzioni del Consiglio di Sicurezza dell’ONU.

Nei giorni scorsi ha parlato di “modello Trentino Alto Adige” come base per un futuro accordo sul Nagorno: ci spieghi meglio in cosa consiste.

Credo che il “modello Trentino Alto Adige” sia uno di quegli elementi seri con cui l'Italia può svolgere un ruolo più attivo nel processo di pace. Però, nel pieno sviluppo delle operazioni militari, credo che possa sembrare non tempestivo o prematuro discutere ora questa tematica. Adesso è importante costringere l’Armenia ad abbandonare la sua aggressione militare e ritirare le sue forze militari dai territori occupati dell’Azerbaigian. Ciò porterà a stabilire un’atmosfera adeguata, per discutere gli elementi necessari alla soluzione, incluso lo status della regione, nel quadro dell’integrità territoriale dell’Azerbaigian.

Sappiamo che Europa e Azerbaigian ormai da anni hanno rapporti molto intensi, legati soprattutto alle forniture energetiche: cosa si aspetta dalle istituzioni dell'Ue?

La stessa posizione che l’UE dimostra nei confronti degli altri conflitti nell’area del Partenariato Orientale: il rispetto per i principi di sovranità, integrità territoriale e inviolabilità dei confini riconosciuti a livello internazionale. Un messaggio chiaro e esplicito all’Armenia, perché questo paese abbandoni la politica di aggressione contro l’Azerbaigian e ritiri le sue forze armate dai territori dell’Azerbaigian.

Che notizie ha ricevuto in questi giorni dall'Azerbaigian? In che modo la popolazione sta affrontando queste ore drammatiche segnate dal conflitto?

Sicuramente sono giornate di preoccupazione e di dolore per le perdite di vite umane, ma c'è anche un grande entusiasmo in Azerbaigian. Tutto il nostro popolo è unito attorno al Comandante delle Forze Armate e sostiene pienamente le sue decisioni. Centinaia di migliaia di nostri connazionali hanno espresso il desiderio di unirsi ai combattimenti volontariamente con il nostro esercito. Inoltre, più di 1 milione di sfollati interni sperano che finalmente, dopo quasi 30 anni, sia vicino il giorno in cui potranno tornare alle loro case e visitare le tombe dei loro parenti, come meritato dopo tanta sofferenza.

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