Israele, membri delle istituzioni accusati di essere "spie iraniane"

Il primo rappresentante delle istituzioni israeliane indagato con l’accusa di “spionaggio per conto di Teheran” è un membro della Knesset di lungo corso: Gonen Segev

In Israele è in questi giorni esploso uno scandalo relativo al presunto “spionaggio” condotto “per conto dell’Iran” da diversi “rappresentanti delle istituzioni nazionali”. I servizi segreti dello Stato ebraico hanno infatti annunciato che, all’interno della Knesset e tra gli esponenti dei governi del passato, vi sarebbero “agenti sotto copertura stipendiati da Teheran”.

Lo Shin Bet, agenzia israeliana di intelligence per la sicurezza interna, ha di recente fornito alla magistratura dello Stato ebraico diversi “indizi” del coinvolgimento di “importanti personalità pubbliche” in operazioni di spionaggio ordinate dalla repubblica islamica. Il primo rappresentante delle istituzioni di Gerusalemme indagato sulla base delle ricerche effettuate dal servizio di sicurezza è un membro della Knesset di lungo corso: Gonen Segev.

Costui, politico navigato e più volte ministro dell’Energia e delle Infrastrutture, è stato infatti ultimamente arrestato dalle autorità dello Stato ebraico con l’accusa di “alto tradimento” e “collusione con il nemico”. In base alle indagini svolte dallo Shin Bet, i primi contatti tra Segev e l’intelligence della repubblica islamica avrebbero avuto luogo “nell’estate del 2018”. I servizi segreti del Paese sciita avrebbero allora incaricato l’ex ministro di trasmettere all’esecutivo di Teheran informazioni sulla “rete energetica israeliana”. Il fatto che il più volte membro della Knesset sia in realtà un “agente segreto della repubblica islamica” sarebbe dimostrato principalmente, a detta del dossier redatto dallo Shin Bet, dalle parole pronunciate pubblicamente lo scorso agosto da Mahmoud Alavi, ministro iraniano dell’Intelligence. Questi, in tale mese, aveva infatti trionfalmente annunciato che l’esecutivo Rouhani aveva “arruolato” un “ex alto funzionario di una nazione nemica”.

Segev, già in passato incriminato dalla giustizia dello Stato ebraico per “traffico di stupefacenti”, ha reagito al suo recente arresto, disposto sulla base delle ricostruzioni dello Shin Bet, invocando il “patteggiamento”. Secondo quanto riferito alla stampa dal ministro della Giustizia di Gerusalemme, l’imputato avrebbe ammesso di avere avuto negli ultimi mesi “contatti con funzionari di Teheran” e di avere passato a questi ultimi “informazioni riservate” attinenti alla “sicurezza energetica” di Israele. Ayelet Shaked, titolare del dicastero in questione, ha quindi precisato che a Segev, in virtù della sua scelta di patteggiare, verrà inflitta una pena “ridotta”: appena “11 anni di carcere”. L’esponente dell’esecutivo Netanyahu ha quindi assicurato che “nuove indagini” verranno condotte sulla base del dossier realizzato dallo Shin Bet, al fine di “ripulire al più presto” le istituzioni dello Stato ebraico da politici e funzionari “collusi con la repubblica islamica”.

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