Karabakh: passato, presente e futuro dell'Azerbaigian

L'Azerbaigian ha dei grandi piani per i territori liberati: città intelligenti, turismo, ripopolamento e grandi infrastrutture

Lavori in corso per il nuovo aeroporto di Fuzuli
Lavori in corso per il nuovo aeroporto di Fuzuli

Una parte significativa del futuro dell'Azerbaigian si giocherà in quelle aree rispondenti ai nomi del più noto Karabakh e Zangezur orientale (a cui appartengono cinque dei sette distretti liberati: Kalbajar, Lachin, Zangilan, Gubadli e Jabrayil), vena scoperta del Caucaso meridionale e grande linea di faglia huntingtoniana. Qui, terra santa dei popoli delle montagne che abitano il Caucaso, Baku sta costruendo case, strade, ferrovie, aeroporti, città intelligenti, parchi tecnologici e centrali per la produzione di energia con il supporto dei suoi alleati e collaboratori, in primis Italia, Turchia e Israele.

Nulla di tutto ciò sarebbe stato possibile, pensabile e attuabile se la seconda guerra del Karabakh non fosse esplosa e, soprattutto, se non fosse stata vinta. Perché tutti quei progetti stanno venendo implementati, poco alla volta e gradatamente, in quelle aree – villaggi, città e distretti – che in Azerbaigian sono popolarmente note come i territori liberati e sui quali l’Azerbaigian ha ripristinato la sua sovranità la sera del 9 novembre 2020, dopo un trentennio di occupazione armena cominciato nei primi anni Novanta.

Karabakh, un cantiere a cielo aperto

La prima impressione che si ha, una volta usciti dall'aeroporto di Baku, è che l'Azerbaigian, più che un Paese, sia un enorme cantiere a cielo aperto. Perché, invero, gru a torre, operai in divisa catarifrangente e lavori di asfaltatura e costruzione si trovano e possono essere visti ovunque – veramente e letteralmente ovunque –, da Baku centro a Baku periferia, e da Baku a Ganja, passando per Șușa e il resto dei territori liberati.

I cantieri che costellano l'Azerbaigian in lungo e in largo, dalle montagne alla costa, sono imbibiti e madidi di una solennità molto espressiva. Una rappresentazione che parla di una situazione postbellica che, contrariamente a quella dell'Armenia, in Azerbaigian viene letta, interpretata e vissuta come sinonimo di rinascita nazionale – tanto fisica quanto spirituale.

Piccoli e grandi cantieri, pur essendo disseminati a macchia d'olio sull'intero territorio, sono presenti in quantità particolarmente elevata nel Karabakh e nello Zangezur orientale. Perché è qui, in questa macro-area, che racchiude i territori liberati, che gru e avvisi di lavori si susseguono in maniera interminabile, senza sosta né tregua, catturando l'occhio e l'attenzione dei visitatori. E indubbiamente degni di nota, per dimensioni e rilevanza, sono i siti all'interno dei quali gli operai stanno costruendo un aeroporto internazionale – a Fuzuli –, una maxi-autostrada – la Ahmadbayli-Fuzuli-Șușa, altresì nota come la strada della Vittoria –, un'intera città – Agdam, l'Hiroshima del Caucaso – e una rete ferroviaria centochilometrica per collegare Azerbaigian e Nakhchivan.

Infrastrutturare il Karabakh e lo Zangezur orientale sarà impegnativo in termini di capitale e know-how disponibili e di tempo necessario – da qui il richiamo costante delle autorità azerbaigiane agli investimenti dall'estero, preferibilmente dalla triade Italia-Turchia-Israele, perché fondamentali a tal proposito –, ma i lavori dovranno essere portati tassativamente a compimento: in gioco, invero, v'è il futuro dell'Azerbaigian quale potenza egemone del Caucaso meridionale. Un futuro che si scriverà più tra Fuzuli e Șușa che tra Baku e Ganja. Un futuro che potrà divenire realtà soltanto a patto di sviluppare pienamente il Karabakh e, non meno importante, di sbloccare le sterminate opportunità di crescita della regione Caucaso a mezzo della necessaria normalizzazione con l'Armenia.

Il turismo, l'altro oro nero di Baku

L'infrastrutturazione dell’area non significherà semplicemente edificazione di nuove strade, autostrade, rotte ferroviarie, collegamenti aerei, parchi tecnologici, centrali elettriche e solari e parchi eolici, perché il governo vorrebbe massimizzare il profitto derivante dalla riestensione della sovranità su una parte della regione attraverso un altro strumento: il turismo.

Infrastrutturare allo scopo di alimentare i flussi turistici, sia interni – turismo autarchico – sia esterni – turismo internazionale –, equivale a costruire stazioni sciistiche, parchi divertimento, alberghi ed altri luoghi di intrattenimento. Perché il Karabakh e lo Zangezur orientale, una volta ricostruiti, non dovranno essere regioni periferiche dipendenti dal centro, quanto aree avanzate, autonome e in sintonia con il resto della nazione (e del mondo). E il turismo può servire a tale scopo.

Per capire in che modo il governo azerbaigiano intenda rendere questi territori appetibili dal punto di vista turistico, popolandone tanto le case quanto gli alberghi e il futuro aeroporto, abbiamo raggiunto e intervistato Florian Sengstschmid, l'amministratore delegato dell’Ente per il turismo dell'Azerbaigian (Azerbaijan Tourism Board).

Quando si scrive e si parla di turismo in Azerbaigian, ci spiega Sengstschmid, urge tenere in considerazione che "è un settore relativamente giovane" – contribuisce direttamente al 2,5% del prodotto interno lordo, che diventa un 4% includendo le entrate indirette – e che l'immagine del Paese presso il pubblico estero non gli rende giustizia. Perché sebbene per "molti di noi l'Azerbaigian continui ad essere uno di quegli anonimi Paesi dell'area postsovietica", la verità è che è una meta internazionale che, spesso e volentieri, ospita dei grandi eventi del calibro di "Eurovision, Giochi Islamici, Formula Uno ed Europei di calcio".

Il turismo è alle prime armi, dunque, perché la gente ha cominciato a chiedersi "dove si trovasse Baku" soltanto in occasione dell'Eurovision del 2012, ospitato da Baku, ma questo non significa che manchino le infrastrutture, il personale preparato e i pacchetti tematici delle agenzie di viaggio. L'Azerbaigian, al contrario, "ha tutto dal punto di vista turistico: infrastrutture eccellenti, grandi marchi internazionali e negozi per le compere". Poco alla volta, inoltre, vanno prendendo forma dei "campi di nicchia, come il culinario – sviluppato in sinergia con l'italiana Slow Food –, l'osservazione degli uccelli – [perché] l'Azerbaigian ha degli ottimi posti per questo tipo di attività – e il vinicolo – alla cui rinascita hanno contribuito gli italiani".

Oltre ai grattacieli all'americana di Baku, in breve, "c'è molto di più". Ad esempio, prosegue Sengstschmid, pochi sanno che l'Azerbaigian ha un lungo "e bellissimo litorale" e "che la stessa Baku ha un grande potenziale – non solo grattacieli, ma anche parchi dove fare sport, piste ciclabili e da skateboard, case da tè, casini del caffè, boulevard [...] e il più grande complesso di intrattenimento del Caspio – il Deniz Mall –, dove c'è persino una cascata all'interno".

Baku, parimenti all'Azerbaigian, è da considerare come "una combinazione tra antico e moderno molto simile a quella che si può trovare in Italia e nelle città europee: strade strette, negozi di tappeti e luoghi mistici". E al di fuori della capitale, poi, va avanti Sengstschmid, si può trovare un po' di tutto: dalle cascate del sud alle montagne del Caucaso, le cui cime "raggiungono i quattromila metri" e "dove si può sciare, fare arrampicate sulla roccia e sul ghiacchio". Vedere tutto questo in un solo viaggio, dai limoni alle vette innevate, è possibile: perché "la distanza in auto tra il sud e il Caucaso è di sole cinque ore".

Massimizzazione del profitto derivante dallo sfruttamento delle bellezze dell'Azerbaigian a parte, uno degli obiettivi principali della presidenza Aliyev è quello della brandizzazione del Karabakh e dello Zangezur orientale. Luoghi che nell'immaginario collettivo vengono associati alla guerra, ma che, in realtà, potrebbero offrire delle esperienze uniche a livello visivo e di arricchimento culturale: dalla vallata di Șușa a Kalbajar, "che ricorda da vicino le Alpi".

E per il motivo di cui sopra che le autorità stanno lavorando alla modernizzazione dei territori liberati, “come dimostrato dalla costruzione di un'autostrada e dell'aeroporto di Fuzuli", nonché alla sua messa in sicurezza, ovvero lo sminamento, e all'elaborazione di "piani adeguati per potenziali investitori internazionali". E non mancano le idee su come guadagnare dall’area nell'attesa che venga portata a compimento la sua infrastrutturazione: "il primo passo", spiega Sengstschmid, "potrebbe essere l'edificazione di una tratta regolare – comune sia ai locali sia agli stranieri – per visitare posti come Agdam e Fuzuli, per vedere le devastazioni e le macerie, com'erano, come sono e cosa sta venendo ricostruito".

L'Italia, che qui viene considerata "un partner molto fedele", è tra i grandi invitati a quella tavola che è l'industria turistica in divenire dell'Azerbaigian. Secondo Sengstschmid "v'è una gamma vasta e variegata di aree e settori dove il contributo italiano potrebbe rivelarsi utile, dallo stabilimento di nuovi alberghi alla produzione di intrattenimento, sebbene al momento sia limitato alla tecnologia e alle infrastrutture". E per contributo alla tecnologia e alle infrastrutture, chiarisce Sengstschmid, si intendono "l'utilizzo di tecnologia italiana nelle montagne del Caucaso per la produzione di neve artificiale e la manutenzione del manto nevoso" e le attività di una squadra di esperti italiani "nella conservazione e nel restauro di siti culturali nel Karabakh".

Investitori a parte, Baku sta invitando nelle proprie terre anche i turisti italiani. Che qui, spiega Sengstschmid, potrebbero trovare diversi ristoranti italiani e paesaggi loro familiari. Forse, è per questi motivi, che "fra il 2018 e il 2019 si è assistito ad un aumento del 10,8% dei flussi turistici in arrivo dall'Italia", cioè da 11.026 a 12.215.

E cosa troverebbero gli italiani una volta messo piede in Azerbaigian è "un Paese sicuro e multiculturale" – come dimostrato dal fatto di ospitare "il più grande insediamento ebraico al di fuori di Stati Uniti e Israele" – e che offre "i resti dell'Albania caucasica", "chiese, moschee, templi induisti, templi zoroastriani e siti appartenenti a culture e fedi differenti", "lo Yanar Dag, la montagna che brucia, dal quale esce fuoco sia d'estate sia di inverno", "l'Ateshgah di Baku, le cui iscrizioni in sanscrito attraggono i pellegrini induisti" e "molto altro ancora".

Sengstschmid ne è convinto, "questo mix di culture e religioni è uno dei motivi per cui vale la pena di venire in Azerbaigian". Anche perché, prosegue l'amministratore delegato dell'ATB, "è un mix che può essere vissuto, percepito e visto in pochi giorni, dato che questo Paese è relativamente piccolo".

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