Dopo il live di una quarantena

Paragonare il periodo d’oro del cinema cinese degli anni 30 e il neorealismo italiano ci porta a vicinanze inedite. Ieri come oggi si sente il bisogno di una testimonianza cinematografica che fotografi la società reale e dia spunti per una rinascita, come alla fine di una pandemia

Dopo il live di una quarantena

La cultura cinese è da sempre stata affascinante e molto stimolante per gli italiani, un’attrativa iniziata con le avventure di Marco Polo lungo la Via della Seta. Forse è per questo che senza nemmeno pensarci ci emozioniamo quando ascoltiamo i suoni degli strumenti tradizionali, sentiamo i forti profumi caratteristici e ammiriamo tutte le arti anche se viste per la prima volta, come se ci fosse un richiamo, qualcosa di ereditato dentro di noi. Credo che questo sia uno dei motivi per cui gli artisti italiani sono stati a lungo influenzati nella loro formazione dalla Cina. Nel mio caso, ho notato sin da ragazzo che la Cina con la sua cultura è sempre stata tra i primi argomenti d’interesse nei salotti culturali dove partecipavo nelle varie città. Sono convinto che la regola della conoscenza approfondita è fonte d’ispirazione per i cineasti italiani.

Quello che scrivo è stato abbondantemente dimostrato con il film di Bernardo Bertolucci “l’Ultimo Imperatore” (1987) che ha vinto 9 Premi Oscar, il migliore degli esempi di unione di arti tra l’Italia e la Cina. Ma ancor prima di Bertolucci in Cina c’è stato Michelangelo Antonioni, uno dei padri del neorealismo. Due grandi narratori del vissuto umano che insieme a pochi altri hanno dato vita al cinema come forma d’arte e d’impegno sociale, sono figlio e padre del neorealismo cinematografico italiano. Similmente al neorealismo tra le più grandi pellicole d’autore cinesi sono nate dalla volontà dei registi di trattare temi complessi e sociali. Questo avveniva ancor prima del neorealismo, a partire dal 1930, con film come la Spring Silkworms di Cheng Bugao (1933), The Goddess di Wu Yonggang (1934). Oltre ad essere noti per trattare temi come la lotta di classe, queste pellicole pongono attenzione alla gente comune. Il grande successo riscosso da questo genere di film fa sì che questo periodo viene definito come il primo “periodo d’oro” del cinema cinese.

I film d’autore spesso diventono delle pietre miliari della cultura nazionale di un paese. E’ quello che è successo in Italia con il neorealismo, uno dei massimi livelli espressionistici raggiunti nell’arte del cinema mondiale, dove grandi registi come Pietro Germi, Michelangelo Antonioni stesso Federico Fellini, Roberto Rossellini, Luchino Visconti, Vittorio De Sica, Francesco Rosi, proprio come in Cina trent’ani prima, hanno raccontato di un’Italia povera mettendo al centro la sofferenza dell’uomo nel cambiamento epocale. Molte volte mi chiedo se questi film cinesi non abbiano ispirato il nostro cinema neorealista. Il neorealismo in Italia è stato importantissimo per la crescita del nostro paese, e del cinema stesso. Ha catturato la realtà di quell’epoca, le grandi difficoltà legate alla povertà e ai cambiamenti repentini della società senza rappresentare la vita patinata offerta e proposta dalla TV. Questi film acclamati da tutta la critica internazionale raccontavano un’Italia diversa dall’immaginario mondiale, quella del bel paese. Traspariva un’Italia in seria difficoltà, la verità del resto, al punto tale che il governo ha dovuto
correre ai ripari impegnandosi ancora di più a superare i problemi sociali. Nonostante ciò bisogna anche sottolineare che queste pellicole hanno fatto conoscere lo spirito italiano dell’amore, della famiglia, dell’unione, dei valori, della speranza e di una povertà che unisce. Alla fine il cinema neorealista come impegno sociale ha dato i suoi frutti. Dopo neanche un decennio l’Italia crebbe fino a diventare una delle dieci potenze più grandi al mondo, e si può dire a gran voce che il cinema italiano con i suoi grandi registi ha fatto la sua parte. Ma il cinema
d’autore difficilmente ha dato frutti nell’immediato.

Per gli intellettuali è sempre stato un investimento per il futuro, proprio per l’originalità dei film non sempre raccolgono da subito l’interesse del grande pubblico. Ieri come oggi si sente il bisogno di una testimonianza cinematografica che fotografi la reale situazione sociale e offra spunti di riflessioni affinchè ci sia una crescita. Oggi l’Italia e la Cina hanno vissuto per primi una delle più grandi sfide dell’ultimo secolo. Ci siamo ritrovati per primi a vivere in parallelo il Coronavirus. Con il mio ultimo film, “Quarantena Live” (luglio 2020), tratto il tema del Covid e precisamente quello del lockdown. Ho voluto fortemente realizzare questo film come materia di studio sociologico ed antropologico per raccontare l’unicità del periodo di lockdown durante il lockdown stesso. Il confinamento visto tramite le immagini in TV che arrivavano dalla Cina mi aveva colpito in particolar modo ed ispirato. Dopo poco tempo da quelle immagini, anche noi in Italia ci siamo trovati a vivere il periodo più buio, quello della zona rossa nazionale di totale chiusura ed è questo che risalta subito nel film, gli attori vivono le loro paure, le loro angosce e le loro incertezze in modo reale. Il film si compone di tante storie che si intrecciano, e in una di questa volevo narrare anche la sofferenza psicologica vissuta durante quel periodo da parte dei tanti cinesi che vivono in Italia. Per questo motivo ho coinvolto due giovani attrici cinesi che raccontano degli episodi di discrimazione vissuti a Roma. Desideravo che lo spettatore provasse stima e tenerezza per queste due ragazze che, lontane dalle loro famiglie, non potevano tornare a casa. La scena chiude con un canto in cinese dolce e spensierato da parte della protagonista che, ad occhi chiusi, ricorda la sua infanzia.

In Italia, tra marzo e maggio 2020 (il periodo in cui è stato girato il film), lavoravano solo le imprese di prima necessità e la nostra era l’unica impresa cinematografica che lavorava. Questo film sperimentale ha dato lavoro e impegno a centinaia di persone, per i due cast (artistico e tecnico). Tutti gli attori seguivano una trama fiction, ed erano in collegamento
costante con me sui set, e questo è andato avanti per settimane, operavo con la regia da casa mia con l’aiuto dei miei collaboratori e assistenti dalle loro case. Tutto è iniziato quattro anni fa quando ho incominciato la lavorazione del film sulla vita di San Pietro Chanel, santo missionario francese, che ha attraversato tutto il mondo. Per la produzione era impossibile raggiungere alcune isole dell’Oceano Pacifico mal collegate. Questo problema mi ha fatto studiare un piano per girare molte scene a distanza con sistemi innovativi di regia coadiuvati da wi-fi e da collaborazioni sul posto (l’unicità di questa pellicola è stata registrata con un atto notarile! Il film sancisce molti primati mondiali. Per la prima volta nella storia del cinema è stata
realizzata non solo una regia cinematografica a distanza per tutta la durata del film, ma sempre da remoto si è svolto anche l’operato di tutte le maestranze del cinema classico, compreso i casting).

Mai avrei immaginato di mettere a frutto questa progettazione dei precedenti anni nel mio paese d’origine, a causa del lockdown. Nei primi giorni di lockdown italiano ho messo in pratica le teorie sviluppate, scrivendo la sceneggiatura in tre giorni e dalla settimana successiva, gia giravamo i primi set. Desideravo fortemente catturare la verità di quel momento unico e storico e volevo farlo nel momento in cui stesse accadendo. Tramite il film volevo riporre l’uomo nuovamente al centro della vita, raccontare la bellezza della solidarietà e della fede che, in mezzo al dramma, sbocciava tra la gente. Volevo dare testimonianza dell’impegno straordinario dei medici, mostrando come hanno sofferto in prima persona le conseguenze del virus. Ma, più di tutto, volevo dare un messaggio di speranza. La pandemia ci ha portato all’isolamento, ma dentro quest’isolamento abbiamo trovato la nostra umanità.

L’autore Giuseppe Aquino è regista e sceneggiatore

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