L'odio degli americani per le tasse dello Zio Sam

Gli americani non hanno mai nascosto una profonda ostilità nei confronti delle tasse. Dalla nascita fino ai giorni nostri ecco perché per la politica Usa è impossibile alzare le tasse nonostante l'aumento delle disuguaglianze e della povertà

L'odio degli americani per le tasse dello Zio Sam

Se c’è qualcosa che unisce gli americani è l’odio per le tasse. Per loro la pressione fiscale è il grande demone da combattere. Lasciando perdere grandi trattati di economia, o autorevoli esperti di finanza, ci bastano i film per avere un’idea di quanto la questione sia delicata. Non a caso anche lo sgangherato gruppo di trivellatori del film Armageddon chiede come compenso quello di non pagare più le tasse. Non solo persino la loro evasione diventa motore per altre vicende. È il caso della storia di Al Capone immortalata nel film di Brian De Palma gli Intoccabili. Padrone di Chicago negli anni Trenta, il boss italoamericano aveva il controllo di vasti settori della criminalità organizzata della città. Eppure, come dimostra il film, è un agente del dipartimento del Tesoro a incastrarlo, Eliot Ness, che scova il suo meccanismo per evadere le tasse.

Una scena del film gli intoccabili

Un’avversione atavica

L’avversione per la pressione fiscale affonda le sue radici in profondità nella storia d’America. La scintilla stessa che fece divampare il grande incendio della rivoluzione contro gli inglesi verso la fine del Settecento era legata alle tasse. La rivolta iniziata nel porto di Boston era partita infatti dal fatto che i coloni erano vessati dalle tasse senza avere nulla in cambio, nemmeno un rappresentante nel parlamento di Westminster a Londra. Dal Boston Tea Party in poi la protesta si estese in fretta, il resto poi è una storia nota. Vanno in questa direzione anche altri episodi storici.

Come ha ricordato la storica esperta di tasse e politica fiscale Robin Einhorn, nessuno negli Usa ha mai visto di buon occhio le imposizioni fiscali. Nell’Ottocento i grandi proprietari di piantagioni e schiavi del sud erano contrari a ogni tassa sulla proprietà. Allo stesso tempo più a Nord, il filosofo e scrittore Harry David Thoreau è ricordato non solo per aver “inventato” la disobbedienza civile, ma anche per essersi rifiutato di pagare le tasse come forma di protesta contro la schiavitù.

Anche oggi, dopo le sforbiciate fiscali di George W. Bush e Donald Trump la gran parte degli americani si sente vessato. Stando a un sondaggio dell’aprile 2021 circa il 66% degli americani sostiene di essere molto o abbastanza “infastidito” dall’ammontare delle tasse pagate. Di contro solo il 10% sostiene di non avere problemi a staccare un assegno al governo. Se però osserviamo tutto dal lato del portafoglio vediamo che non tutti gli americani sono compatti. Il 54% di chi guadagna oltre 100 mila dollari si è detto convinto di ottenere molto poco dal governo rispetto a quanto versato con le tasse. La percentuale crolla al 27% se invece si considera chi percepisce meno di 30 mila dollari l’anno. È il segno evidente che anche l’America deve convidere con le classi sociali. Ecco quindi che il paese non si spacca solo per il colore della pelle, ma anche per il portafoglio, soprattutto dopo la Grande recessione del 2008.

L’analisi del perché

Dal Boston Tea Party in poi l’ostilità nei confronti delle tasse è praticamente rimasta immutata. Non è un caso se nel 1978, tra le tracce del 57° album di Johnny Cash ci sia una traccia molto chiara: After Taxes. "Si può sognare una luna di miele per due. Si può sognare, ma questo è tutto quel che si può fare, dopo che il vecchio Zio Sam avrà finito con te”. Eppure non è che le attività del governo siano carenti o inefficaci. Certo gli sprechi non mancano, ma più di qualche esperto ha sottolineato come tra i cittadini ci sia una diffusa ignoranza fiscale. Secondo un sondaggio del Cornell Survey Research Institute il 57% degli americani dichiara di non aver mai fatto parte di uno dei tanti programmi sociali del governo federale. Ma in realtà il 94% di questi ne aveva beneficiato di una qualche forma.

La cattiva nomea delle tasse, paradossalmente, è legata anche al fatto che spesso gli effetti delle tasse non sono “visibili”. Gli esperti hanno infatti coniato il termine di “governo sommerso” per indicare quel fenomeno per cui le autorità non pubblicizzano mai i risultati della spesa pubblica. Forse per timore che la gente abbia la sensazione di uno sperperio dei soldi pubblici. Eppure la macchina dello stato è più generosa di quanto sembri. L’anno scorso il dipartimento del Tesoro ha restituito agli americani qualcosa come 320 miliardi di dollari tra esenzioni e rimborsi per oltre 125 milioni di cartelle esattoriali, con una media di 2.500 dollari a cittadino.

Un altro problema è il dedalo della burocrazia, come dimostra anche il film Le Ali della libertà. La pellicola di Frank Darabont, che racconta la decennale incarcerazione del ragioniere innocente Andy Dufresne, mostra molto bene questo aspetto. C’è un passaggio chiave del film nel quale Andy ascolta una conversazione tra secondini. Il loro capo sta raccontando di aver avuto in eredità un po’ di soldi da un parente e si lamenta che il lascito sarebbe stato divorato dalle tasse. A quel punto Andy si avvicina e suggerisce al secondino di donare i soldi alla moglie per evitare di pagare le tasse. In quel momento scatta anche la macchina narrativa del film, con Andy che entra nelle grazie del direttore del carcere diventando il suo ragioniere privato.

La scena in cui il protagonista de Le ali della libertà parla al secondino della possibilità di evitare le tasse

L’offesa alla morale

Secondo gli americani le tasse, oltre al portafoglio, vanno a ledere altri valori più profondi. Qualche anno fa un gruppo di psicologi, parlando con un un gruppo di piccoli imprenditori, ha scoperto che secondo molti le tasse sono solo un mezzo per derubare i cittadini laboriosi della loro dignità. Una fetta della classe media è convinta che la mano del governo sia immorale e che aiuti solo gli ultra ricchi e i poveri. Per loro le tasse cozzano contro un principio fondante dell’America, cioè che il duro lavoro vada sempre ricompensato. Forse non lo sapremo mai, ma è probabile che John Landis abbia pescato anche da questa esperienza per aggiustare la sceneggiatura del film cult The Blues Brothers. L'idea del film con John Belushi e Dan Aykroyd arrivava da un insieme di scene create dal duo comico al Saturday Night Live, il problema è che mancava un collante e una trama che le rendesse utili per fare un lungometraggio. In poco meno di due settimana Landis riscrisse la struttura del film e trovò proprio nelle tasse, o meglio il mancato pagamento delle tasse, il motore degli eventi. Jake ed Elwood Blues devono infatti rimettere insieme la band per raccogliere 5 mila dollari da donare al loro vecchio orfanotrofio che rischia di chiudere per non aver pagato le tasse.

Questo orrore nei confronti dello Zio Sam che mette le mani nelle tasche degli americani è l’altra faccia di quello che molti hanno ribattezzato come “american dream”, il sogno americano. Un elemento quasi miracoloso che ha sempre fatto degli Stati Uniti la terra delle opportunità. È la promessa che se ognuno lavora sodo può riuscire. In questo modo per tutti le tasse diventano l’antitesi di quel sogno.

Il rapporto nei confronti delle tasse e soprattutto dello stato federale si è logorato ancora di più con la crisi del 2008, la successiva recessione e soprattutto i salvataggi a catena delle grandi banche. Un mix che si è infilato nella grande spaccatura americana. A destra, la fiammata del movimento anti tasse Tea Party ha chiesto di tagliare ogni cosa possibile e immaginabile, a sinistra ha trovato negli ultra liberal di Bernie Sanders e Alexandria Ocasio-Cortez terreno fertile al grido di “Tax the rich” tassate i ricchi.

Gli squilibri

In anni recenti le disuguaglianze in America sono implose con americani sempre più ricchi e altri sempre più poveri. Questa forbice è aumentata di pari passo con il calo progressivo della pressione fiscale. Nell’America degli anni Quaranta i redditi oltre i 200 mila dollari venivano tassati al 94%, poi, negli anni sono scesi lentamente fino ai balzi dell’amministrazione Reagan. Bush Jr. e Trump. Se da un lato questo taglio delle tasse ha avuto immensi benefici lanciando uno sviluppo economico e finanziario che non ha eguali nel mondo, dall’altro ha intaccato uno dei pilastri che da sempre ha fatto grande l’America: la mobilità sociale.

Nati senza aristocrazie, gli Stati Uniti non hanno mai fatto i conti con vere e proprie classi sociali, come dimostra il film di Martin Scorsese L’età dell’innocenza, in cui i residui dell’aristocrazia sono tutti “importati” mentre il protagonista della storia, americano, è un avvocato che si è fatto da solo. L’America per molto tempo ha mostrato una mobilità sociale superiore a quella europea. Oggi quella capacità di passare da una generazione all’altra dalla povertà estrema alla ricchezza sembra essersi bloccata. Nonostante questo restano le resistenze alle tasse, ma perché?

Una scena de L’età dell’innocenza

In una puntata della serie tv The West Wing, che racconta le vicissitudini dell’amministrazione democratica del fittizio presidente Bartlet, c’è un passaggio chiave. L’amministrazione cerca l’appoggio di diversi deputati del Congresso per far passare una legge a sostegno dell’aumento di tasse per i più ricchi. Un gruppo di deputati si mette però di traverso capitanati da un parlamentare afroamericano. A un certo punto un membro dello staff del presidente esasperato chiede: «Tra i beneficiari di questa legge ci sarebbero soprattutto gli afroamericani, i più poveri, perché vi opponete?». Alla domanda il deputato risponde: «Perché anche gli afroamericani sognano di diventare ricchi e non vogliono pagare più tasse quando lo diventeranno».

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