"Manda un po' n'attimo indietro": il documentario su Totti

Chi ha visto il film "Mi chiamo Francesco Totti" sa di che cosa parliamo. E' la testimonianza di un uomo, un eroe se volete, nella sua umanità. Una storia particolare e infinita di Roma e dei romani

L’idea di un documentario su Francesco Totti è praticamente “eterna”, è un desiderio che Roma voleva realizzare da tantissimi anni. Premesso questo, i modi per poterlo fare erano talmente tanti e serviva invece un elemento risolutore, che è stato il libro autobiografico con cui Francesco ha narrato la sua storia, in qualche modo aprendo le porte alla possibilità concreta di girare un documentario su di lui. Il produttore del film ha comprato i diritti del libro e mi ha chiamato per la regia: è una cosa molto rara in Italia, perchè di solito, soprattuto nell’ambito dei documentari, sono i registi che offrono un loro progetto ad un produttore... stavolta, invece, sulla scia del successo che avevo avuto per un documentario su Kubrick, sono stato il candidato numero uno per raccontare la storia di Totti.

La parte più ardua nel produrre un documentario è sicuramente il concept iniziale, perchè, come si sa, fare un documentario diventa semplice nel momento in cui si sceglie il punto di vista del racconto, poi la scrittura del testo del documentario segue docilmente quella direzione iniziale. Ma all’inizio bisogna scegliere. In questo caso il punto di entrata nella storia di Francesco Totti per me è stato da subito solo uno: la soggettiva. Cioè una confessione intima, qualcosa di assolutamente soggettivo anche sulle emozioni dell’uomo prima ancora che sul calciatore. La scrittura quindi è stata orientata in quella direzione, e ci ha portato ad una ricerca interminabile: avevamo ad un certo punto 7 mila ore di materiali video... C’erano tantissime ore di partite riprese dal cameraman da bordo campo (perché Francesco ad un certo punto della sua carriera ha iniziato a volere un regista, per avere una testimonianza del suo gioco, dei falli, prima ancora che esistesse il Var. E forse, con lungimiranza, accumulava materiale che in futuro potesse diventare un documentario). Avevamo diverse tipologie di video: partite filmate da bordocampo, partite storiche riprese dalla televisione e tantissimo materiale intimo e privato che abbiamo via via reperito in tutte le cantine, le soffitte e... le scatole da scarpe della famiglia Totti e degli amici di Francesco. Tutti sono stati chiamati a frugare nei loro archivi personali per trovare qualcosa e sono venuti fuori cimeli incredibili: ad esempio un video in super 8 (che difatti abbiamo inserito all’inizio del film) dove Francesco gioca a palla a 16 mesi, un video che neanche Francesco aveva mai visto.

I temi del documentario

I temi di questo film sono l’amicizia e la famiglia, da una parte, e il tempo che passa, dall’altra. Se c’è un messaggio all’interno di questa storia, del film, è decisamente l’invito a rimanere puri, a cercare in sè stessi tutti gli elementi che ci possono dare forza e, allo stesso tempo, circondarci di persone che possono essere realmente benevole, benefiche e nutrienti per noi. Anche di persone che magari non sono necessariamente le persone comode. Sono le persone scomode infatti che ci fanno fare a volte delle cose non necessariamente piacevoli ma che ci fanno crescere. Il messaggio, forse più nascosto, in realtà parzialmente malinconico, e se vogliamo retroattivo, è il tema del tempo. Facendo vedere il tempo che passa, di fatto volevo che lo spettatore potesse avere più voglia di vivere pienamente ciò che sta succedendo ora invece di guardarsi indietro. Perché nel film Francesco si guarda indietro, ma quel guardarsi indietro, alla fine, risulta una molla per andare avanti, per spingersi in avanti. Ambedue i temi, comunque, sono raccontati con il desiderio di urgere ad uscire dall’idea che ciascuni ha di sé ed essere in grado di poter cambiare costantemente, e crescere, modificarsi senza rimanere attaccati a qualcosa che crediamo di essere. Oggi essere un campione di calcio riconosciuto a livello internazionale vuol dire essere una rockstar, essere costantemente sotto i riflettori, con una vita privata inesistente e una storia da copertina da dover costantemente alimentare. Essere un campione di calcio a livello mondiale 25 anni fa quando ha cominciato Francesco Totti era tutt’altra cosa: era rappresentare un esempio per una generazione, essere degli sportivi veri, delle persone che insegnavano a vivere e non soltanto a giocare a calcio. Entravi in campo e in qualche modo, in quei 90 minuti, raccontavi una parabola di vita che poi il tifoso si riportava nella propria esistenza. E quindi il tifo era fondamentalmente una fede: non un tifo semplicemente di colori e bandiere e di appartenenza a quella o a quell’altra maglietta. Oggi questa dimensione qua, più filosofica, non c’è più e questa costatazione emerge moltissimo anche nel racconto di Francesco: in quella sua ultima battuta nel film “manda un po’ n’attimo indietro” c’è il desiderio tornare a un calcio che sia molto più spirituale e non da rotocalco. I calciatori prendevano tanti soldi, ma mai quanto ne prendono adesso, in un mercato che è completamente falsato. E la responsabilità che avevano allora era molto più grande, di fronte proprio al fatto di essere degli esempi, di generazione in generazione, di bambini e ragazzini che poi diventavano uomini.

Mentre montavamo il film ero circondato da persone più o meno romaniste, sicuramente romane, che mi spingevano in qualche modo, anche involontariamente, a raccontare questa storia in maniera molto informata, cioè volevano che la narrazione presupponesse che lo spettatore fosse in qualche modo già a conoscenza dei fatti. Io invece sin da subito avevo l’idea di raccontare a qualcuno che non ne sa nulla. E difatti spesso dicevo questo: “E’ una storia che deve poter essere raccontata anche in Cina”, la devono capire anche in Cina. Cioè: nel posto più lontano da noi devono riuscire a capire il senso della distanza tra Francesco e la sua città e tra il tifoso e Francesco. E’ questa triangolazione strana che si crea tra il tifoso, Francesco e la sua città - unica nel suo genere - senza la quale, non si può comprendere appieno la parabola di una vita come quella di Totti. Avevo proprio in mente che fosse un film dedicato proprio a chi è lontano, a chi del calcio italiano o di Francesco Totti sa poco o nulla. Come regista non ho avuto precedenti esperienze di contatto con il mondo del cinema cinese. Stranamente i film che ho fatto hanno avuto una grande risonanza in Asia, specialmente i miei più più oscuri, i thriller e i noir. S is for Stanley, il documentario su Stanley Kubrick, è stato distribuito in Cina, in Giappone, in Corea. Ho fatto un viaggio meraviglioso in Cina tanti anni fa, da solo, e mi sono innamorato di un paese che, secondo me, è impossibile conoscere completamente perché è composto di tantissimi strati. E ho pensato che sarebbe interessante - come aveva fatto Bertolucci 40 anni fa - poter andare e raccontare lo sguardo occidentale su quello che è oggi la Cina.

Tantissimi anni fa avevo pensato di adattare un film meraviglioso che si chiamava “L’occhio che uccide”- una pellicola degli anni ‘60 di Michael Powell - e volevo ambientarlo a Shanghai. Ho provato a montarlo per un po’ di mesi e poi alla fine, poiché era molto complicato avere i diritti del vecchio film, ho abbandonato l’idea. Però c’è in me sicuramente il desiderio di andare ad esplorare quell’universo, l’universo cinese, come documentarista o anche sicuramente come regista, e comunque come un narratore di storie. Di storie in Cina è pieno: sarebbe bellissimo farle vivere, metterle in atto, metterle in scena lì, con un particolare occhio occidentale come il mio. C’è qualcosa di personale che mi ha lasciato il film su Totti. Posso dire che nella mia vita c’è un prima e un dopo aver fatto questo film. Perché in assoluto è il mio film più personale: incredibilmente, nonostante io non sia un tifoso di calcio romanista. Ma è così, per affetto: vengo da una famiglia di romanisti. Perchè la storia di Totti è la storia di tutti noi romani, di una città. Di chi, come me, ha vissuto tra gli anni ‘80, ‘90, il 2000 l’età della trasformazione, tra i vent’anni e i quarant’anni, e quindi, in qualche modo è stato contemporaneo di Francesco. Ecco, noi che abbiamo fatto la storia, quella storia, e abbiamo vissuto accanto a lui, viviamo questo film come un rito di passaggio. Lo dico perchè tutti quelli di questa generazione, che è la mia, che hanno visto questo film, ne sono stati scossi, perché in qualche modo racconta il nostro tempo. A me, ad Alex Infascelli, personalmente, ciò che lascia questo film è soprattutto l’aver compreso quanto io in realtà desideri raccontare sempre
di più storie di esseri umani e non storie di storie; aver compreso quanto l’addentrarmi dentro la psicologia di un personaggio sia per me ormai qualcosa di irrinunciabile.

Se l’avevo fatto con Kubrick prima e il suo autista Emilio, adesso con Francesco ho la prova e la certezza di non volermi più allontanare da questo tipo di distanza dal personaggio che racconto. Di fatto, avere avuto la responsabilità di raccontare un eroe nazionale e sicuramente romano così importante - come Giulio Cesare - ha cambiato la mia vita. Quello che si conosce di Francesco e che io conoscevo prima di arrivare a lui grazie a questo film era sicuramente una facilità comunicativa, una simpatia con ironia: negli anni Francesco non è mai stato tirchio di generosità, in tutti i sensi. Però c’era un aspetto, che io non avevo minimamente pensato esistesse in lui, che è quello materno della tenerezza e che invece è venuto fuori lavorando con lui. Lavorando e osservando come lui osservava la propria vita e raccontava gli affetti che per lui contavano. Un calciatore, un uomo, un eroe ce l’immaginiamo nei vapori in una doccia, in spogliatoio, che suda, che lotta, eccetera eccetera, ma non immaginavo mai che avesse invece una sfaccettatura veramente ricca di tenerezza, di empatia, di compassione. Appunto, quasi uno sguardo materno, che, di solito almeno, non è quello degli sportivi, che invece sono uomini cresciuti dai padri, dagli allenatori: è tutto una dinastia di uomini. E invece Francesco ha conservato evidentemente una dimensione femminile, che poi è quella che lo ha salvato.

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