È morto Limonov: epilogo di una vita esagerata

Eduard Limonov, l'intellettuale russo celebrato dalla biografia di Emmanuel Carrère, è morto all'età di 77 anni. Termina così l'epoea affascinante e folle di un dandy che adorava Stalin e il comunismo, ma fuggì dall'Unione Sovietica per trovare il successo tra Parigi e New York.

Chiunque si sia imbattuto in Limonov, al secolo Ėduard Veniaminovič Savenko, la prima volta deve averlo certamente visto con la faccia imbronciata, i capelli con la sfumatura alta e un vecchio cappotto militare che quasi rubava la scena allo sfondo.

Così viene ritratto in tutte le copertine della magnifica biografia scritta da Emmanuel Carrère, e così l'autore di quella stessa biografia di successo lo vide quando lo incontrò la prima volta a Parigi, all'inizio degli anni '80. Era: "Uno che sembrava al contempo un marinaio in libera uscita e una rockstar"; lo si poteva incontrare al Palace mentre sfoggiava la sua giubba da ufficiale dell'Armata Rossa, ed era intento a bere vodka liscia, a provarci con le donne - e riuscirci - grazie il suo fascino da "cattivo ragazzo", oppure ad aspettare di finire in mezzo a qualche rissa causata dalle provocazioni che non sapeva risparmiarsi.

Ieri il cattivo ragazzo è morto. Aveva 77 anni. Erano nato a Dzeržinsk, una piccola città industriale dell'Ucraina, nel 1943: quando i tedeschi ancora credevano di poter sconfiggere l'Armata Rossa, e Stalin - che adorava lodare per puro fanatismo - aveva già riempito e continuava a riempire e i gulag anche di gente come lui: ribelli da manuale. Limonov odiava quel posto e il futuro da proletario che il destino sembrava aver scritto per lui; e appena potè ne scappò per cercare fortuna a Mosca - il primo passo verso un'esistenza avventurosa, straziante, rocambolesca. Unica nel suo genere. Degna di un romanzo. Dice di lui Carrère: "Limonov si è chiesto se ci fossero al mondo molti altri uomini come lui, la cui esperienza comprendeva universi così differenti come quello del detenuto comune in un campo di lavori forzati sul Volga e quello dello scrittore alla moda che si muove in ambienti firmati Philippe Starck. No, ha concluso, probabilmente no, e ne ha tratto motivo di un orgoglio che comprendo". Proprio questo si era domandato un giorno il giovane dissidente mandato al confino niente di meno che dallo zar Vladimir Putin; mentre si sciacquava la faccia nel lavabo del carcere di massima di sicurezza di Lefortovo: la "fortezza" dove vengono spediti i detenuti più pericolosi per lo Stato. Accanto ad ergastolano di nome Miška, che aveva un grosso dragone blu tatuato sul petto e con il quale divideva la cella. Era assurdo che un bambino timoroso e miope come lui, figlio di un agente dell'Nkdv (servizi segreti interni dell'Urss, ndr) fosse finito in carcere come terrorista. Ed era assurdo che il lavabo minimale di un carcere della profonda Russia somigliasse così tanto a quello disegnato da Philippe Stark per un lussuoso albergo di New York dove era finito a dormire chissà come. E che solo lui a mondo potesse notarlo.

Ne scriverà nel "Libro dell'Acqua", dove racconta brevi aneddoti che hanno scandito la sua esistenza liquida. Dall'idroscalo di Ostia dove si trovò a vagabondare pensando a Pasolini, alle coste del Mar Nero, a quelle del Mar Bianco, senza trascurare i giorni trascorsi a passeggiare lungo la Senna o il Neva o la Moscova in compagnia delle donne che gli hanno riempito e spezzato il cuore. Donne che amava con cieca ingenuità e animalesca lussuria - insomma, a modo suo. Perché sebbene fosse salito alla ribalta negli Stati Uniti con un libro intitolato per pura provocazione "Il poeta russo preferisce i grandi negri" - e qualcosa di fondato dietro a titolo ci fosse - il grande amore di Eddy, sono sempre state e rimaste le donne. Tante, poche, tutte, bellissime. Almeno abbastanza da non farlo sentire solo un povero scrittore fuggito dall'Unione Sovietica per succhiare gli avanzi della vita che l'Occidente poteva lasciare sul marciapiede di qualche vicolo dimenticato a un reietto come lui. Un tizio che girovagava per Manhattan vestito da dandy, con un coltello a serramanico in tasca, e il sogno di diventare ricco e famoso per riscattarsi.

Al suo ritorno a Parigi, dopo l'epopea americana, Limonov era considerato una specie di Jack London russo col quale uscire per trascorre una nottata alla Hemingway. Era un espediente per far sentire meno bobo gli intellettuali parigini che nutrivano il feticismo per i duri di periferia. Fu allora che divenne editorialista irriverente e incendiario de "L'Idiot International"; e fu poi che decise di catapultarsi nelle guerre che imperversavano nei Balcani solo per sentirsi "uomo". Finita l'avventura e tornato in patria da scrittore affermato, decide di fondare un partito insieme a un filosofo esistenzialista a cui aderiscono più che altro skinhead nazi-comunisti. Il progetto è un fallimento, ma da intellettuale non ha più bisogno dei salotti e degli agi dei ricchi. Vuole fare qualcosa, cambiare il "sistema" imposto dagli oligarchi. Non ci riuscirà. Ma poco vale alla fine di questa vita degna di un vero romanzo russo.

Quando era giovane, smarrito a New York come poteva esserlo solo un povero esule russo, in un quaderno segreto che riempiva d'inchiostro notte e giorno - e che poi avrebbe pubblicato sotto il titolo di "Diario di un fallito" - Limonov aveva sempre confessato il timore di morire senza che nessuno si accorgesse della sua esistenza: "Un piccolo scrittore sconosciuto del XX secolo.. forse investito da un automobilista anonimo", scriveva. Ebbene il tempo e il suo indiscusso talento gli hanno dimostrato quanto si sbagliava. Oggi tutti i giornali del mondo riportano la notizia della sua morte. E anche chi non lo aveva mai sentito nominare prima d'ora, finirà per imbattersi nelle foto che lo ritraggono con il suo broncio, avvolto nel suo vecchio cappotto militare dell'Armata Rossa. Allora si domanderà: "Chi diavolo è Eduard Limonov?". Era un poeta, era un teppista, forse era un vero bastardo. Era uno che sapeva raccontare lo strazio della vita e dell'amore più puro con la delicatezza di un bambino, le parole di un lurido depravato, e la forza di un dio.

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