Afghanistan in fiamme

Il piano di Qatar e Turchia. Così si prendono l'Afghanistan

La partita del futuro dell'Afghanistan sembra giocarsi a Doha. L'asse con la Turchia funziona, e potrebbe essere decisiva anche per l'Europa

Il piano di Qatar e Turchia. Così si prendono il futuro dell'Afghanistan

Nel "Grande Gioco" afghano, c'è uno Stato che ha assunto un ruolo da assoluto protagonista: il Qatar. Prima come sede del dialogo tra talebani e Stati Uniti, poi come base per le diplomazie internazionali che hanno abbandonato Kabul, oggi è a Doha che si gioca parte dei destini dell'Afghanistan.

Il gioco qatarino va avanti da molti anni. Come spiegato da Middle East Eye, Doha si è mossa in punta di piedi sin dal primo emirato talebano, quello precedente alla "guerra infinita" degli Stati Uniti. Una strategia complessa, passata dal mediare per lo scambio di prigionieri fino a ergersi a sede dei negoziati tra l'amministrazione di Donald Trump e gli "studenti coranici". E adesso è proprio dal Qatar che molti (a partire dai talebani) si aspettano la messa in sicurezza dell'aeroporto internazionale di Kabul, diventato il vero hub del ritiro dal Paese e della fuga di migliaia di civili. Un ruolo che, in tandem con la Turchia, potrebbe essere l'ultimo tassello del mosaico di Doha in Asia centrale.

Per la coppia Qatar-Turchia si tratta di un ulteriore segnale di condivisione delle rispettive strategie. Un legame consolidato nel corso di questi ultimi anni e che si basa non solo su basi economiche e politico-religiose (la Fratellanza musulmana) ma anche strategiche (i turchi hanno i loro uomini in Qatar dai tempi del blocco saudita contro l'emirato).

L'onda turca di Lorenzo Vita

L'asse tra i due Stati si riflette ora anche in chiave asiatica, con la Turchia che cerca di ampliare la sua influenza nell'area e con il Qatar che sa di essere diventato di nuovo fondamentale come alleato dell'Occidente per la soluzione di un nodo cruciale come quello afghano. Obiettivi cui si aggiunge anche quello meno evidente, ma altrettanto importante per i due governi, di bloccare le mosse degli Emirati Arabi Uniti, rivali strategici di entrambi i Paesi. E non a caso è Abu Dhabi a ospitare l'ex presidente afghano Ghani.

La partita dell'aeroporto potrebbe essere decisiva. I talebani da soli non sono in grado di ripristinare l'infrastruttura, tantomeno il traffico aereo. Per avere un aeroporto funzionante serve una conoscenza tecnologica che non può essere improvvisata. Ieri il ministro degli Esteri qatariota ha detto che il Paese "sta lavorando con i talebani" per riaprire lo scalo Hamid Kharzai, confermando il coordinamento con i turchi. Recep Tayyip Erdogan aveva da tempo lanciato l'idea di un presidio militare turco a Kabul per il controllo dell'aeroporto, ma la sua proposta è stata bloccata da alcuni "no" talebani e dal ritiro generale della Nato, che ha coinvolto anche Ankara. Lasciare lì pochi uomini rendeva impossibile qualsiasi tipo di missione. Ma non va sottovalutato l'incontro di mercoledì a Doha tra uno dei capi talebani, Mohamad Abbas Stanekzai, con l'ambasciatore turco in Qatar, Mustafa Kokso. Il portavoce talebano ha detto che i nuovi "padroni" di Kabul sperano che con Ankara si arrivi a "relazioni buone e durature".

Ed è un elemento che può essere utile a comprendere anche l'eventuale ruolo turco nella gestione della possibile (non certa) fuga di molti afghani via terra in direzione dell'Europa. Se la coppia Erdogan-al Thani riesce a intestarsi la mansione di interlocutore privilegiato con i talebani, è chiaro che per la Nato e per gli Stati Uniti il vero canale diplomatico e sul campo con l'Emirato potrebbero essere proprio i due Paesi mediorientali.

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