La riconciliazione possibile: una rilettura de "Il cimitero cinese" di Mario Pomilio

"Laggiù stanno per sbocciare le rose, dice il vecchio cinese, indicando il germe della speranza in quella vallata sacra di fiori, erba e tulipani". Una rilettura de "Il cimitero cinese" di Mario Pomilio

l cuore si riempie di gratitudine a vedere le immagini televisive dei medici cinesi giunti all’aeroporto di Fiumicino per aiutare l’Italia nel momento dell’emergenza sanitaria che così drammaticamente li ha colpiti per primi. Dalla caccie alle streghe dei primi momenti, siamo passati, per fortuna quasi in tutti gli italiani, a questo sentimento di accoglienza grata. Toccante poi, nella notte tra il sette e l’otto aprile, il riapparire dei colori nella citta di Wuhan, invasa da una gioia contenuta e ancora attentissima per la riapertura degli sbarramenti. In quei giorni mi è tornato in mente più volte il racconto di Mario Pomilio "Il cimitero cinese".

Narra, sia pur in diversissimo contesto, nei primi anni Cinquanta tra il Belgio e la Francia del Nord di ingiuste discriminazioni che colpiscono due ragazzi, una tedesca, Inge, uno italiano, il narratore di cui non conosciamo il nome, totalmente ignari delle colpe dei “padri”. Anzi, animati di buona volontà e amore per i popoli. Ricordo di quell’episodio del ragazzo figlio di cinesi, ma cittadino italiano, insultato violentemente sul treno dai alcuni passeggeri come se la colpa del contagio fosse sua e di tutto il suo popolo. Lui rispondeva ironico e tranquillo, come nei germi della sua cultura.

Nato a Orsogna, Chieti, il 14 gennaio 1921, Mario Pomilio si trasferisce definitivamente a Napoli dal 1949 per seguire la carriera di insegnante di scuola superiore, sempre conservando l’originale timbro di "meno napoletano degli scrittori napoletani". Muore nel 1990 nella città partenopea.

La rilettura del racconto di Mario Pomilio

Nel racconto, un perla della narrativa breve del secondo Novecento, i due giovani, conosciutisi a Bruxelles nell’ambiente universitario, decidono di intraprendere insieme un viaggio verso le rinomate spiagge della Normandia, anche per avere un poco di svago dal clima discriminatorio nei loro confronti. Quella che doveva essere una gita si rivela un transito nel dolore in terre ferite dal conflitto, abitata da gente che, più di cinque anni dopo la fine del conflitto, continua a odiare italiani e tedeschi a priori. È ancora possibile amarsi dopo quelle atrocità, si domanda Inge?

Scrive Pomilio a proposito della genesi del racconto: “Quel cimitero esiste davvero, anche se non ho incontrato il vecchio cinese che faceva il giardiniere. Però doveva esserci qualcuno, tanto il cimitero era in ordine e ben tenuto. Ricordo il momento in cui più nitidamente mi venne incontro l’idea di questo racconto: fu quando, dopo aver oltrepassato un luogo di villeggiatura molto alla moda, Paris-Plage, mi trovai di fronte ad una spiaggia di quelle tipiche del Nord, vastissime e tutta piena delle fortificazioni del famoso Vallo Atlantico, bunker elevati dai tedeschi a difesa di quelle coste. Davanti a questi bunker spettrali, quasi immodificabili nella loro sostanza di cemento scuro, grigiastro, intravidi come un personaggio femminile che poi sarebbe diventato la Inge del racconto. Mi dissi: come sarebbe bello poter ambientare qui una storia d’amore, l’incontro tra una giovane tedesca ed un giovane italiano. Il rancore nazionalistico per i soprusi commessi dall’esercito tedesco in Italia era ancora vivissimo. La mia idea del racconto, invece, prevedeva la pronunzia di una parola di riconciliazione”.

La riconciliazione è possibile soltanto dopo aver conosciuto la bellezza della cultura cinese come evidenziato nella cura del culto dei morti nel cimitero, dove i ragazzi arrivano alla fine del loro viaggio, quando sono sulla strada del ritorno per Bruxelles, scossi dai racconti di una madre che aveva avuto un ragazzo ucciso in guerra e l’altro impazzito dopo esser stato fatto prigioniero. Le parole di estrema saggezza e dignità dell’anziano custode, rimasto a vegliare quei suoi compagni morti da ausiliari nella Prima Guerra Mondiale per oltre trent’anni, hanno come correlativo la bellezza dei fiori che ornano il campo, una oasi di pietas tra le bellezze naturali della Normandia e l’ombra torva dei bunker di guerra.

Laggiù stanno per sbocciare le rose, dice il vecchio cinese, indicando il germe della speranza, in quella vallata sacra di fiori, erba e tulipani. Guardava i ragazzi con dolcezza, “il sigillo di un’antica dignità”. Alla domanda se odiava i nemici che avevano ucciso i suoi compagni, risponde di no; è stata la guerra, “anche di loro ne ho visti morire tanti”. Inge non riesce a trattenere le lacrime a queste parole e scoppia in un pianto liberatorio, di fronte al culto della bellezza e dei morti del cimitero cinese, sigillato dal bacio, reale e simbolico della possibile riconciliazione tra i popoli: “tutt’ad un tratto si strinse a me, e le sue labbra, dolcissime e ferme, si serrarono contro le mie”.

(Fabio Pierangeli - L’autore è docente di letteratura italiana all’Università di Roma Tor Vergata)

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