Riconoscere la Palestina? La strada è ancora lunga

Si può riconoscere, come ha fatto la Svezia, uno Stato che vuole ancora la distruzione del suo vicino?

Riconoscere la Palestina? La strada è ancora lunga

Sono maturi i tempi per riconoscere lo Stato Palestinese? La questione divide ancora molti Paesi europei e la posizione dell’Unione non è più univoca. Dopo la decisione unilaterale della Svezia, che ha riconosciuto ufficialmente la Palestina facendo esplodere una crisi diplomatica con Israele, molti esponenti dei governi dell’Ue (guarda caso di centrosinistra) hanno gettato la maschera sulle loro reali intenzioni.

“Non è un atto simbolico, è un riconoscimento da fare per ragioni politiche”, ha detto il nostro responsabile degli Esteri Paolo Gentiloni quando ha preso parte al suo primo consiglio dei ministri degli esteri a Bruxelles. “Abbiamo bisogno di costruire uno stato palestinese che possa vivere in pace accanto a Israele”, gli ha fatto eco Federica Mogherini, alto rappresentante degli affari esteri Ue.

Il cambio di passo è stato accolto con gioia e soddisfazione dai leader palestinesi, i quali sono ora convinti che l’Europa tenti di forzare la mano alla destra israeliana perché teme che la soluzione dei due Stati non sia più realizzabile. E le recenti iniziative, seppur simboliche, in favore del riconoscimento della Palestina approvate dai parlamenti di Spagna, Gran Bretagna, Irlanda e Belgio confermerebbero questa tendenza. Ma è davvero l’ultima chance? E a quale prezzo? Israele è convinta che i palestinesi, sentendo il vento europeo in poppa, siano ora meno disponibili a tornare al tavolo dei negoziati e a trattare. In questo modo, dicono a Gerusalemme, si rischia di aprire la porta a richieste irrealistiche. Resta inoltre tutto da sbrogliare il nodo di Gaza, tutt’ora governata dagli estremisti di Hamas.

Si può riconoscere, come ha fatto la Svezia, uno Stato che vuole ancora la distruzione del suo vicino? Per quanto sia da disapprovare la politica di espansione delle colonie ebraiche nei territori occupati, resta il fatto che le periodiche piogge di razzi sulle città israeliane non sono il miglior biglietto da visita per una legittimazione internazionale. Certo, in Europa sono tutti convinti che a governare il nuovo stato possa essere il vecchio leader dell’Anp Mahmoud Abbas. Prima, però, deve conquistarsi il consenso a Gaza, già di per sé impresa non facile. Poi dovrà riuscire a tenere a freno gli integralisti, impresa che non gli è mai riuscita.

Di fronte a questo scenario appare perciò temerario procedere a un riconoscimento sic et simpliciter. La Germania ha subito provveduto a riportare con i piedi per terra i fan del nuovo Stato. “Un riconoscimento unilaterale non ci porta avanti sulla strada della soluzione dei due Stati”, ha sostenuto Angela Merkel. E il ministro Gentiloni ha corretto il tiro. “Il riconoscimento è sul tavolo, ma non è il momento più opportuno. Quella dell’Italia è la posizione di tutti i governi europei, tranne della Svezia”. Per fortuna.​

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