"Se arrivano gli zombie ci estinguiamo in sei mesi"

L'Università di Leicester ha studiato le prospettive dell'umanità in caso di attacco dei morti viventi: in cento giorni siamo fritti, in sei mesi totalmente estinti. C'è solo una chance: ritornare a vivere nella natura

"Se arrivano gli zombie ci estinguiamo in sei mesi"

Se arrivassero gli zombie, all’umanità non resterebbero nemmeno sei mesi di sopravvivenza. Altro che The Walking Dead, Z-Nation o l’intera filmografia di Romero. Nessuna speranza di redenzione, né di salvezza, né di riscatto e nemmeno di convivenza. E si tratta né film e nemmeno di una nuova e terrificante serie tv ma si tratta di una ricerca dell’Università di Leicester, in Inghilterra.

Già si fa fatica a credere che un’istituzione accademica abbia potuto dedicare tempo e risorse a una ricerca come quella sulle chance di sopravvivenza della razza umana in caso di attacco zombie. Eppure i risultati dello studio inglese rappresentano la notizia del giorno, su tutti i media britannici, dai tabloid fino ai quotidiani più azzimati.

Lo studio restituisce un quadro più truce di quello cui c’hanno abituato i film degli anni ’70 e ’80. Come tristemente ci fa sapere (tra gli altri) l'Independent, gli uomini si estingueranno in sei mesi. Agli zombie basteranno tre mesi, suppergiù cento giorni, per decimare gli umani. Ne rimarranno trecento, e per quanto “giovani e forti” (citando La Spigolatrice di Sapri sull’impresa falllita di Carlo Pisacane) saranno presto “morti”. Anche se dovessero sopravvivere in comunità (stime massime, nove mesi) non riuscirebbero a ripopolare il pianeta. Finirebbero mangiati prima, o uccisi dalle malattie, dal freddo, dalla natura.

Ci trasformeremo tutti, dunque, in orridi mostri ciacolanti? Non c’è speranza? Forse una sola. Se imparassimo (di nuovo) a vivere all’aria aperta potremmo avere qualche possibilità di sfangarla dall’attacco degli zombie. Dovesse salvarsi una comunità di indigeni, oppure di esperti di tecniche di sopravvivenza, ai morti viventi occorrerebbero mille giorni per farci tutti fuori. Oppure, cosa che secondo gli studiosi di Leicester è più probabile, le comunità ben difese e riorganizzate riuscirebbero in venticinque anni a riscattare le umane spemi.

Quella del morto vivente è la più recente ossessione dell’immaginario collettivo ai tempi del web. Eppure la figura fantastica dello zombi nasce totalmente differente da quella che ne ha consacrato il successo cinematografico e letterario. Gli zombi del vudù erano sì dei revenants, dei morti che tornano ma perché chiamati in vita dai terrificanti bokor (gli stregoni malefici della tradizione di Haiti) o per vendetta o più spesso per mera speculazione economica, per avere lavoratori da sfruttare in cambio di un piatto di banane bollite (la stessa tradizione haitiana avverte di non offrire mai cibi saporiti agli zombi, se no poi gli torna il sale in zucca, ricordano chi sono e tornano a casa lasciando sguarnite le piantagioni).

Ma oggi lo zombi è massa informe di carni cannibali senza emozioni, senza intelligenza e senza vita e che fa immensamente paura. In rete brulicano decine e decine di siti, gruppi e forum in cui si discute di una (presuntissima) minaccia zombie. Fioriscono guide di sopravvivenza all’apocalisse zombie, si scaricano quotidianamente tonnellate di megabytes su come sconfiggere l’assalto. Ci credono in tanti e adducono anche argomenti scientifici a motivare le loro notti insonni. Tutto uguale (o quasi) alla fine del mondo annunciata e poi "saltata" quattro anni fa. Una volta passata la paranoia del 21 dicembre 2012 (ricordate quei menagramo dei Maya?) è la volta degli zombie. Chissà quale mostro, bestia, spettro, diavolaccio, sarà il prossimo a turbare le notti di scienziati e complottisti.