L'arma "segreta" di Erdogan: così può scatenare la flotta

Pubblichiamo, per gentile concessione dell'editore, un estratto del libro "L'onda turca. Il risveglio di Ankara nel Mediterraneo allargato" di Lorenzo Vita

L'arma "segreta" di Erdogan: così può scatenare la flotta

La Turchia non ha mai negato il desiderio di avere a disposizione mezzi navali in grado di trasportare i propri aerei nei teatri operativi in cui è coinvolta. Uno strumento che renderebbe sicuramente più semplice la possibilità per la Mezzaluna di sfidare le potenze rivali del Mediterraneo orientale e del Medio Oriente, ma che serve a Erdoğan soprattutto come sfoggio di potenza e come un mezzo per quella che qualcuno chiama “naval suasion”, cioè esibizione di forza come deterrente. Per tutti questi motivi – oltre al fatto che la Turchia sarebbe una delle poche potenze Nato ad avere un’unità del genere a disposizione della propria flotta – avere una portaerei è così inevitabilmente un passaggio fondamentale di tutto il programma navale di Ankara.

Erdoğan non ha mai avuto dubbi sull’importanza di avere una portaerei. E la conferma delle volontà del leader turco di dotare la sua Marina di tali navi è arrivata proprio dalla Difesa di Ankara, che ha dato il via a ben due progetti per la costruzione di unità d’assalto anfibio che possono ospitare mezzi aerei. L’idea della Marina turca era – ed è tuttora nonostante incidenti di percorso e priorità che cambiano – quella di avere due navi gemelle, Anadolu e Trakya, entrambe Landing Helicopter Dock derivanti dalla spagnola Juan Carlos I. Una scelta sicuramente molto ambiziosa, date le basi finanziarie e strategiche di Ankara, ma che adesso si trova a dover affrontare un problema di importanza capitale.

L’idea di costruire queste due navi partiva infatti da un presupposto estremamente chiaro, e cioè che su queste navi fossero poi imbarcati gli F-35. Questo presupposto però, a sua volta, partiva da un altro assioma: che i rapporti tra Ankara e Washington si mantenessero buoni – pur con delle evidenti divergenze – senza che andassero a intaccare la partecipazione del Paese al programma dei nuovi caccia. Le cose, invece, hanno preso una piega molto diversa rispetto ai piani iniziali dei turchi e degli stessi americani. Gli Stati Uniti, per vendicarsi della scelta di acquisire l’S-400 russo e per dimostrare lo scontento nei confronti delle varie decisioni turche, hanno bloccato la fornitura degli aerei costringendo Ankara a rivedere i suoi piani per quanto riguarda Anadolu e Trakya.

L’ipotesi di acquisire i caccia al di fuori dall’ambito Nato – ovvero da Cina o Russia – oppure addirittura l’idea di avviare un programma nazionale sembrano decisamente fuori dalla portata turca. Soprattutto se l’obiettivo è quello di rendere la prima portaerei perfettamente operativa già nei prossimi anni. Proprio per questo motivo, almeno nell’immediato, tutto lascia presagire che Anadolu venga equipaggiata con elicotteri d’assalto e soprattutto con i droni armati di fabbricazione turca. Una delle armi più temibili dell’arsenale di Erdoğan e che ha già mostrato le sue capacità non solo in Libia ma anche nel Nagorno Karabakh e prima ancora in Siria.

I problemi nella realizzazione e messa in servizio della portaerei Anadolu ci forniscono un quadro complessivo abbastanza chiaro sui rischi insiti in questo processo di riarmo navale turco. Rischi soprattutto legati alle capacità del potere politico di concretizzare le proprie ambizioni senza ritrovarsi in un difficile isolamento internazionale. La portaerei era destinata a essere l’immagine migliore del completamento di un’opera di rigenerazione che dovrebbe terminare con il centenario della Repubblica. La Marina turca, affondata dopo la caduta dell’Impero ottomano, riemergeva così dopo un lento processo di ricostruzione fino ad avere una portaerei come le grandi flotte del mondo.

Ma questa prima portaerei nasceva anche in un momento diverso, come il punto di arrivo di una concomitanza di almeno due fattori: stabilità finanziaria e stabilità dei rapporti con gli Stati Uniti. La scelta di modificare i propri parametri di riferimento geopolitici – spostando il baricentro della politica estera verso una netta autonomia strategica e rinsaldando i legami con Cina e Russia – ha cambiato l’approccio dell’Occidente verso la Turchia. Ed è del tutto evidente che una marina interna alla Nato non possa tralasciare i buoni rapporti con gli alleati. Oppure, se lo fa, accetta opportunità ma anche rischi di un tale distacco strategico.

Corollario di questa difficile condizione di Ankara è che il progressivo sganciamento dall’Occidente ha portato finora a tre effetti negativi proprio sul settore navale: ha reso più difficile ottenere accordi di natura militare; ha fatto sì che l’America iniziasse a bloccare segretamente la cessione di armi verso la Turchia; e, infine, ha reso impossibile per Ankara avere gli aerei per possedere una portaerei efficiente nell’ambito della Nato. Questo chiaramente impone delle riflessioni sulla necessità da parte della Turchia di mantenere ancora dei buoni rapporti con gli Stati Uniti e gli alleati occidentali. Come spiegato da Ryan Gingeras, professore presso la Naval Postgraduate School e uno dei massimi esperti di Turchia, «se la Marina turca possa veramente operare indipendentemente dai suoi alleati è ancora un’altra domanda senza risposta. Con gran parte della sua flotta composta da nuove piattaforme e tecnologie testate in modo limitato, resta da vedere quanto le navi turche possano sostenere lunghi dispiegamenti o operazioni di combattimento completamente da sole. Per questo motivo, gli esperti valutano ancora la Marina turca come una forza essenzialmente litoranea».

Questo esempio serve a far capire la complessa strategia messa in atto dalla Turchia, che è un gioco non privo di rischi anche molto elevati. Erdoğan ha voluto costruire le premesse per un progressivo isolamento di Ankara nel contesto del Mediterraneo a guida euro-americana. Ma allo stesso tempo è stato proprio il leader turco a fare intendere di non essere lui l’artefice di questo nuovo corso, aprendo anche spiragli (violenti) di comunicazione con gli Usa.

Il risultato però è molto aleatorio e, finora, sotto gli occhi di tutti. La Turchia può ambire a essere una potenza autonoma e a farlo anche attraverso lo sfoggio di una politica tutto sommato muscolare. Ma una progressiva militarizzazione della politica estera e una forte propulsione verso il Mediterraneo rischiano di scontrarsi contro un muro che può comportare conseguenze gravissime sia sotto il profilo economico che strategico. Una scommessa pericolosa che, per adesso, ha prodotto risultati magari vantaggiosi sul brevissimo termine, ma che può essere il vero limite per l’esplosione della Turchia come potenza che incida davvero in futuro in tutta l’area del Levante.

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