Jihadisti, censura e islamismo: Erdogan non può darci lezioni

Un report pubblicato da un think-tank turco legato agli islamisti dell'Akp accusa le destre europee di islamofobia, ma intanto la Turchia è tra i Paesi peggiori al mondo per quanto riguarda i diritti umani

Jihadisti, censura e islamismo: Erdogan non può darci lezioni

La Turchia accusa ilGiornale di islamofobia. Un think-tank turco legato al partito islamista Akp e a Recep Tayyip Erdogan ha pubblicato un report di 848 pagine dal titolo European Islamophobia 2018, un titolone col quale vengono introdotti una serie di resoconti, Paese per Paese, sul presunto dilagare dell’islamofobia in Europa. Piccolo particolare, il report è stato finanziato con fondi dell’Ue quindi, in poche parole, con i nostri soldi.

Lo si legge a chiare lettere nella seconda pagina introduttiva: “Questa pubblicazione è stata prodotta con il supporto finanziario dell’Unione europea…”.

Un’Unione europea ben attenta a prendere preventivamente le distanze dal contenuto del report: "…Il contenuto è prettamente sotto la responsabilità dei rispettivi autori dei report nazionali and non riflettono necessariamente la visione dell’Unione Europea e del Ministero degli Affari Esteri dell’Ue".

Una pubblicazione non molto sofisticata, dai contenuti quanto meno discutibili. Con una parvenza di formalismo accademico che già all’indice in terza pagina decade nell’attivismo politico con un “Ucraina e Crimea occupata”. Quando poi ci si addentra nei contenuti appare evidente, al di là dell’ovvia e sistematica retorica anti-destre, come il termine “islamofobia” diventi un gran calderone che mescola concetti ben distinti come “Islam” e “islamismo” e persino il fenomeno migratorio, tutto in chiave anti-sovranista ovviamente.

La parte italiana, curata da Alfredo Alietti e Dario Padovan, esordisce così: "Il clima xenofobo e anti-Islam alimentato dai tradizionali attori politici della destra, Lega Nord e Fratelli d’Italia, dei movimenti di estrema destra (Casa Pound a Forza Nuova) e dai settori più conservatori dei mass-media, come ad esempio Il Giornale, ha avuto effetti molto negativi a livello sociale legittimando comportamenti di stampo razzista. Si sono accresciuti sia al Nord che al Sud gli attacchi fisici e verbali nei confronti dei migranti, richiedenti asilo, rifugiati e cittadini musulmani fino ad arrivare ad eventi drammatici quali il ferimento di sei migranti nigeriani a Macerata il 3 febbraio e l’omicidio di un venditore ambulante senegalese a Firenze, Idy Diene di 54 anni, il 5 marzo”.

Insomma, secondo quanto decifrabile nel paragrafo sopra citato, vi sarebbe un collegamento tra “clima xenofobo e anti-Islam” alimentato (secondo gli autori) da vari attori tra cui ilGiornale e una serie di atti violenti nei confronti di immigrati e musulmani. Purtroppo non risulta chiaro in base a quali parametri oggettivi si sia giunti a tale affermazione. Alietti e Padovan si spingono poi oltre, indicando addirittura un incremento degli atti di violenza, ma anche qui non si capisce in base a quali indicatori si possa giungere a una conclusione del genere.

Del resto sono loro stessi a pagina 4 ad affermare che in Italia non esistono dati ufficiali provenienti da istituzioni o pubblici uffici e dunque le informazioni devono essere reperite da Ong o “movimenti anti-fascisti” come “Cronache di ordinario razzismo”. Insomma, non i migliori presupposti per una ricerca scientifica con tanto di finanziamento dell’UE.

Vi sarebbe molto altro da aggiungere sul contenuto della ricerca, ma l’aspetto ancor più assurdo è che il think-tank che ha prodotto la ricerca, il Seta, noto anche come Foundation for Political, Economic and Social Research, nonostante la sua pretesa di essere “super-partes”, è stato più volte indicato come think-tank del partito islamista turco AKP e di Erdogan.

La Turchia farebbe bene a tacere

A questo punto verrebbe da chiedersi per quale motivo l’Ue avrebbe deciso di finanziare una ricerca sull’”islamofobia in Europa” curata da un think-tank legato a Erdogan, ma soprattutto non si può proprio fare a meno di sottolineare come la Turchia di Erdogan non abbia proprio niente da insegnare, né all’Italia e né a nessun altro paese occidentale.

Narrare dettagliatamente tutti gli episodi di intolleranza e violenza che hanno coinvolto la Turchia a guida Akp richiederebbe un’opera apposita, ma vale la pena ricordarne alcuni, a partire dalla persecuzione di quei giornalisti che hanno osato criticare l’esecutivo e il presidente, come Can Dundar, ex direttore del quotidiano di opposizione Cumhuriyet, arrestato nel 2015 insieme al collega Erdem Gül con l’accusa di spionaggio e divulgazione di segreti di Stato. La colpa, aver scoperto un carico di armi inviato dai servizi turchi ai jihadisti in Siria. Il 6 maggio 2016 Dundar sfuggiva a un tentativo di omicidio proprio di fronte al Tribunale di Istanbul e vive oggi in esilio all’estero. Dundar non esitò a definire la Turchia “la più grande prigione per giornalisti al mondo”. Del resto i dati del Committee to Protect Journalists per quanto riguarda la Turchia sono più che eloquenti e consultabili qui.

Lo scorso maggio la European Federation of Journalists aveva scritto una lettera a Erdogan per chiedere giustizia in seguito alle aggressioni subite da Yavuz Selim Demirag e Idris Ozyol. Sei degli aggressori venivano fermati e rilasciati dopo poco. Ci sono poi i numerosi arresti, le aggressioni e le intimidazioni nei confronti di quei giornalisti che si sono occupati di documentare l’invasione turca in territorio siriano del mese scorso.

Una Turchia che se da un lato affermava di voler combattere l’Isis, dall’altra riforniva i jihadisti anti-Assad e li curava nei propri ospedali, in territorio turco.

Che dire poi delle agghiaccianti scene provenienti dall’interno di una moschea turca in Austria, scene nelle quali si vedono minorenni vestiti da militari che si improvvisano martiri con delle bandiere turche e che marciano per la sala di preghiera con modalità che ricordano certe parate dittatoriali di stampo mediorientale che mai si vorrebbero vedere in Europa. Nel “luogo di culto” vi era inoltre la presenza di ragazzine minorenni vestite di bianco, anche loro in modalità martiri.

Del resto era stato proprio Erdogan tre mesi prima a glorificare il martirio dei minorenni, dicendo a una bambina di soli sei anni in lacrime che “se fosse diventata una martire l’avrebbero avvolta in una bandiera turca, Allah volendo”.

In seguito alle scene, documentate dal sito “Clarion Project”, il governo austriaco aveva comunicato la chiusura di sette moschee gestite dalla turca ATIB. Ovviamente la Turchia aveva immediatamente accusato l’Austria di “razzismo” tramite il portavoce di Erdogan, Ibrahim Kalin: "Questo è il frutto dell'ondata anti-islamica, razzista, discriminatoria e populista nel Paese".

Una retorica guarda caso del tutto simile a quella presente nelle 848 pagine di report sull’Islamofobia in Europa.

Una cosa è certa, la

Turchia farebbe bene a pensare ai problemi di casa propria prima di avventurarsi in discutibilissime “ricerche” mentre l’Unione Europea farebbe bene ad esaminare attentamente i propri interlocutori prima di elargire fondi.

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