Il morbo ideologico che "salva" le Br

Nel nuovo film di Marco Bellocchio sono tutti colpevoli. Tranne i veri assassini

Il morbo ideologico che "salva" le Br

Leonardo Sciascia nel 1978 decise di pubblicare un velenoso libretto sull'«affaire Moro». Da quel momento l'«affaire» si è trasformato nel più rappresentato fra i tanti misteri - veri, verosimili ma perlopiù immaginari - dell'Italia repubblicana. Cinque processi. Due commissioni parlamentari. Ricostruzioni storiche. Inchieste giornalistiche. Varie pellicole. Un'infinità di versioni dei fatti. La mattanza del 16 marzo 1978, oltre alla successiva prigionia e condanna a morte di Aldo Moro (e tutto quello che ne conseguì, di buono o cattivo) è diventato un «caso». Anzi, a essere precisi, come aveva intuito Sciascia, un «affaire».

L'ultima puntata della mitologia (non della storia) del rapimento e dell'uccisione del politico italiano più rappresentativo è andata in onda con la trasmissione su Raiuno di Esterno notte di Marco Bellocchio. Si tratta di un lungometraggio suddiviso in due parti, uscito dopo la presentazione nel maggio scorso al Festival di Cannes. Gli incassi non sono stati strepitosi (700mila euro complessivi). Al contrario della fanfara critico-mediatica, ricca di sviolinate spesso dai toni elegiaci. Sulle qualità formali del prodotto c'è poco da dire. Bellocchio - classe 1939 - è un regista di notevole mestiere. Anzi, col trascorrere del tempo il suo lavoro è sensibilmente migliorato. A metà carriera era volutamente sprofondato nel vuoto psicoanalitico. Per fortuna ha trovato la forza di tornare a galla. In precedenza, il regista aveva dedicato all'«affaire Moro» il lungometraggio Buongiorno, notte (2003), trovando ispirazione nella ricostruzione degli eventi operata dalla brigatista Anna Laura Braghetti. Ambientazione teatrale, claustrofobica come la prigionia. Opera tutto sommato ben realizzata, storicamente assai vaga. Con una grave caduta di stile, imperdonabile: la seduta nella quale si domanda allo «spirito di Bernardo» di indicare il nascondiglio, e quello c'azzecca: Gradoli! Nel finale viene suggerito il colpevole della morte di Moro: il partito dell'intransigenza, incarnato dai democristiani Giovanni Leone, Giulio Andreotti e Francesco Cossiga.

In Esterno notte la staticità della prigione è abbandonata, sostituita dalla movimentata agitazione dei palazzi della politica. Lo schema di fondo - la lettura storica degli avvenimenti - è che Moro sia stato ucciso per via del «compromesso storico». I democristiani contrari all'accordo si fregano le mani. Non cedendo alla trattativa, preparavano la trappola perfetta. Con una sola esca avrebbero contrastato efficacemente l'avanzata comunista e, al contempo, smantellato la galassia terrorista. Sul piano della ricostruzione storica tutto ciò regge? Nemmeno per sogno. Il «compromesso storico» con la morte di Moro non c'entra nulla. Non infastidiva gli americani. Né i sovietici. L'Italia era un Paese a «sovranità limitata». La «guerra fredda» l'aveva relegata nel blocco atlantico. E lì sarebbe rimasta. Come l'Ungheria e la Cecoslovacchia, sottoposte al controllo sovietico.

Al di là delle tante (troppe) interpretazioni contrastanti, senza dimenticare ovviamente le ombre, almeno su un punto si dovrebbe concordare. Moro venne ucciso dalle Brigate Rosse. Il brigatismo è il frutto avvelenato di quanti, dal 1968 in poi, si sono ritenuti depositari della tradizione marxista-leninista, ergendosi a guardia armata della classe operaia. Il partito di governo, senza ombra di dubbio sottovalutò il pericolo. Fece poco o nulla per contrastarlo sul nascere. Lo stesso errore venne commesso dall'opposizione comunista. Invece in Esterno notte la responsabilità della morte di Moro è imputata alla spregiudicatezza e al cinismo degli uomini politici di punta della Dc. La stessa versione si trova nella serie tv Romanzo criminale. I malavitosi romani riescono a sapere dove si trova il nascondiglio. I servizi segreti per ordini superiori non usano l'informazione. L'accostamento è imbarazzante. Ma Bellocchio fornisce la stessa versione dei fatti.

Bellocchio in gioventù contrasse il morbo ideologico della sinistra sessantottina. Lo riversò, anche in salsa cinese, nella sua opera. L'ha solo messo in soffitta per un po', inseguendo la spirale vorticosa della psiche e della sessualità. In vecchiaia il morbo è riemerso. Il regista, dopo l'eskimo, la giacca cinese, l'abito dello psicanalista spregiudicato, ha indossato i panni borghesi del pedagogo. Però di parte. In Esterno notte ridicolizza la figura di Paolo VI, impegnato a chiudere aiuto a Dio per salvare l'amico fraterno di gioventù (punendosi), e a condurre sottotraccia una «trattativa» con i rapitori, ammucchiando ingenti palate del necessario «sterco del demonio». Ma il vero artefice della «trattativa» per liberare Moro fu Bettino Craxi. Che naturalmente appare di sfuggita, perché Craxi è l'icona del male della sinistra italiana. I democristiani escono distrutti dalla rappresentazione; i comunisti invece sono messi al riparo dalla quasi totale assenza.

Il regista ha dichiarato che non voleva fare un film storico. Purtroppo, il suo è un film storico, e con la storia deve fare i conti. Ed è una storia fasulla. L'Italia monarchica e fascista andò in frantumi l'8 settembre 1943. Quella repubblicana rischiò di disintegrarsi dopo il 16 marzo 1978. Fortunatamente il sistema resse l'onda d'urto.

Ma di questa storia, ormai largamente condivisa da quanti hanno cercato di studiare quegli anni senza pregiudizi o paraocchi ideologici, nell'opera di Bellocchio non vi è alcuna traccia. Nei film spesso si trova all'inizio una scritta: «riferimenti a fatti storici e a personaggi realmente esistiti, devono considerarsi puramente causali». Appunto!

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