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"Musica da camera orgoglio italiano"

Il grande violinista Kavakos: "Piccole e medie realtà di pregio"

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È il greco Leonidas Kavakos, nella top 5 dei maggiori violinisti viventi, a ricordarci che l'Italia vanta una quantità impressionante di stagioni di musica da camera, dunque con solisti, trii, quartetti, quintetti. «Non vi sono paragoni in Europa, compresa la Germania», spiega Kavakos. Germania compresa? E dire che è la mecca della musica: orchestre ovunque, scuole di alta formazione invidiate in tutto il mondo, e puntualmente vi insegnano musicisti tricolore, culla dei Berliner Philarmoniker e di potenti case discografiche, di agenzie di management che sono macchine da guerra. In Germania c'è una filiera musicale completa e specializzata: persino chi cura le pubbliche relazioni ha una formazione, e non solo una passione, musicale. Eppure a Berlino, come a Vienna, prosegue Kavakos, «non trovi stagioni cameristiche come le vostre, diffuse su tutto il territorio dai capoluoghi ai piccoli centri. Quando seppi che nella piccola Monfalcone riuscivano ad avere migliaia di abbonati, rimasi stupefatto».

Kavakos, atteso nei prossimi mesi a Milano, Vicenza, Roma e Napoli, dall'alto di un'attività internazionale e ultratrentennale (è nato ad Atene nel 1967) ci fa riflettere sul fatto che anche in campo culturale siamo il Paese di micro, piccole e medie imprese. Del resto, al di là del gigante Scala, 1000 dipendenti, 120 milioni il bilancio, 250 alzate di sipario l'anno, e del festival all'Arena di Verona, una cinquantina di serate per 400mila spettatori, siamo la terra di boutique musicali dai piccoli numeri. Terra di festival - per rimanere in area estate, quando tacciono le stagioni - come quello in corso nel senese, nella Tenuta di Argiano, dedicato alla musica barocca e con impaginati raffinati (li cura Antonio Artese), o come quello nella Val di Sole in omaggio a Benedetti Michelangeli, o l'Amiata Piano Festival, il Rossini Opera Festival (13mila presenze), il Festival Verdi di Parma (26mila presenze). E via discorrendo. Siamo la culla di piccoli o medi festival e stagioni di musica, realtà in parte rappresentate dall'Aiam (Associazione italiana attività musicali) e che grazie a una presenza capillare offrono il nutrimento quotidiano a chi ama la musica, divulgano e fanno cultura ovunque. Le realtà più piccole fungono inoltre da palestra per i giovani, rampe di lancio di musicisti che dopo la fase di rodaggio approdano a istituzioni con blasone. Queste realtà offrono menu da ristoranti stellati, al Festival Michelangeli della Val di Sole tra gli ospiti c'era Grigorij Sokolov, artista che di lì qualche giorno ha poi tenuto un recital a Salisburgo, così come il Festival di Merano ha in cartellone interpreti come Daniil Trifonov e Anne-Sophie Mutter.

E poi non dimentichiamo che la musica da camera, spiega Kavakos, «è la summa della musica, l'essenza. Pensiamo al Beethoven autore di Sinfonie: prima le suonò tutte al pianoforte. La musica da camera allena a meditare, affina la capacità di concentrazione. In tal senso, la musica da camera supera l'opera lirica che rifacendosi a una storia aiuta a seguire il filo del discorso senza dover compiere grandi sforzi. La musica pura invece chiede molto di più all'ascoltatore. Quando ascolti una sonata o un trio la mente si apre, viaggia in autonomia. Sono in voga varie forme di meditazione orientale, ma noi europei avremmo già tutto in casa». Viceversa è proprio l'Oriente a osservarci con voracità, perché «in quasi tutte la famiglie coreane c'è chi studia uno strumento musicale. Per non parlare delle sale da concerto cinesi: ampie, belle e con acustica di ultima generazione. L'Europa deve proteggere e comunicare la grandezza del proprio patrimonio artistico, e noi musicisti dobbiamo divulgarlo: senza scendere a patti, però. Per esempio non bisogna smembrare i pezzi solo perché si è abbassata la soglia dell'attenzione. Non puoi offrire solo un movimento di sonata o concerto perché temi che nella sua interezza non verrebbe assimilato».

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