Inutile negare che i social network abbiano un profondo impatto (anche) sulla radio. È un impatto di due tipi. Il primo, quello meno proficuo e creativo, riguarda gli argomenti trattati dagli speaker, troppo spesso copiaincollati dalle tendenze social. È un sintomo di pigrizia che toglie originalità alla radio e, soprattutto, la priva della sua unicità nel confronto con altri media. Il secondo si realizza nell'assorbimento all'interno delle playlist di brani diventati virali altrove, specialmente su TikTok. Ultimamente è accaduto con Soltero di Leonardo De Andreis e con lo scorrettissimo Tony Pitony, (600 mila ascoltatori mensili e 17 milioni di stream su Spotify), ma, andando indietro nel tempo recente, gli esempi sono molti di più. È un ruolo prestigioso perché conferma alla radio il potere di «legittimazione» dei successi nati o individuati altrove. Non è qualcosa di inedito poiché, non essendo generalmente produttrice di musica, la radio ha sempre contribuito a diffondere musica nata altrove.
Però è la certificazione che questo è il primo «traditional media» ad adattarsi con intelligenza al nuovo ecosistema musicale, drasticamente e imprevedibilmente cambiato negli ultimi anni. Non a caso la radio in un secolo ha sempre dimostrato di essere il meno conservatore tra tutti i mezzi di comunicazione e, di conseguenza, si rivela quello che sta affrontando meglio la nuova fase.