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"I giovani orchestrali sono più curiosi di altri coetanei"

Il direttore Antonio Pappano dirigerà stasera al Festival Pianistico di Bergamo e domani al Maggio Musicale Fiorentino

"I giovani orchestrali sono più curiosi di altri coetanei"
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L'Orchestra Giovanile Italiana, sbocciata nel 1984 nella Scuola di Musica di Fiesole, ha formato oltre duemila musicisti oggi presenti nelle orchestre e negli ensemble di tutto il mondo. Primo progetto strutturato di formazione orchestrale in Italia, punta a rilanciarsi coinvolgendo grandi direttori d'orchestra su impulso della sovrintendente Anna Maria Meo. Giovedì scorso 21 maggio, nella Villa di Maiano sulle colline di Fiesole set di Camera con vista e Un tè con Mussolini una cena di fundraising ha riunito sostenitori e musicisti con ospite d'onore Antonio Pappano. Il direttore italo-britannico, oggi alla guida della London Symphony Orchestra dopo ventidue anni al Covent Garden e diciotto a Santa Cecilia, sta lavorando in queste settimane con i giovani dell'Ogi: oggi, sabato 23 maggio, dirigerà al Festival Pianistico di Bergamo e domenica al Maggio Musicale Fiorentino.

Come si sta senza la quotidianità di un teatro d'opera?

«È una vita diversa da quella che immaginavo. Pensavo di alleggerire il ritmo dopo il Covent Garden, invece la London Symphony è un impegno intensissimo. Siamo continuamente in tournée e sto studiando molto repertorio nuovo, soprattutto britannico».

L'opera non le manca?

«No, continuo a farla. A gennaio ho Il crepuscolo degli dei e La Gioconda. Diciamo che ho sempre avuto un lato un po' sadomasochista. Mio padre mi diceva: Ma sempre 'sti funerali».

Come nasce il lavoro con l'Orchestra Giovanile Italiana?

«Anna Maria Meo è stata molto convincente. Ho visitato la scuola di Fiesole e mi interessava l'idea di lavorare sul futuro dei musicisti italiani».

Come trova i giovani italiani?

«Molto preparati. Sono arrivati alle prove arcipronti: note, studio, precisione. Io sto cercando di trasmettere altro: il perché delle cose, la dimensione emotiva, qualcosa che possa accompagnarli per tutta la vita».

Hanno fame?

«Sì, e mi ha colpito. In tanti giovani oggi vedo occhi un po' neutri; in questi ragazzi invece no. Sono aperti, curiosi».

E cosa riceve lei da loro?

«Uno scambio di energia. E una verifica personale: capisco se quello che racconto funziona davvero. In un certo senso è un test anche per me».

I dubbi che l'Arte impone: aumentano o diminuiscono con l'esperienza?

«I dubbi ci sono sempre. Con orchestre come la London Symphony, poi, bisogna arrivare preparatissimi. Nella musica sinfonica non ci sono parole e componente visiva, restano le idee».

Un consiglio a chi vuole intraprendere la carriera?

«Dimenticarsi del devo arrivare subito. Capire la complessità delle cose richiede tempo. Bisogna seguire maestri, osservare imparando dagli errori degli altri. Un giorno, forse, ti accorgi di essere diventato davvero un direttore».

Ammesso che l'arte si concili con le classifiche, sta di fatto che poche orchestre italiane brillano nelle classifiche internazionali.

«Tutte le orchestre possono arrivare ai 100 punti, in un momento speciale, con il direttore giusto, il repertorio giusto e le condizioni giuste. Conta l'orgoglio di un'orchestra e il lavoro quotidiano. Serve una presenza costante del direttore, incisioni, tournée, obiettivi e tappe da costruire nel tempo. Così ho lavorato a Santa Cecilia».

In Italia formiamo migliaia di musicisti, ma le orchestre restano poche e in generale le

occasioni di lavoro. Stiamo creando una fabbrica di illusioni?

«No. Se c'è talento, emerge sempre. Ma bisogna avere il coraggio di uscire dall'Italia, conoscere altre culture. Fa bene alle persone e alla musica».

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