I mondi lontanissimi di Franco Battiato, a dispetto del nome, non sono mai stati così vicini a noi. Anche a quarant'anni di distanza. Usciva, infatti, nell'aprile del 1985 il quattordicesimo album in studio dell'artista catanese. Quattordicesimo in assoluto, ma terzo dopo la grande svolta pop e il travolgente successo commerciale de La voce del padrone. E, quando si fa così bene (primo album italiano nella storia della discografia ad aver venduto più di un milione di copie) è facilissimo scivolare o dare l'idea di non aver eguagliato quel traguardo. Eppure è proprio quando tutte le metriche sono a proprio sfavore e non si può che far peggio di ciò che si è fatto prima - liberi dalle pressioni - che spesso si ottiene il meglio. E Mondi lontanissimi è un disco totalmente libero: dal compiacimento del pubblico, dall'ossessione delle hit parade (che pure ha scalato fino al terzo posto), dalle cantilene del tempo (presente e passato). Un album che prima è rimasto accartocciato tra i successi pop di inizi anni Ottanta e la
fase mistica - orizzontale e salmodiante - che principia sulla fine dello stesso decennio; poi è rimasto sepolto dal grande ritorno commerciale di metà anni Novanta dell'Imboscata e Gommalacca.
Il Battiato del 1985 è un artista maturo - ha appena compiuto quarant'anni - che mescola come un sapiente alchimista suoni elettronici, tappeti di archi, percussioni computerizzate e testi in bilico tra la fantascienza e l'immaginario borbonico-islamico. Un gioco da equilibrista sopra la rete protettiva di quel misticismo che fa da architrave a tutte le sperimentazioni sonore dell'artista siciliano.
Solo quattro tracce sono composte appositamente per l'album, le altre sono riadattamenti di canzoni già edite da Battiato stesso o per altri artisti. I pezzi contenuti nell'Lp che hanno attraversato meglio lo srotolarsi di questi quattro decenni sono molte: dalla futuristica e avvolgente No time, no space all'intimistica L'animale, dall'onirica I treni di Tozeur all'elettro pop multilingue di Chanson Egocentrique. L'esoterismo si incastona tra suoni di sintetizzatore, gorgheggi lirici, sfiatati gemiti da amplesso che si trasformano in lamenti religiosi e
avvisi di chiamate urbane urgenti della Sip. In questo lavoro, più che mai, si fondono, e a tratti si confondono, tutte le tematiche care al Battiato che era stato fino a quel momento e a quello che sarà da quel momento in poi: la tecnologia, il futuro fantascientifico e distopico, la denuncia sarcastica delle storture della modernità, le radici siciliane, mediterranee ed arabe, l'esperienza simil psiconautica alla ricerca del senso della vita. Un Battiato quasi archeofuturista, da riscoprire.
Col senno di quarant'anni dopo possiamo dire che Mondi lontanissimi è l'album che spacca a metà gli anni Ottanta del musicista, chiude la fase rutilante e inizia il ritorno all'introspezione. Due consigli d'ascolto per chi ama le tracce spiazzanti: Temporary road e Personal computer. Uno sconsiglio: la versione elettronica de Il re del mondo, perde buona parte della sua carica mistica.