La radio è un posto strano. È un altrove senza geografia: ti entra in casa e non chiede permesso, si appoggia sul tavolo della cucina mentre hai ancora le mani bagnate, ti attraversa l’auto in coda, ti raggiunge in un pomeriggio in cui avevi deciso di non pensare a niente. Poi, d’un tratto, ti costringe a pensare a tutto.
Su Rai Radio 3 arriva Nostalgia dell’assoluto, e già il titolo è una lama gentile. Nostalgia di che cosa, oggi, che siamo allenati a desiderare solo ciò che possiamo comprare e consumare in fretta? Nostalgia dell’assoluto significa nostalgia di una misura che non si piega, di una verità che non dipende dal numero di like, di un tempo che non sia soltanto cronometro. Tarkovskij lo sapeva: il cinema è la forma più vicina alla preghiera quando smette di raccontare e comincia a respirare. E infatti lui non girava film: scolpiva il tempo.
La Cappella Paolina del Quirinale, con la sua solennità che non è scenografia ma disciplina, è il luogo perfetto per questa operazione. Non perché sia “bella”, ma perché ti mette in riga. Ti ricorda che il sacro non è un tema, è un’intonazione. E su quell’intonazione il Duo Gazzana fa una cosa apparentemente semplice e invece rarissima: toglie tutto ciò che è decorazione, per lasciare la sostanza nuda.
Natascia al violino, Raffaella al pianoforte. Due sorelle: e questa è già una storia, perché la sorellanza è una delle ultime forme di fedeltà non contrattuale rimaste al mondo. Suonano Bach e sembra un ritorno a casa, ma una casa severa, senza soprammobili. L’Adagio ma non tanto, la Sarabanda, il Largo: Bach non consola, ordina. Ti rimette in asse. E Tarkovskij, che in fondo è un regista dell’asse interiore, ci sta dentro come un’ombra familiare. Non è una colonna sonora, è un’affinità di temperatura.
Poi arriva Arvo Pärt, e il tempo cambia densità. Fratres e Spiegel im Spiegel non sono “pezzi” ma stanze: entri e senti subito che il rumore del mondo è rimasto fuori, come una giacca lasciata sull’attaccapanni. Pärt ha inventato un modo di dire poco per dire l’essenziale. Tarkovskij avrebbe sorriso: anche lui cercava l’essenziale, e lo inseguiva con un rigore che oggi verrebbe scambiato per lentezza, cioè per colpa.
Busoni che rilegge Bach, Ich ruf zu dir: “io grido a te”. È un titolo che sembra scritto per questo secolo che grida ovunque e non chiama mai davvero. Qui invece la chiamata è precisa, verticale. E in mezzo a questi blocchi di purezza, Silvestrov porta il tema dell’eco, la memoria che non è nostalgia facile, ma risonanza: ciò che resta quando tutto è già passato.
E poi Messiaen. Qui l’aria si tende. Perché Messiaen non è contemplazione, è un’apocalisse controllata: colori, strappi, dilatazioni, un tempo che si espande come un animale gigantesco. La Variation V sembra fatta apposta per Tarkovskij: il suo cinema è pieno di cose che bruciano lentamente, di attese che si fanno destino, di un’ansia spirituale che non trova appoggio nel mondo. Sacrificio non è un film, è un testamento. E Messiaen lo capisce senza bisogno di parole.
Le parole, però, arrivano lo stesso. Con la lettura di Scolpire il tempo la musica non viene spiegata: viene attraversata. Tarkovskij diceva che l’arte è responsabilità, non intrattenimento. Che il compito dell’artista non è divertire il pubblico, ma renderlo più vulnerabile alla verità. È una frase che oggi suonerebbe antipatica. Ed è proprio per questo che serve.
In questo progetto c’è anche un gesto che vale più di molte analisi: l’inserimento delle immagini dei film, selezionate e accostate con cura. Non per “illustrare” la musica, ma per creare un circuito: suono e visione si inseguono come due forme della stessa nostalgia. L’assoluto, alla fine, è questo: la sensazione che esista qualcosa oltre il nostro chiacchiericcio, oltre la politica ridotta a tifoseria, oltre l’economia ridotta a frenesia. Qualcosa che non possiamo possedere, ma che possiamo riconoscere.
E allora capisci perché con Tarkovskij, i bambini, gli uomini che camminano nell’acqua, le stanze vuote, le candele, la pioggia dentro casa, somigliano a Bach e a Pärt. Perché parlano la stessa lingua: quella di chi non si accontenta del mondo così com’è. Non per disprezzo, ma per fame.
“Nostalgia dell’assoluto”
è un concerto, sì. Ma è soprattutto un promemoria: che esiste ancora un modo di stare nel tempo senza essere divorati dal tempo. E che, ogni tanto, una radio può aprirti una porta. Non per farti evadere. Per farti tornare