C’è una musica che non si suona, ma si attraversa. Ti prende per mano senza chiederti il permesso e ti porta altrove, dove le geografie smettono di essere confini e diventano memoria. È quella musica che nasce quando qualcuno decide che il Sud non è un punto cardinale ma uno stato dell’anima.
Vuelvo al Sur è questo: una casa costruita con note, più che con mattoni. Una casa dove il tempo si siede, beve qualcosa e resta. Non per nostalgia, ma per riconoscimento. Perché certi suoni non invecchiano, aspettano. E allora succede che un pianista siciliano, Fabrizio Mocata, si metta a dialogare con una voce che ha attraversato un secolo senza perdere la grazia. Omara Portuondo ha novantacinque anni, che sulla carta sono un numero. Nella realtà, sono un atto di resistenza. Cantare a quell’età non è un esercizio artistico. È una dichiarazione di esistenza.
“Aquello” nasce così, come nascono le cose vere: da un’intuizione fragile e testarda. Un bolero che ha il passo del tango, una linea melodica che sembra conoscere già il suo destino. E poi arriva la parola, quella di Santiago Larramendi, che non spiega ma suggerisce. Perché l’amore, quando è autentico, non si racconta. Si allude. Dentro questo brano c’è il mondo. Non in senso retorico, ma geografico. L’Avana, Buenos Aires, Firenze, Napoli, Mazara del Vallo. Città che non si incontrano mai sulle mappe, ma che qui si riconoscono. È la musica a fare quello che la politica non riesce: mettere insieme le differenze senza cancellarle. Poi c’è il dettaglio che fa la differenza, quello che non finisce nei comunicati ma resta nelle pieghe delle cose. L’armonica di Franco Luciani che entra senza disturbare, come fanno gli amici veri. Il contrabbasso, la chitarra, il violino, le percussioni: strumenti che non cercano spazio, lo costruiscono.
Vuelvo al Sur non è una rassegna. È un gesto. Un modo di stare al mondo senza urlare. Un invito a rallentare, in un tempo che ha fatto della velocità una forma di distrazione. In Abruzzo, tra Pescara e Francavilla, succede qualcosa di anacronistico: la musica torna a essere un luogo. E forse è per questo che funziona. Perché non prova a essere contemporanea. Prova a essere vera. Settembre arriverà con la terza edizione, e non sarà solo un calendario di date.
Sarà, ancora una volta, un ritorno. Non a un luogo preciso, ma a quella parte di noi che riconosce una melodia prima ancora di capirla. Il resto lo farà il silenzio tra una nota e l’altra. Che è sempre il punto in cui accade tutto.