«Musical per pensare», in scena Rent

Al Nazionale l’opera di Larson: dramma dell’Aids, storia di amicizia e tolleranza

Ferruccio Gattuso

Sei anni tondi da quell’esordio quasi imprevisto: prove «di campagna» nel Modenese, un cast di volti per lo più sconosciuti, una produttrice improvvisata ed entusiasta come Nicoletta Mantovani e la determinazione a fare di Rent un musical conosciuto anche in Italia. Dopotutto, quello nato dalla penna di Jonathan Larson, era uno stabile successo di Broadway da parecchio tempo ed era l’adattamento in chiave contemporanea de La Bohème.
Facile aspettarsi un gradimento in terra italica. Per Larson in America il successo fu postumo, perché Rent esordì off-Broadway il giorno della morte del suo autore, e non ci avrebbe messo molto a colpire il pubblico americano.
Oggi - dopo un Premio Pulitzer, quattro Tony Awards, un Best Musical Award e un’altra manciata di allori - Rent non ha più nulla da dover dimostrare. Oggi, quindi, come recita lo slogan Rent is back, Rent ritorna (fino al 12 febbraio, al Teatro Nazionale): con quasi il medesimo cast ma anche con alcuni «acquisti» al mercato del musical che fanno alzare la temperatura dei riflettori. Uno per tutti, il fuoriclasse Bob Simon - il miglior Frank’N’Furter di sempre in Rocky Horror Show, star di altri musical giunti sulla piazza milanese, come Evita e La febbre del sabato sera - nel ruolo di Tom Collins, ragazzo gay innamorato del musicista e travestito Angel (Cristian Ruiz). Il ritorno (e quindi l'assenza, di ben tre anni) dalle scene ha una spiegazione semplice, che viene dalla bocca di Nicoletta Mantovani: «Rent è un musical prodotto senza sovvenzioni, che cammina sulle proprie gambe da sempre. Io, negli ultimi tempi, mi sono dedicata totalmente al ruolo di mamma (Alice, la bimba avuta da Luciano Pavarotti) e solo oggi posso riprendere le fila di un discorso che non ho mai voluto abbandonare. Dalla prima volta che ho visto Rent a Broadway ne sono rimasta folgorata, per le sue musiche e per la sua spettacolarità, certo, ma soprattutto per il forte messaggio, ancora attualissimo, di amore, amicizia e tolleranza. Con una riflessione amara ma realistica sulle conseguenze che una malattia come l’Aids porta nella vita sociale degli individui che ne vengono colpiti».
Se nella Bohème è la tisi a colpire, in Rent è l’Aids: quasi tutti i protagonisti ne sono vittime. Ragazzi che vivono in un loft newyorchese in affitto (da qui il titolo, che però significa anche strappo, e quindi rivoluzione) alla ricerca della propria realizzazione artistica e sentimentale, uniti da una forte affinità elettiva, divisi da una società che giudica e da genitori con i quali la comunicazione avviene attraverso la segreteria telefonica. Il musical di Larson giunge al Nazionale con una veste a forti tinte rock: band elettrica dal vivo, arrangiamenti più spigolosi, e una scenografia dal taglio «cinematografico». «Anche sotto questo profilo Rent è coraggioso e difficile - spiega il regista Gianfranco Vergoni - Non è un musical d’evasione e lo si vede anche nella scena, che resta immutata, ma al cui interno gli oggetti si muovono, aprendo nuovi spazi, cambiando prospettive. L’atteggiamento dello spettatore deve essere disponibile. Diciamo, con un tocco di provocazione, che il pubblico deve meritarsi Rent».
Chi se lo merita appieno è senza dubbio l’attrice americana Rosaria Dawson, protagonista de La 25esima ora, firmato da Spike Lee, e della versione cinematografica in arrivo nelle sale.