Leggi il settimanale

Napoleone è un immortale. La sua leggenda continua

Figlio della Rivoluzione, cerca di rovesciarla senza restaurare il vecchio regime. Impresa impossibile

Napoleone è un immortale. La sua leggenda continua

L'ombra della rivoluzione è il sottotitolo che rende esplicito il Napoleone di Bart Van Loo (Mondadori, traduzione di Chiara Nardo, 490 pagine, 27 euro), una biografia scritta con il piglio di una marcia militare e che cerca di far luce su quanto e come il capitano e poi generale di artiglieria Bonaparte, in seguito Primo Console e poi Imperatore di Francia abbia avuto a che fare con il 1789, la Bastiglia, la fine dell'Ancien Régime e la triade, più strombazzata che messa in pratica, Liberté-Egalité-Fraternité.

Detto in altri termini, Napoleone fu più un rivoluzionario o un reazionario, un despota a suo modo illuminato o un dittatore sanguinario e senza scrupoli, il creatore di un mondo nuovo o il suo affossatore, il sovrano dei francesi o il sovrano di sé stesso?

Vaste programme, ovvero impresa inutile, si potrebbe dire parafrasando il generale de Gaulle, al quale tuttavia si deve una lettura di Napoleone non banale: "È vero, ha lasciato la Francia più piccola di come l'ha trovata, ma non è così che si definisce un Paese. Per la Francia doveva esistere. Un po' come Versailles doveva essere costruita. Non si deve star lì a questionare sulla sua grandezza".

Una prima cosa che salta agli occhi del meritorio sforzo di Van Loo di comprimere in meno di cinquecento pagine il quarto di secolo dell'ascesa, del trionfo e della caduta del piccolo-grande còrso, è il tono da epopea che si porta dietro. Il libro è pieno di frasi famose, anche se spesso mai pronunciate o ritoccate a posteriori, che lo pervade. Di là da figure di secondo piano, arrivate in alto per poi subito precipitare per manifesta incapacità, è fuori di dubbio che tra la fine del XVIII secolo e l'inizio di quello successivo si affollano sul palcoscenico della storia figure di eccezione, da Mirabeau a Saint Just, da Robespierre a Sieyès, da Talleyrand a Fouché, a Chateaubriand. È di quest'ultimo, che nel saggio di Van Loo fa un po' la parte del leone, l'osservazione che quelli della sua epoca, la generazione di Napoleone che poi era la sua, fossero "giganti rispetto al paragone della società di insetti" venuta dopo. A Napoleone si deve in fondo la capacità di sopravvivere a sé stesso rinascendo come mito: Il Memoriale di Sant'Elena sarà uno dei libri più letti dell'epoca della Restaurazione prima, della monarchia borghese di Luigi Filippo dopo. La stessa avventura dei Cento giorni, pur se la si guardi con occhio disincantato, ha sempre e comunque dello strabiliante. Balzac riassumerà da par suo quello sparuto sbarco su una spiaggia del Golfo Juan e, venti giorni, dopo, il rientro in pompa magna a Parigi: "Chi mai prima di lui aveva conquistato un impero senza fare altro che mostrare il proprio cappello?"

Napoleone alla Rivoluzione deve tutto. Era un corso di piccola nobiltà che nell'aristocrazia militare del tempo di luigi XVI avrebbe fatto una modesta carriera. Non è l'unico. I suoi generali più famosi, da Hoche a Ney, da Masséna a Murat, sono rispettivamente figli di uno stalliere, un bottaio, un commerciante, un oste È il merito, ovvero le capacità a farli divenire quelli che altrimenti non sarebbero mai stati, non la nascita, ovvero il privilegio.

Bonaparte è un militare repubblicano, perché ha visto sul campo la debolezza dei Borboni regnanti. Luigi XVI perde in fondo la corona perché gli manca la consapevolezza di ciò che sta succedendo e la fermezza per non farsene comunque travolgere. Dietro la frase, volgare, ma efficace, "che coglione!", con cui Napoleone liquida l'atteggiamento con il quale, il 20 giugno 1792, Luigi XVI accetta sul berretto rosso la coccarda tricolore impostigli alle Tuileries dalla folla parigina che ha invaso il palazzo, e beve a canna alla salute del popolo, c'è da un lato la constatazione che "il re si è umiliato e in politica chi si umilia non si risolleva"; ma dall'altro c'è la consapevolezza che se non si è capaci di usare la forza, tanto vale rassegnarsi a non comandare: "Avrebbero dovuto falciarne qualche centinaio con il cannone. Il resto se la sarebbe data a gambe". È quello che farà lui stesso tre anni dopo, difendendo a cannonate la Convenzione dal colpo di mano realista e insieme popolare che la vorrebbe rovesciare.

Abituati a ragionare con il senno di poi, si è soliti vedere la Rivoluzione francese come un susseguirsi di avvenimenti che hanno la democrazia, la repubblica, il popolo come protagonisti di una marcia trionfale. Van Loo spiega molto bene come le cose stessero ben altrimenti, come la fine della monarchia non fosse all'ordine del giorno, come la democrazia continuasse a rimanere un sistema di governo per pochi e non per tutti È più che comprensibile, tenuto conto che una volta picconato il trono e l'altare nessuno sa bene cosa eventualmente mettere al suo posto: non ci sono in Europa vie già percorse in tal senso e l'unico esempio possibile è oltre oceano: troppo lontano e troppo privo di storia pregressa perché ragionevolmente lo si possa trapiantare in un terreno qual è quello francese.

Per quanto repubblicano, e per un certo periodo persino robespierrista, Napoleone resta fondamentalmente un uomo d'ordine: è un militare, detesta le plebi invasate, specie se travestite da popolo in armi tirato di qua e di là dal demagogo incendiario di turno.

Il periodo del Direttorio, con cui parte la sua stagione militare prima, politica poi, è uno dei più interessanti della Francia che è ancora rivoluzionaria, ma che non sa bene quando e come quella Rivoluzione debba concludersi. È una forma di governo che arriva dopo il Terrore e vede il ritorno alla vita civile di quei rivoluzionari che, se Robespierre non fosse finito sulla ghigliottina, vi sarebbero saliti al suo posto La moda dei giovani aristocratici sopravvissuti alla mattanza vede un filo rosso attorno al collo, un rimando al sangue che è stato loro risparmiato ma che i loro parenti hanno versato Ora i capelli si portano lunghi, le donne indossano abiti di tulle trasparenti, è tornato il lusso: quanto alla corruzione, non se n'è mai andato: "Vedere la condizione morale di questo Paese mi fa scivolare verso l'abisso" scrive Napoleone al fratello Giuseppe. Sua moglie però la sceglie proprio nel circuito immorale di Barras, il più immorale dei termidoriani allora al potere. Erede della Rivoluzione, Napoleone per molti versi la rovescia in un impossibile salto mortale che senza restaurare il regime scomparso ne crei un altro eguale e contrario che porti il suo nome. L'impero è la grande scommessa che alla fine si risolverà con una più grande sconfitta al tavolo da gioco della storia. Una dinastia che porti il suo nome è già segnata fin dal suo inizio, perché la famiglia Bonaparte, fratelli, sorelle, cognati, non è il massimo quanto a capacità e intuito e non basta chiamarsi Bonaparte per essere re di Spagna

Il resto lo fa un'idea della conquista che nel tempo ha perso di vista il suo perché: i trattati di pace si susseguono alle vittorie militari, ma a ogni pace siglata segue una nuova guerra, una sorta di coazione a ripetere che a un certo punto implode e va in stallo, mentre i nemici si fanno sempre più numerosi.

C'è una prima abdicazione e poi, dopo Waterloo, il carcere a vita e giusto il tempo per scrivere le proprie memorie e riscrivere la storia.

È quello che gli riesce meglio e che, ancora oggi, fa sì che libri come questo di Van Loo vedano la luce. La leggenda continua e Napoleone non è morto.

Commenti
Pubblica un commento
Non sono consentiti commenti che contengano termini violenti, discriminatori o che contravvengano alle elementari regole di netiquette. Qui le norme di comportamento per esteso.
Accedi
ilGiornale.it Logo Ricarica