Napolitano: riforme condivise in Parlamento

«Innovazione e attaccamento ai valori e agli equilibri istituzionali della nostra Carta possono combinarsi»

Massimiliano Scafi

da Roma

E ora riforme. Sessant’anni dopo la Costituente, sei giorni dopo la vittoria del no al referendum sulla devolution, Giorgio Napolitano invita le forze politiche a metter mano alla Carta per «adeguare le istituzioni repubblicane». Bisogna farlo, dice, «con la ponderazione necessaria» suggerita dall’esito della consultazione popolare. Bisogna farlo «con pazienza», cercando «un approfondimento condiviso». Bisogna farlo «in Parlamento», e non quindi attraverso bicamerali o nuove costituenti. E soprattutto stavolta bisogna farlo tutti insieme, «maggioranza e opposizione», con un «necessario largo consenso».
Visita-lampo a Genova, per una mostra sulla nascita della Repubblica. Il capo dello Stato difende la Costituzione del 1948: «Il risoluto ancoraggio ai suoi lineamenti essenziali non si identifica con un chiuso, insostenibile, conservatorismo». Insomma, il tempo è passato e che qualche ritocco, anche profondo, va fatto. Si deve ragionare, spiega, con una mente aperta. Ci si deve rendere conto che «spirito riformatore e attaccamento non solo ai valori profondamente radicati della storia nazionale ma a esigenze di garanzia degli equilibri istituzionali, possono ben combinarsi». La chiave sta calibrando un giusto cocktail tra le proposte di centrosinistra e centrodestra, mixando «le preoccupazioni e nelle istanze espresse nel voto referendario e presenti in entrambi gli schieramenti politici».
E dunque dialogo, dialogo, dialogo. Ecco quello che secondo il presidente è obbligatorio per un’operazione del genere. La condizione essenziale è decidere insieme. «Verificando la possibilità di nuove proposte di riforma capaci di raccogliere il necessario largo consenso in Parlamento». Napolitano l’aveva già detto il giorno del suo insediamento sul Colle, e oggi, dopo il voto, «non posso che confermare la mia convinzione». Ma come fare? Ripetere l’esperienza della Costituente, sessant’anni dopo, è improponibile. Allora, dopo il ventennio fascista, si trattò «di costruire le fondamenta di un assetto istituzionale democratico». Adesso, «il contesto è diverso».
La strada quindi passa per un meticoloso lavorio di ricucitura. Veniamo, dice ancora il capo dello Stato, da molti flop, «abbiamo visto arenarsi diverse prove di revisione», dalla Bicamerale alle riforme approvate da una sola parte. Quindi, se vogliamo fare passi avanti concreti, «con la ponderazione suggerita da questa esperienza occorre ora ricercare le vie di un approfondimento condiviso sulle scelte da compiere per giungere ad un approdo sicuro». Sul merito, il presidente non entra. Lui si limita a suggerire il metodo, che è quello delle foglie di carciofo, da sfogliare una a una: «Individuare quali siano le esigenze ancora attuali e più largamente riconosciute di revisione costituzionale, quali le priorità e quali le soluzioni a cui tendere». E a questo impegno «sono chiamate tutte le componenti dello schieramento politico, quelle di maggioranza insieme a quelle di opposizione, con la riflessività, la pazienza e la gradualità necessarie».
Il viaggio genovese di Giorgio Napolitano dura poche ore. Inizia con una visita al museo del Risorgimento e un omaggio al suo predecessore: «L’opera di Giuseppe Mazzini appartiene alla nostra memoria storica che è stata rivissuta grazia al forte contributo del presidente Ciampi. Pensiamo all’inno di Mameli. prima non lo cantava nessuno, ora lo fanno tutti». E si conclude al porto, dove incontra Paride Batini, il console dei camalli, e ricorda che anche «il lavoro è un diritto sancito dalla Costituzione». In serata è già a Roma, con la tv accesa: «Italia-Ucraina? Speriamo».

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