Narrativa

Yukio Mishima non era certo quel che si dice «un sincero democratico». Ma dipingere Adolf Hitler come una specie di democristiano fu, per lo scrittore, un vezzo estetico, più che una dichiarazione d’orientamento politico. Oggi, a maggior ragione dopo il tramonto della diccì nipponica nelle recenti elezioni, quel vezzo, quel «colpo di teatro» attorno al quale ruota, appunto, la pièce Il mio amico Hitler riproposta da Guanda (pagg. 126, euro 12,50, traduzione di Lydia Origlia) ci parla indirettamente di un Giappone lontano e irrecuperabile. Eppure, sono passati soltanto quarant’anni...
Il 3 novembre 1968, pochi giorni dopo aver ultimato il breve dramma incentrato sulla «notte dei lunghi coltelli» (fra il 29 e il 30 giugno 1934) in cui il regime nazista fece piazza pulita delle Sturmabteilungen, le Truppe d’Assalto di Röhm, il piccolo esercito messo in piedi da Mishima con alcuni ragazzotti come atto di protesta contro la volgarizzazione occidentalizzante del Paese ebbe un nome. Lo si chiamò Tate no kai, cioè «Società degli scudi». Con quegli scudi, l’autore di Confessioni di una maschera e i suoi sodali volevano difendere l’imperatore. Non, però, l’imperatore in carne e ossa, bensì quello dei loro ideali, la guida spirituale della Patria.
Anche le Truppe di Röhm (tre milioni di persone, mica noccioline) volevano difendere il loro Führer. Difenderlo da tutti, compresa la sua stessa serpeggiante debolezza di fronte alle ali estreme, la sinistra di Gregor Strasser e la destra dello stesso Röhm. Mishima come Röhm, dunque? Forse, in un angolo del suo cuore nostalgico e marziale, Yukio covava un po’ di simpatia per quell’omaccione bianco e rosa che amava sia l’acciaio delle armi, sia la carne dei bei camerati. Ma sicuramente Mishima è il sacerdote di un onore antico, quindi anacronistico. Un onore ben diverso da quello dell’Hitler imborghesito e pavidamente violento che ci propone. «Hitler - scrisse a proposito del suo lavoro, andato in scena al teatro “Gekidanroman” nel gennaio ’69 - era un genio politico, ma non un eroe. In lui sono totalmente assenti la limpidezza e la radiosità essenziali in un eroe. Hitler è un personaggio cupo del XX secolo».
Quanto a cupezza, anche Ernst Röhm, il quale fu, prima che vittima, amico intimo del Führer, non scherzava. Ma la sua era una cupezza che affondava le radici in una terra irrorata dal sangue degli eroi medievali, un idealismo miope e votato all’autodistruzione. «Lo sa, vero, che i cervi volanti non si nutrono che d’acqua zuccherata?», dice a Krupp, l’industriale della guerra. Un poeta del ferro e del fuoco, dunque, pronto a difendere il «suo» Adolf anche a prezzo della vita. «Ernst militare, Adolf artista: sarà facile, se procederemo tenendoci per mano», propone. Sogna che la Rivoluzione non si acquieti, come una belva mansueta, ai piedi della Ricostruzione. Fatti da parte per un po’, tieni tranquilli i tuoi ragazzi, lasciamo che le acque si calmino, gli chiede l’altro. Il tradimento è dietro l’angolo. Il «democristiano» Hitler pota i rami robusti, e in mano gli restano quelli secchi. Li userà per appiccare l’incendio più devastante della storia.

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