L'indagine sulla morte di Abderrahim Mansouri, il 28enne marocchino ucciso nel boschetto di Rogoredo, sta portando a un aggravarsi della posizione dell'agente Carmelo Cinturrino, ora indagato per omicidio volontario. Secondo quanto emerso dalle indagini, e dagli interrogatori che si sono svolti negli uffici della questura di Milano lo scorso giovedì, Cinturrino avrebbe mentito ai suoi colleghi. I quattro agenti indagati per favoreggiamento dell'assistente capo e per omissione di soccorso (la telefonata ai soccorsi sarebbe partita troppo tardi) hanno infatti dichiarato che il collega avrebbe gestito da solo tutte le fasi seguite alla sparatoria. In sostanza, Cinturrino avrebbe dichiarato ai colleghi di aver già provveduto ad allertare i soccorsi.
Ci sarebbero poi altri elementi da tenere in considerazione. Gli investigatori della Squadra mobile che hanno lavorato per risalire all'esatto orario dello sparo, indicano un momento preciso. Secondo la ricostruzione, intorno alle 17.30 del 27 gennaio, Abderrahim Mansouri avrebbe ricevuto una telefonata che probabilmente lo informava dell'arrivo della polizia. Il 28enne sarebbe stato ucciso dal colpo di proiettile sparato da Cinturrino proprio mentre si trovava al telefono. Infatti poco dopo è arrivata una seconda chiamata, ma il marocchino non ha risposto. Secondo gli inquirenti, doveva già trovarsi a terra, agonizzante, dopo il colpo ricevuto poco sopra la tempia.
Questo quanto ricostruito dalla procura della Repubblica di Milano, che sta portando avanti le indagini sul poliziotto di 42 anni, accusato di omicidio volontario. Iscritti nel registro degli indagati anche altri quattro agenti per favoreggiamento e omissione di soccorso.
Dalla telefonata a cui ha risposto Mansouri fino alla chiamata al 118 sarebbero dunque trascorsi 23 minuti che avrebbero potuto fare la differenza. Gli inquirenti ritengono che gli agenti coinvolti abbiano inscenato un conflitto a fuoco.
Nel corso dell'interrogatorio di giovedì, i quattro agenti hanno risposto a tutte le domande, "dimostrando la loro totale estraneità ai fatti", ha spiegato a Repubblica Antonio Buondonno, uno dei legali che rappresenta i poliziotti.
Ci sono poi forti dubbi sulla pistola ritrovata vicino al cadavere, una replica di Beretta caricata a salve. Anche questo, adesso, fa pensare a un tentativo di ricostruire un determinato scenario: la legittima difesa sarebbe scattata dopo aver visto Abderrahim Mansouri impugnare l'arma. Le immagini estrapolate dalle videocamere di via Impastato e del commissariato Mecenate fornirebbero una versione diversa. Si vedrebbe infatti l'agente D.P. recarsi presso il commissariato nei 23 minuti successivi alla sparatoria. Tornato al boschetto di Rogoredo, sarebbe comparsa la pistola. Una messinscena, dunque, secondo gli inquirenti: il 28enne sarebbe invece stato disarmato.
Si tratta comunque solo di ipotesi: a dire la verità sarà la consulenza balistica.
I colleghi dell'agente, tuttavia, avrebbero parlato che negli scorsi mesi Mansouri sarebbe entrato in contrasto con il poliziotto, cosa che ovviamente aggrava la posizione di Cinturrino. Come se ciò non bastasse, gli inquirenti avrebbero ricevuto "una voce" da parte di una fonte che ha parlato di un appartamento in piazzale Ferrara dove due spacciatori avrebbero goduto della "protezione di un poliziotto, un certo Carmelo". Un'altra traccia su cui gli investigatori stanno facendo i dovuti accertamenti.
La fumosa vicenda è seguita con attenzione dal ministro dell'Interno Matteo Piantedosi. "Sono compiaciuto che la polizia di Stato sia in grado di fare chiarezza e di non fare sconti a nessuno, di saper dare la migliore risposta a chiunque metta in dubbio la capacità di poter fare chiarezza anche al proprio interno. Poi noi accetteremo con assoluta serenità quello che emergerà", ha dichiarato a margine dell'inaugurazione dell'ufficio polmetro della Questura di Roma alla Stazione Termini.
Le parole del ministro Salvini
"Non entro nel merito di cose che non conosco. Io sto sempre dalla parte delle forze dell'ordine ma se qualcuno sbaglia, va accertato": l'ha detto il ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti Matteo Salvini a Telelombardia. Salvini è intenzionato a tornare per un sopralluogo a Rogoredo, l'area di Milano adiacente alla stazione, nota zona di spaccio dove sono stati aperti varchi nella recinzione intorno ai binari usati come passaggio da spacciatori e tossicodipendenti.
Il poliziotto ribadisce: "Ho sparato perché avevo paura"
Intanto, parlando con il suo avvocato difensore (Piero Porciani), Carmelo Cinturrino ha dichiarato: "Non avevo intenzione di uccidere. Ho sparato perché avevo paura". Fra legale e assistito non si sarebbe però parlato dell’arma trovata vicino al corpo. Stando alla ricostruzione della difesa, il poliziotto avrebbe sparato perché Mansouri gli aveva puntato contro la pistola. L’agente ha negato con forza ogni collegamento con gli spacciatori della zona. Riguardo a quella sera, ha raccontato: “Lui ha tirato fuori dalla tasca destra un'arma puntandola contro di me, nel frattempo avevo aperto il giubbotto e avevo fatto un passo per iniziare a rincorrerlo, ho estratto la pistola dalla fascia addominale e ho esploso un colpo in direzione del soggetto". In un secondo momento si sarebbe avvicinato al corpo "a faccia in su sdraiato a terra con la pistola a 15 centimetri dalla mano".
Due Dna sulla pistola caricata a salve
Stando alle ultime informazioni trapelate, sono stati individuati e identificati due Dna sulla pistola caricata a salve. Dagli esami svolti sulla finta Beretta dalla consulente della polizia scientifica Denise Albani sono emersi degli alleli la cui comparazione ha portato a due risultati.
Ipotesi della pistola a salve portata in una borsa
La replica di una pistola a salve, trovata sulla scena dell'omicidio di Abderrahim Mansouri potrebbe essere stata portata sul luogo del delitto dentro una borsa che un collega del poliziotto, quello vicino a lui al momento dello sparo, sarebbe andato a recuperare al commissariato Mecenate. È un'ipotesi al centro delle indagini della Procura di Milano e della Squadra mobile della Polizia. Il fatto che l'agente sia andato fino al commissariato, quando il 28enne era a terra agonizzante, e che sia tornato con quella borsa risulterebbe da immagini delle telecamere.
L'agente, che è andato a prendere e ha portato quella borsa sul luogo dove è stato ucciso Mansouri, nelle prime dichiarazioni come testimone, aveva riferito che aveva preso dei moduli per fare il verbale di ciò che era accaduto. Il sospetto concreto, invece, è che lì dentro ci fosse quella pistola finta, collocata vicino al corpo del 28enne e che sarebbe servita per la messinscena sulla legittima difesa. Interrogato ieri, il poliziotto non ha potuto che confermare il fatto che fosse andato e tornato con una borsa dal commissariato. Non è chiaro se abbia riferito della pistola, anche se poi le versioni negli interrogatori dei quattro agenti indagati per favoreggiamento e omissione di soccorso sono state ritenute univoche e concordanti.
L'altro presunto pusher che, come emerso, avrebbe chiamato Mansouri per dirgli "scappa c'è la polizia", avrebbe anche sentito quello sparo mentre era ancora al telefono. Poi, sempre a quanto risulta, avrebbe provato a richiamare il 28enne ma senza risposta. Nelle indagini, inoltre, sono stati sequestrati e analizzati tutti i telefoni dei poliziotti indagati.