Omicidio Sana Cheema: processati padre e fratello per omicidio politico

Il processo davanti alla Corte d'Assise di Brescia per l'omicidio di Sana Cheema può iniziare anche senza la presenza degli imputati che sono all'estero

Il processo davanti alla Corte d'Assise di Brescia per l'omicidio di Sana Cheema può iniziare anche senza la presenza degli imputati che sono all'estero

Il processo davanti alla Corte d'Assise di Brescia per l'omicidio di Sana Cheema è iniziato anche senza la presenza degli imputati, che sono all'estero. I giudici hanno infatti rigettato l'istanza di rinvio presentata dalla difesa. Il padre di Sana Cheema, ragazza uccisa in patria nel 2018 secondo le indagini per aver rifiutato il matrimonio combinato, risulta residente in Pakistan, mentre il fratello si sarebbe sposato in Malesia, ma la famiglia non ha un indirizzo e per questo di fatto si è reso irreperibile. È quanto emerge dagli accertamenti delle autorità italiane letti in aula dal procuratore generale di Brescia Guido Rispoli nel corso dell'udienza.

Il rigetto dell'istanza della difesa

"Chiedo il rigetto dell'istanza della difesa che ha chiesto il rinvio del processo perché gli assistiti non sarebbero a conoscenza del procedimento. Ma entrambi hanno nominato di fiducia il legale e quindi non possono non sapere" ha detto il pg Rispoli. La 25 enne cresciuta a Brescia secondo la Procura sarebbe stata uccisa in Pakistan dal padre e dal fratello il 18 aprile 2018 perché rifiutava un matrimonio combinato. I due, insieme alla madre e ad altri parenti, erano già stati processati in Pakistan ma assolti per insufficienza di prove. Secondo la procura Generale di Brescia, che aveva avocato l’inchiesta, la ragazza sarebbe stata strangolata con un turbante dai familiari e subito sepolta in un cimitero di campagna senza aspettare neppure i giorni di preghiera imposti dalla religione.

Padre e fratello irrintracciabili

È stata una disgrazia, Sana è morta per un malore: mangiava poco e il suo cuore non ha retto“, si erano difesi nell’immediatezza dei fatti i parenti che hanno protetto padre e fratello. Nella prima udienza Mustafa Cheema, 54 anni, e il primogenito Adnan, 34, sono stati rappresentati solo dagli avvocati italiani che hanno sollevato un'eccezione sottolineando che gli assistiti “non sono a conoscenza del processo a loro carico se non perché lo hanno letto o sentito“. Adesso la questione sarà trasmessa al ministero degli esteri e l’udienza riprenderà il 9 febbraio.

La richiesta della difesa di non luogo a procedere per “ne bis in idem“, che garantisce non possa esserci per uno stesso fatto un nuovo procedimento nei confronti di un imputato già giudicato in via definitiva, è stata poi respinta dalla Corte secondo cui su questo punto non esiste un accordo con il Pakistan. A questo punto il ministero dovrà fare richiesta di rinnovamento del giudizio con la contestazione di omicidio politico per il quale non è prevista la presenza in aula degli imputati.

Commenti
Disclaimer
I commenti saranno accettati:
  • dal lunedì al venerdì dalle ore 10:00 alle ore 20:00
  • sabato, domenica e festivi dalle ore 10:00 alle ore 18:00.
Accedi
ilGiornale.it Logo Ricarica