Nel partito va in onda la guerra del juke box

RomaGuerra di (s)partito nel Pd. Nell’attesa di confrontarsi sui contenuti, gli sfidanti alla guida dei democratici si schiaffeggiano a suon di suoni. Alla spasmodica ricerca della colonna sonora giusta, Bersani, Franceschini e Marino arruolano miti musicali che meglio li rappresentano. In politica anche l’orecchio vuole la sua parte, oltre che l’occhio. Così ecco il bigio Bersani, nel senso di Pierluigi e non dell’omonimo cantante Samuele, scegliere l’emozionante Un senso di Vasco Rossi per colpire e colpirsi. Già, perché i più perfidi hanno subito malignato che l’ex ministro dev’esser stato conquistato da quel verso così emblematico: «Voglio trovare/un senso a questa situazione/anche se questa situazione/un senso non ce l’ha». Il candidato dalemiano, al teatro Ambra Jovinelli di Roma, ha dimostrato di saperla tutta la canzone. E dopo aver tediato la platea a suon di «partito post identitario» e «politiche universalistiche», s’è messo a canticchiare il pezzo del Blasco. E via di si bemolle per far capire che lui è un osso duro. Vita spericolata la sua. Graffiante l’altro candidato alla segreteria, Mario Adinolfi. «Pierluigi ha scelto Vasco? Notoriamente un nuovo talento...».
E Franceschini? La risposta non poteva che arrivare via pentagramma. Due le melodie di riferimento, entrambe metaforiche: Better days (Giorni migliori) di Bruce Springsteen e Niente paura di Luciano Ligabue. Allo spazio Etoile di Roma, Piero Fassino ha voluto inondare la convention con i versi del rockettaro di Correggio. Il testo, in fondo, calzava a pennello: «A parte che ho ancora il vomito/per quello che riescono a dire/non so se son peggio le balle/oppure le facce che riescono a fare/niente paura!». E poi il Liga, a ben ascoltare oltre che a vedere, è la perfetta miscela della simbologia piddina: ex metalmeccanico, ex ragioniere, ex assessore. Un po’ Elvis, un po’ Bertoli; un po’ Guccini, un po’ Don Ciotti. È pure interista sfegatato: il che aggiunge quel briciolo di sfiga tutta sinistra. Perfetto. In effetti al cantautore emiliano aveva pensato pure il soporifero conterraneo Romano Prodi. Nel 2006 il Professore aveva scelto Una vita da mediano come colonna sonora per la sua corsa verso Palazzo Chigi. Strepitosa ammissione di inadeguatezza, quella: «Una vita da mediano/a recuperar palloni/nato senza i piedi buoni». Una mezza gaffe che sarebbe stata intera se avesse scelto il brano, sempre del Liga, Non è tempo per noi. Forse è per questo che sempre Prodi si affidò pure al sostegno musicale di Gianna Nannini: Ragazzo dell’Europa, quello sì che calzava a pennello per l’ex presidente della commissione Ue.
E il terzo? Il chirurgo-senatore Ignazio Marino, il primo ad aver trapiantato il fegato di un babbuino in un uomo, obamiano di ferro, pare non abbia ancora scelto il suo mentore canoro. Non è mistero tuttavia che lui, una vita negli States, sbavi per i Chicago: sorta di Pooh a stelle e strisce, ora in clamoroso declino. E in fin dei conti pazienza se verrà bruciato pure il polveroso vinile della band americana. A voltarsi indietro si vede (e si ascolta) che è già successo una dozzina di volte. Il repertorio musicale della sinistra ha consumato e abbrustolito dozzine di pezzi.
Venuta a noia l’ormai obsoleta Internazionale con quel «Compagni avanti/il gran partito noi siamo dei lavorator»; troppo estremistico l’inno anarchico della gucciniana Locomotiva con quel «Trionfi la giustizia proletaria», tutti i leader, dal Pds in poi, hanno svaligiato il juke box alla ricerca della canzone giusta. S’è provato con De Gregori e la sua La storia siamo noi ma poi, quando il Dylan de noantri ha sbuffato «Ma perché non vi fate un inno vostro?», per la sinistra è stato... Titanic. Si è provato quindi con Ivano Fossati e la sua Canzone popolare. Epoca Ulivo, magistralmente descritta nel verso «Se c’è qualcosa da dire ancora/se c’è qualcosa da fare». Poco, in realtà. E poi tutti questi dubbi, queste perplessità, queste insicurezze: via.
Nel cestino pure Fossati, i Ds hanno ripescato il mito Rino Gaetano: molto più allegro, scanzonato, positivo, ironico. Una svolta anche cromatica. Nel garage il rosso: Ma il cielo è sempre più blu è diventato l’inno ufficiale dei nipotini di Togliatti. «Chi è assunto alla Zecca/chi ha fatto cilecca/ma il cielo sempre più blu/uh uh». Allegro con brio, forse troppo. Senza contare poi che, in piazza, molti militanti continuavano a rimanere aggrappati alla «Bandiera rossa la trionferà» ma soprattutto alla partigiana «Oh bella ciao ciao ciao». Ma la strada era segnata: fusione in vista tra Margherita e Ds e alle orecchie rutelliane che gliene fregava delle note socialiste? La musica doveva cambiare un’altra volta: a Luca Sofri il compito di trovare altri brani rappresentativi del Pd. Prima che nel 2008 Veltroni si aggrappasse a Jovanotti e al suo Mi fido di te, con quell’emblematico verso «Mi fido di te, cosa sei disposto a perdere» (tutto), Sofri ci ha messo un po’ di tutto: Over the rainbow, un goccio di Springsteen, una punta di Mina, un pizzico dei Csi, una manciata dei Divine Comedy con la parola d’ordine di svecchiare. E mentre la Margherita si scioglieva con le note dell’Inno di Mameli, che faceva molto destra, il nuovo partito nasceva su quelle di One degli U2. Esemplare metafora canterina del rapporto di amore-odio tra ex: per i cattocomunisti è ineluttabile ma anche difficilissimo stare insieme. E su questo tema, la musica, non sembra cambiare.

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