Italiani brava gente

Nell'anno della pandemia, e nonostante il lockdown, aumenta il numero di chi si dedica al volontariato. Ma per molte associazioni è crisi: le donazioni vanno tutte a chi lotta contro il Covid

C'è chi presta il suo tempo per servire i pasti ai più bisognosi o per guidare un'ambulanza, chi regala una parte del proprio denaro per sostenere piccoli e grandi progetti e chi, invece, dona il sangue o il plasma per cercare di salvare una vita. In Italia l'esercito della solidarietà conta su oltre cinque milioni e mezzo di volontari. E a dispetto della crisi, della paura e dell'incertezza, anche in piena emergenza Covid questa fetta di Italia votata alla generosità non è venuta meno. Anzi: da marzo a oggi le persone che fanno volontariato sembrano aumentate, come dimostrano storie e numeri che arrivano ogni giorno dal nostro Paese.

Prima che la pandemia scoppiasse i cittadini che prestavano il proprio tempo gratuitamente rappresentavano circa il 9% della popolazione, suddivisi fra associazioni, cooperative sociali, fondazioni ed enti religiosi. Oggi, nonostante lockdown e chiusure, la Caritas nel «Rapporto 2020 su povertà ed esclusione sociale, presentato in ottobre, ne conta tra (...)

(...) le proprie file 5.339 in più, tutti under 34. Nella sola Milano le persone che hanno deciso di impegnarsi per il prossimo negli ultimi mesi sono aumentate del 10%, come segnalano i dati resi noti da Arca, Croce rossa e Pane quotidiano. Il tasso di generosità è cresciuto anche a Firenze, dove i cittadini disposti ad aiutare la Caritas locale sono aumentati del 24,5%. Un caso interessante è quello di un piccolo centro come Casalpusterlengo: nonostante le cautele legate a una prima ondata che si è abbattuta sulla zona con estrema violenza, il corso di formazione organizzato come ogni anno dai volontari della Croce Casalese ha contato un boom di iscritti senza precedenti.

RICERCA E FRAGILITÀ

Insomma, emergenza e paura sembrano rendere gli italiani più altruisti quando si tratta di mettere a disposizione il proprio tempo. Le cose cambiano, almeno in parte, quando la solidarietà si declina invece in donazioni di denaro. Se quelle destinate al settore socio-sanitario sono cresciute da marzo a oggi, con punte del 30%, che premiano soprattutto il lavoro della Protezione civile, quelle destinate agli enti non immediatamente coinvolti nella pandemia stanno subendo una contrazione di rilievo. Secondo l'ultima indagine Bva-Dox resa nota dall'Istituto italiano della donazione, il 24% degli italiani ha donato un po' del suo denaro nei mesi della pandemia: un cittadino su otto ha devoluto la somma alla ricerca medico-scientifica, uno su 21 alle persone più fragili.

«Assistiamo a una crescita delle donazioni organizzate dalle grandi raccolte fondi nazionali conferma Cinzia Di Stasio, segretario generale dell'Istituto italiano della donazione -. Molte organizzazioni non profit sono invece in profonda crisi. Quelle che hanno visto i propri introiti diminuire sono passate dal 30% del 2018 al 38% del 2019, e quest'anno ci aspettiamo un ulteriore calo perché chi non è immediatamente coinvolto dall'emergenza Covid al momento viene messo da parte». A pesare sulla minore propensione alle donazioni dono è soprattutto l'incertezza economica. «Ma non in tutti i comparti specifica l'esperta -. Quello socio-sanitario cresce, perché gli italiani avvertono l'urgenza di fare qualcosa per aiutare chi lotta contro il Covid. Durante la prima ondata venivano premiate soprattutto le raccolte lanciate da Protezione civile e grandi ospedali, la seconda vede protagoniste anche quelle più strettamente correlate alla povertà. Dalla terza ci aspettiamo più distacco, perché adesso i cittadini si aspettano che a fare qualcosa di più concreto sia lo Stato».

QUANTO CONTA IL VIP

Nel frattempo alcune grandi raccolte fondi hanno raggiunto cifre da primato. Seguendo anche strade inedite. Quella lanciata sulla piattaforma di crowdfounding GoFoundMe dall'influencer Chiara Ferragni e dal marito Fedez ha mobilitato oltre quattro milioni di euro destinati ad acquistare attrezzature per le terapie intensive dell'ospedale San Raffaele di Milano. Altri 265mila euro sono stati raccolti, grazie a una specifica iniziativa, in favore dell'Irccs Policlinico di Milano. Mentre la collaborazione fra un brand di detersivi e l'ex calciatore Francesco Totti ha fruttato 342mila euro per l'ospedale Spallanzani di Roma. «Aumento del volontariato e donazioni effettuate in favore di chi combatte la pandemia dimostrano che gli italiani hanno bisogno di non sentirsi in balia della situazione spiega Livia Cadei, docente di Pedagogia sociale all'università Cattolica -. C'è la necessità di essere solidali di fronte a un avvenimento che sta mettendo a repentaglio relazioni e coesione sociale».

Questo spiega l'aumento dei giovani disposti a mettere a disposizione il proprio tempo. Fino al 2019 la gran parte dei volontari italiani era costituita da over 65, più presenti anche per via del maggiore tempo a disposizione. La pandemia ha sovvertito anche questo punto fermo. «I ragazzi oggi sono più numerosi. Grazie alla didattica a distanza e allo smartworking, anche loro sono più liberi. Inoltre assistiamo a un aumento degli stranieri dice Cadei . Le attività che crescono di più sono quelle legate alle fragilità. Diverso il discorso per l'andamento delle donazioni. In parte calano perché la crisi economica fa molta paura. In parte crescono perché chi può sente il bisogno di sostenere le realtà che combattono il Covid. La grande sfida, adesso, è valorizzare e indirizzare al meglio questo immenso bacino di generosità in modo che le risorse siano sempre utilizzate al meglio». Perché i problemi con cui il volontariato italiano deve fare i conti restano. La riforma del terzo settore è finalmente diventata legge lo scorso agosto, dopo un iter durato oltre quattro anni. Ma da sola non è sufficiente a colmare tutte le lacune, che la pandemia ha reso ancora più evidenti.

I NODI DI FONDO

«Il sistema della solidarietà nel nostro Paese è una risorsa di inestimabile valore, ma è anche pieno di problemi. Innanzi tutto, è elitario», spiega Riccardo Guidi, docente del dipartimento di Scienze politiche dell'Università di Pisa e co-curatore del libro Volontari e attività volontarie in Italia. Antecedenti, impatti, esplorazioni.

«È vero che i volontari in Italia sono cinque milioni e mezzo, ma è altrettanto vero che l'80% della popolazione non svolge alcuna attività in campo sociale. E a spiegare questo dualismo è un dato di fatto: mediamente chi presta il proprio tempo per il prossimo ha un grado di istruzione molto alto, e rappresenta quindi una minoranza. Inoltre esiste un gap generazionale profondo. I volontari italiani hanno un'età media non elevatissima, il picco va da 45 a 60 anni, con molti over 65. I più giovani e i più anziani invece partecipano meno. Eppure le posizioni di vertice delle associazioni sono occupate quasi sempre da persone molto in là con l'età, e questo blocca la possibilità di innovare».

Come se non bastasse c'è pure un problema geografico, perché l'Italia sembra divisa in due anche quando si parla di solidarietà. «Bolzano ha tassi di partecipazione altissimi, in linea con i Paesi dell'Europa del Nord. Cosenza mostra gli stessi dati di uno Stato africano prosegue Guidi -. Al Sud in generale volontariato e donazioni sono più deboli, con l'eccezione di Basilicata e Sardegna».

Adesso il Covid potrebbe contribuire a cambiare le cose. «L'emergenza ha messo in luce le grandi energie che esistono nel nostro Paese. Si è capito che si possono attivare facilmente, a patto però, che ci sia un'organizzazione all'altezza di farlo conclude Guidi -. È vero che 5,5 milioni di volontari su 60 milioni di cittadini non sono moltissimi, ma l'Italia è fra le prime in Europa per le ore pro capite spese in attività legate al terzo settore. In questo facciamo meglio della Norvegia».

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