Nell'Italia del nepotismo universitario il papà professore dà 30 alla figlia

A Venezia un docente ha denunciato un collega che ha promosso la rampolla. Ma lui si è giustificato: "L’unico corso per questa materia è il mio"

Nell'Italia del nepotismo universitario 
il papà professore dà 30 alla figlia

L’esame di «Restauro» è importante per gli studenti delle Accademie di Belle Arti, e così è capitato che una ragazza abbia dato proprio quell’esame nell’Accademia di Venezia. Lei è brava, pieni voti, trenta. La stessa studentessa continua il suo percorso accademico con un’altra prova: consegna il libretto, in cui sono scritti i voti, al professore; questi gli dà un rapido sguardo e immediatamente esce dalla sua bocca un’esclamazione di sdegno: «Hai sostenuto l’esame di Restauro!». Infuriato il professore va dal direttore, minaccia di rivolgersi al tribunale... tutto per quel «Restauro». Perché? Il padre della ragazza, Vanni Tiozzo, insegna la disciplina in cui la figlia, come la stragrande maggioranza dei suoi compagni, ha sostenuto l’esame.
Il professore indignato, Igor Lecic, denuncia l’ennesimo caso di nepotismo che si consuma nelle aule universitarie e cerca di montare lo scandalo.

Il nepotismo nell’università ha toccato livelli di vera indecenza, e le pagine del Giornale non sono state avare nel denunciarlo, ma se ritorniamo a dare uno sguardo a ciò che è accaduto nell’Accademia veneziana, ci accorgiamo che il rischio di fare di tutta un’erba un fascio ci porta dritto dritto nel qualunquismo. O peggio: in quel clima di sospetto in cui si vedono sempre e ovunque truffe e malafede. Nell’Accademia di Belle Arti di Venezia c’è un solo corso di «Restauro» e, quindi, un solo docente. La studentessa, per dare quell’esame, non poteva che sostenerlo con suo padre. Si può supporre che sia stata favorita, ma si può anche immaginare che, proprio per il fatto di trovarsi di fronte al padre, la ragazza abbia studiato con molto scrupolo per non fare brutte figure.

Certo, ci dovrebbero essere delle regole precise che disciplinino situazioni come quella ora descritta. Nei concorsi a cattedra, per esempio, viene sancito per legge che nelle commissioni valutatrici non ci debbano essere docenti con legami di parentela, e se tra i candidati del concorso c’è chi risulti consanguineo con un membro della commissione, il docente deve dimettersi. Per semplici esami universitari non c’è regola che stabilisca una procedura in caso di parentela tra docente e studente.

D’altra parte, se è comprensibile l’indignazione per casi di nepotismo e clientelismo autentici, che rappresentano un vero e proprio affronto alla valutazione del merito, non si può neppure danneggiare i figli che hanno la stessa vocazione del padre e che si trovano, in un modo o nell’altro, ad essere necessariamente cooptati da lui per svolgere il suo stesso lavoro.

Viene in mente qualche caso. In nome di un irreprensibile antinepotismo, Cesarone Maldini, chiamato qualche anno fa a guidare la nazionale, avrebbe dovuto lasciare a casa il figlio Paolo, uno dei migliori difensori del mondo del calcio? Oppure, per colpa del padre Dario, la brava Asia Argento avrebbe dovuto fare un lavoro diverso dall’attrice? Poi ci sono gli Angela della televisione con i loro programmi scientifici... Sì, d’accordo, l’obiezione è facile: se il Cesarone non avesse calpestato i campi di calcio, è probabile che Paolo avrebbe fatto un altro mestiere; se Dario Argento non fosse stato un regista, la figlia non sarebbe diventata un’attrice. Con i se e con i ma non si finisce più: invece tutti saranno d’accordo nel riconoscere grandi meriti a quei figli, eventualmente superiori a quelli dei padri.È chiaro che in queste circostanze è assurdo stabilire regole antinepotistiche per garantire la trasparenza del merito, ma, in linea generale, neppure sono convinto che siano le regole a preservarci da indecenti soprusi, con cui si mandano avanti figli che hanno santi in paradiso a tutto danno di quelli che camminano faticosamente con i loro piedi sulla terra.

Abbiamo bisogno non di regole ma di responsabilità: essere responsabili quando si giudica, si sceglie, si definiscono gerarchie di valori, consapevoli che proprio questa responsabilità è alla base di una società giusta.

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