«Non ci provo più né con gli uomini né con la televisione»

Ancora dice «sciondolo»,invece di «ciondolo», come se tanti anni vissuti in Italia fossero olio sull’acqua, per lei. Né ha perso quell’aria sofisticata, che ne La voglia matta, o né I dolci inganni le permisero d’essere sensuale, mai volgare. Così quando Catherine Spaak, sessantacinque anni ben portati, fende l’aria di Villa Borghese con passo elastico (indossa scarpe da ginnastica bianche sotto ai pantaloni di lino dello stesso colore),la gente si gira a guardarla. È ancora bella, Catherine. E adesso torna sul grande schermo come ispirata fioraia di città, pronta a dispensare utili consigli di vita a una ragazza incerta. Nella commedia Alice (regia di Oreste Crisostomi, da venerdi nelle sale) lei, già maritata Capucci, Dorelli e Rey, incarna una donna pacificata con la vita, saggia e previdente. Una che esorta a fare come fa lei con i fiori: «Un nastro di cellophane e via. Niente fronzoli».
I tempi de La voglia matta sono lontani. Rimpianti?
«Io non ho rimpianti: ho avuto il meglio, dalla vita. Da single felice, ho imparato a convivere serenamente con me stessa. E sto bene così. Coltivo i miei fiori».
Ha accettato la parte di Bianca, fioraia-sciamana, perché ama la botanica?
«È il motivo principale, a parte il fatto che il regista, esordiente di talento, ha scritto il personaggio per me. Ho persino indicato la musica: Le variazioni Goldberg, efficaci per entrare nel ruolo. Nel film ho dovuto soltanto essere me stessa: m’è sembrato un gran regalo. C’è che adoro le rose. In campagna ne ho una collezione rara. La mia rosa preferita è la centifolia, un fiore romantico spesso presente nei dipinti dell’Ottocento».
Il romanticismo non sembra moneta corrente...
«Proprio come l’ingenuità, il candore, l’armonia, la gentilezza. Perciò mi pare che Alice sia una boccata d’aria fresca».
Si identifica con Bianca?
«Sì, perché questa donna ha esperienza e saggezza. E cerca di comunicarle agli altri. È importante,in un momento come il nostro, mentre il modo di fare della maggior parte delle persone è decisamente avvilente... Basta guardare al mondo della finanza, o della politica. Un po’ d’aria pulita farebbe bene a tutti. Qua le cose, invece di migliorare, peggiorano!. Per impersonare Bianca ho destrutturato il personaggio, al punto che avrebbe potuto essere qualsiasi cosa».
Per quattordici anni ha condotto Harem, trasmissione tv di successo. Non ha più proposto nulla, di recente?
«Certo che ho presentato varie proposte ai dirigenti. Anche per la seconda serata. Ma invano: i miei programmi non li vogliono. Ora si fa una televisione diversa da quella che facevo io: le formule sono cambiate. E ormai considero accantonato il discorso televisivo».
Altri progetti?
«Per ora mi dedico al teatro. Quest’estate porterò in tournée Il Piccolo Principe, commedia che ho ridotto dall’omonima favola di Saint-Exupéry, accorciandola abbastanza, per arrivare a un’ora e venticinque di lettura scenica: non voglio certo affliggere il pubblico. Ben quattro musicisti hanno scritto appositamente la partitura. Poi riprenderò il monologo di Marcy Lafferty su Vivien Leigh, che per me rappresenta, in assoluto e nel senso migliore, «l’Attrice». La Leigh rendeva reale la dimensione del «sentire», essendo capace d’incarnare l’essenza della rappresentazione».
C’è forse un legame tra il mondo fiabesco del Piccolo Principe e il personaggio esoterico della fioraia di Alice?
«Esiste un nesso tra la poesia, che circola nel film, teso a dimostrare che i miracoli possono avvenire e l’atmosfera magica della fiaba di Saint Exupéry. E, in genere, m’interessa solo il lato spirituale. Soprattutto nella questione amorosa».
A un certo punto, nel film di Crisostomi dice: «Alla larga dagli uomini sposati». E da quelli liberi?
«Alla larga sia dagli uomini sposati sia da quelli liberi. Lo dice una single convinta e felice. Un po’ vecchietta, ma ancora in forma».
Da fioraia esperta, immaginando che l’Italia sia il suo giardino, quali consigli?
«Coltivare i fiori fa bene. Francamente la politica non m’interessa, né saprei quali consigli dare ai nostri governanti. Però li manderei tutti in vacanza. In un posto pieno di fiori. Affiderei il mondo a un governo unico. Scegliendo alcuni saggi, tra cui il Dalai Lama. Potrebbero essere anche personaggi non noti, purchè savi».

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