Non esiste privacy quando è in gioco la vita

Mettere in alternativa «sicurezza» e «privacy», avrebbe eventualmente un senso qualora si attribuisse a «sicurezza» quell’idea generica che deriva da situazioni e cose di uso quotidiano. Si adottano sistemi di sicurezza per viaggiare in automobile, per salvaguardare le case dai ladri, oppure ancora per l’impianto elettrico o del gas. Mille altri dispositivi esistono per garantire la sicurezza di qualcosa o di qualcuno, al punto che spesso li consideriamo degli optional e, quindi, non strettamente necessari.
Poi abbiano un’idea di sicurezza collegata alla burocrazia amministrativa: per esempio, è di questi giorni il dramma che si consuma sulle montagne, dove scalatori (presunti tali) si avventurano in luoghi non sicuri e finiscono sotto le valanghe. Non rispettano le norme di sicurezza fatte conoscere in tutti i modi, perché ritengono questi avvisi di routine poco significativi. Altro esempio tipico è la trasgressione delle norme di sicurezza stradale, per cui si corre dove non si dovrebbe, si sorpassa in curva, ecc. In queste circostanze trionfa il furbo che se ne infischia del rispetto delle regole perché si sente così intelligente da poterla fare sempre franca.
È evidente che se a queste variegate idee di sicurezza si contrappone il diritto alla privacy, immediatamente si parteggia per quest’ultimo che, prima ancora di tutelare la riservatezza del nostro modo d’essere, è considerato una difesa del nostro individualismo, a cui siamo sommamente devoti e a cui proprio non ci sentiamo di rinunciare mai.
Se però il concetto di sicurezza lo trasferiamo al volo aereo, cambia tutto. Non si ha più a che fare con optional o con burocrazie amministrative, ma con la vita o la morte: non c’è una terza possibilità. È assurdo discutere sui diritti alla privacy che verrebbero cancellati da controlli di sicurezza agli imbarchi degli aerei. Si può comprendere l’imbarazzo di chi è costretto a far conoscere protesi o altri problemi del proprio corpo; le perquisizioni sono fastidiose e vedersi disfare la valigia è irritante... E non ci sono solo imbarazzi e fastidi: i difensori dei diritti alla privacy evocano anche il rischio pedofilia, supponendo che tra i controllori ci sia qualche maniaco che approfitti dei poteri che gli sono concessi.
A questi rischi e ai disagi ci si può sottoporre di buon grado pensando che è in gioco la propria pelle, ma a questo senso di responsabilità dovrebbe corrispondere un’alta qualità del servizio preposto alla sicurezza. E così non è. Perché Obama si sarebbe tanto inalberato dopo il fallito attentato sull’aereo per Detroit, attentato fallito non per la bravura del servizio di sicurezza, ma per l’idiozia del terrorista, o per il caso e la fortuna? La sicurezza negli aeroporti funziona emotivamente: dopo una tragedia, o una tragedia sventata, si guarda il pelo nell’uovo, poi, dopo un po’ di tempo, tutto ritorna nella normale e disinvolta superficialità, tanto deprecata da parte dei passeggeri proprio perché essi sono perfettamente consapevoli che le loro attese, le perquisizione sommarie a cui devono sottoporsi, non serviranno mai per scoprire il terrorista intenzionato a far saltare l’aereo.
Dunque, se non c’è niente da discutere sul fatto che sia più importante la sicurezza rispetto alla tutela della privacy, e che una protesi messa in mostra è un disagio da accettare per non rischiare la vita, c’è invece molto da discutere sulla qualità dei controlli di sicurezza. Fastidi, perdite di tempo si subiscono senza protestare se c’è la convinzione che servano a qualcosa. Ma quando ai controlli per gli imbarchi si vede tanta sciatteria nel personale addetto, che chiacchiera, scherza, osserva distrattamente i monitor, ci si chiede perché mai si dovrebbero fare code tanto lunghe e perdere tanto tempo. Siamo disposti a mettere da parte la tutela della privacy, possiamo accettare fastidi e disagi purché ci sia vera sicurezza garantita da un personale altamente qualificato e in numero proporzionato all’affluenza dei passeggeri.