Non fu l’unificatore d’Italia anzi la spaccò in due

Il cordoglio per la morte di Mike Bongiorno ha unito un’Italia che lui aveva diviso con la sua televisione. Un solco profondo tra la gente semplice, con una formazione elementare, e quella costituita dal blocco culturale che avrebbe rappresentato l’élite del Paese, aggregando, con il rapido trascorrere del tempo, soprattutto le intelligenze di sinistra.
La televisione italiana prende, infatti, dai suoi esordi la strada segnata da Mike, allontanando da sé quella parte di popolazione, certamente minoritaria, ma comunque la più influente nelle strategie di orientamento dell’opinione pubblica.
Si dice che «Lascia o raddoppia?» abbia portato tutti gli italiani davanti alla televisione. Non è vero: ne ha portato una parte, la maggioranza, mentre l’altra ha cominciato a maturare il suo disgusto per la televisione.
Nella nostra casa, troneggiava una delle primissime televisioni, mio padre, una persona semplice, un commerciante, accoglieva «Lascia o raddoppia?» con entusiasmo: «Bene! C’è sempre da imparare», diceva, e pretendeva che anch’io guardassi la trasmissione nel buio della sala illuminata dalla faccia di Mike. Mia madre, invece, era una maestra: a quei tempi i maestri non si arrampicavano sui tetti dei provveditorati per chiedere di insegnare. Erano figure sociali molto rispettate e, anche se ai margini, entravano nella cerchia delle élite culturali. Mia madre, poi, appartenendo a una importante famiglia ebrea, si sentiva ancor di più investita del ruolo, non richiesto soprattutto da mio padre, di vestale della cultura. Il risultato era che appena entrava in sala Mike con la sua allegria, mia madre andava in un’altra stanza a leggere. Naturalmente, poi, non avrebbe mancato di rimproverare mio padre per la brutta china che, per colpa sua, avrei preso guardando «certi» programmi televisivi.
Passano gli anni, e incomincia la trasmissione di Maurizio Costanzo, in cui io divento un ospite molto assiduo. Cambiano le situazioni e i protagonisti, ma non cambia la musica nella mia famiglia. Mio padre si diverte nell’assistere alle mie performance, mia madre si addolora fino allo svenimento. «Ma come! Un professore dell’università che va in televisione!». Era cambiato soltanto il fatto che i miei genitori non litigavano più perché si erano separati, e io ormai avevo preso una china irreversibile.
La divisione che c’era in casa mia, era più o meno la stessa che esisteva nel nostro Paese, provocata da un lato dalla televisione che aveva in Mike il suo padre spirituale, dall’altro causata dal disgusto di un ceto elitario, intellettuale, che schifava la televisione tenendosene lontano, criticandola dall’esterno senza minimamente compromettersi per cambiarla dall’interno.
Per quanto mi riguarda, forse per la mia conflittuale natura genetica, in Tv mi sono sempre divertito, ho visto una realtà che mai avrei conosciuto facendo il mio lavoro, e ho avuto la presunzione (secondo mia madre) di dire quello che penso in modo semplice senza tante sofisticherie. Insomma, mettendo insieme l’anima di mio padre e quella di mia madre, non mi è dispiaciuto affatto apparire un intellettuale nazional-popolare. Proprio la figura più detestata dall’intellettuale italiano che conta, un po’ snob, un po’ chic, un po’ radical-sinistra. C’è da aggiungere però: che contava. Oggi le élite culturali sono defunte o sono in via di rapida estinzione: comunque non contano più niente nell’orientamento dell’opinione pubblica. Se un tempo non c’era intellettuale che non provasse disgusto di vedere in Tv uno che faceva il suo stesso mestiere, adesso non c’è scrittore, scienziato, accademico che non farebbe la fila per entrare in una qualche trasmissione per dire la sua, per non ridursi a parlare al Festival di Mantova o alla Festa dell’Unità (o come si chiama).
Si eclissano le élite e scompare anche la televisione di Mike, quella che divideva gli italiani. Oggi la televisione è l’Italia, e l’Italia è la televisione: non è un caso che in questa Italia non ci fosse più posto per Mike. Nessun programma per lui (Sky sarebbe stata un’uscita di sicurezza), nessuna nomina, tanto agognata, di senatore a vita.