«Non ha pagato la multa» Dopo 40 anni Vallanzasca resta ancora in carcere

«Non ho più voglia di correre». Renato Vallanzasca, per dieci anni re della Milano nera, racconta così la sua conversione. Potrebbe dire che si è pentito, che il Signore a un certo punto l’ha illuminato, che ha capito i suoi errori. Ma allora sarebbe un patetico bandito in disarmo, e non il malavitoso più celebre della città. Siccome invece essere Vallanzasca comporta degli obblighi - verso se stessi e verso il pubblico - allora per garantire di non essere più pericoloso, di essere pronto a rientrare passo passo nella società, lui si fruga un attimo dentro e poi dice proprio così: «Non ho più voglia di correre. Di fare quella vita lì. Di sentirmi l’ultimo mohicano».
Ieri mattina di buon ora l’ergastolano arriva in tribunale, per l’udienza al tribunale di sorveglianza: «Ho chiesto la liberazione condizionale perché ne ho il diritto, so di altri che avevano l’ergastolo anche loro e che dopo diciott’anni erano già fuori». La pratica, alla fine, inciampa su un dettaglio quasi surreale: una multa di tremila euro non pagata, una briciola nel conto assai pesante che la giustizia gli ha presentato. Ma le regole sono regole. Vallanzasca torna brontolando al carcere di Bollate, da cui esce tutte le mattina per andare a lavorare in una cooperativa. «Ma non è mica come essere liberi, sapete. Mi marcano stretto. Se appena faccio un passo fuori dagli orari previsti, i miei angeli custodi mi acciuffano subito e mi fanno rapporto».
Andranno anche capiti, i suoi angeli custodi. Se scappa un albanese non succede niente. Se scappa lei è un finimondo. Lei è Vallanzasca. «Lo so. Ma io non scappo. Tutte le volte che sono scappato lo avevo detto prima: alla prima occasione taglio la corda. E, se potevo, mantenevo la promessa. Stavolta basta. Non scappo più. Basta correre».
Dei morti che ha sulla coscienza non parla. Ma parla, e molto, di se stesso, com’era una volta e come è oggi. «Io sono sempre quello, nel senso che sono uno fumantino. Mi arrabbio un po’ facilmente. Però rispetto ad una volta il grande passo avanti è che mi fermo alle parole. Se quando in carcere fanno le perquisizioni una guardia un po’ giovane mi dice: togliti le mutande, a me viene spontaneo rispondergli: le mutande toglile a tua sorella. Il risultato è che poi la guardia mi fa rapporto, il rapporto finisce al mio giudice, e il mio giudice mi dice: Renato, io vorrei anche darti una mano, ma così rovini tutto. Ma sono cose che succedono di rado, e solo con i giovani. Con quelli che non conoscono la mia storia». Così dice Vallanzasca, e si vede che - come ogni fama - anche una fama terribile come la sua, quando il tempo la fa sbiadire lascia un vuoto. Perché hai rapinato, rapito e ammazzato, e ti ritrovi a sessant’anni su una panchina del tribunale ad aspettare la tua sentenza insieme ad una folla di coatti qualunque: «E mi tocca fare anche la coda!».

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