Non mi alzo in piedi per Bocca

Allora è così: secondo Dario Franceschini quando si parla di un giornalista come Giorgio Bocca bisogna prima alzarsi in piedi. Anche quando lo stesso Bocca dice che gli italiani sono tutti dei fessi. Franceschini lo ha affermato, col suo solito tono in falsetto, nel corso di Annozero e sotto lo sguardo compiaciuto di Michele Santoro. È evidente dal contesto, che qui per brevità non riportiamo, che l’alzata in piedi raccomandata dal caduco segretario dei democratici non va intesa come gesto di cortesia e al tempo stesso di rispetto per un uomo coi capelli bianchi. Ma come doveroso omaggio al venerato maestro del giornalismo quale risulterebbe essere Bocca. Ora è evidente che ciascuno può venerare e chiamare maestro (di vita e di pensiero) chi gli pare e piace. Giorgio Bocca, ed esempio, venerò e considerò maestro un signore che si chiamava Benito Mussolini, e questo fino al 1943. Scrisse in suo onore sperticatissimi elogi, vide in lui la figura del grande statista, dell’uomo della provvidenza per aver emanato le leggi razziali. Certo, si ravvide. Ma solo quando gli apparve chiaro che il fascismo stava tirando le cuoia. Allora e in un baleno si strappò la «cimice» dal bavero della giacca e s’annodò al collo il fazzoletto rosso. Per poi campare, per gli anni a venire, della rendita antifascista. Bene, se a sua volta Franceschini reputa maestro (venerabile) di giornalismo un giornalista che ancorché giovane, ma non marmocchio, scriveva: «Sarà chiara a tutti, anche se ormai i non convinti sono pochi, la necessità ineluttabile di questa guerra, intesa come una ribellione dell’Europa ariana al tentativo ebraico di porla in stato di schiavitù», avrà le sue buone ragioni, magari, chi lo sa?, il sottoscrivere, l’abbracciare il côtée fascista e antisemita del suo idolo.
E un’altra ragione dovrà esserci per la franceschiniana elevazione a modello di giornalismo di un giornalista - sempre lui, Bocca - che allorché le Br cominciarono a menar strage scriveva, facendo anche lo spiritoso: «A me queste Brigate rosse fanno un curioso effetto, di favola per bambini scemi o insonnoliti. E quando i magistrati e gli ufficiali dei Carabinieri e i prefetti cominciano a narrarla, mi viene come un’ondata di tenerezza, perché la favola è vecchia, sgangherata, puerile, ma viene raccontata con tanta buona volontà che proprio non si sa come contraddirla». Così come col fascismo, anche in questo caso Bocca convenne, assolutamente fuori tempo massimo, però, d’essersi sbagliato. Ammettendo, a babbo morto, che le Brigate erano rosse e non nere e che la loro esistenza non era una favola per bambini scemi, ma una realtà. Gli si può dunque dar atto di onestà intellettuale, ma i pardon restano pardon. Quel che conta è che le sue lezioni di grande giornalismo su quei temi vertevano: la grandezza del Duce, il tentativo ebraico di porre l’Europa in schiavitù e il ridicolizzare quanti denunciavano l’azione terroristica di bande eversive di matrice comunista. E non è da dire che in età avanzata Bocca abbia rinunciato a impartir lezioni di giornalismo alto. Come quando scrisse, a proposito dell’istituto del referendum - eppure benedetto dai padri costituenti, iscritto in quella Carta che, come si va sostenendo a destra e a manca, pone i paletti del vivere civile e sulla quale tutto tronfio Franceschini giurò sulla pubblica piazza di Ferrara - che non si affidano «a trenta milioni di analfabeti di ritorno le sorti del Paese». Alé.
Per Dario Franceschini, dunque, questo sarebbe il campione del giornalismo che al solo nominarlo è d’uopo scattare in piedi. Magari togliersi anche il cappello in omaggio alla autorità culturale e morale, sociale e politica d’un uomo che ha speso una vita in difesa della Verità, con la maiuscola. Come capacità di giudizio, niente male per uno che si propone come capobranco dei sinceri democratici. Che forse, che tutto sommato, è il capobranco che si meritano.

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