Il presupposto del ponderoso «L'ottimismo ereticale. Giovanni XXIII-De Lubac-Teilhard de Chardin teologicamente accomunati» di Piero Nicola per le Edizioni Solfanelli è in risvolto di copertina: «In un libro documentario l'autore vuol mettere a confronto le consolidate affermazioni del Papa Buono con i dati certi della dottrina dogmatica, vigente sino al suo pontificato e al Concilio. Ha gettato questa sfida a quanti sostengono non esserci stata discontinuità e contrasto fra la dottrina professata come infallibile sino alla morte di Pio XII e i corrispondenti insegnamenti del periodo successivo terminato con la fine di Giovanni XXIII».
Perché addentrarsi in quasi 500 pagine si chiederà il lettore non versato in questi temi? Troverà con molti stimoli di riflessione risposte sul Novecento da cui veniamo. Sulla base di documenti storici incontriamo Giovanni XXIII nel 1963 quando incarica il cardinal Casaroli a prender contatto con i governi di Ungheria e Cecoslovacchia: per migliorare le condizioni di vita nelle chiese oppresse, pur procedendo con prudenza e senza illusioni. Obiettivo più ampio: ecumenismo, dialogo con i fratelli separati.
Erano ancora dolenti le ripercussioni della rivolta ungherese del 1956 quando Janos Kadar segretario del Partito comunista fu incaricato di riportare l'ordine in Ungheria, cosa che aveva influito anche sulla Polonia. In quel 1963 del Concilio dura perciò la reazione di Mindszenty (primate d'Ungheria reduce dal carcere nel 1948) e di Wyszynski (primate di Polonia, reduce dal carcere nel 1953). Temevano che all'insaputa dell'episcopato locale gli emissari del Vaticano intavolassero negoziati con il regime comunista. Mindszenty dichiara di «non esser tenuto ad obbedire ad una Curia romana che intrattiene contatti con il governo Kadar». Wyszynski nel partire per il Concilio dice (Nuovo Cittadino, 15-VII-1963): «A un Vescovo nero in visita che mi chiede quante scuole ho nella mia arcidiocesi e lui ne ha un migliaio, rispondo che ne ho solo due o tre». È un voler far notare quanto fosse più sofferente la Chiesa nei paesi comunisti, ma il Papa che veniva dall'esperienza di rappresentante pontificio in Bulgaria, Grecia e Turchia, guardava più ampiamente e nel 1960 aveva ordinato il primo cardinale negro, nel '61 con la Mater et Magistra aveva preso posizione per i diritti delle nazioni sottosviluppate del terzo mondo.
Indelebile però in un documento dei Vescovi ucraini (ottobre 1962) la «divergenza»: esprimono «gioia per l'avvenimento storico del Concilio Vaticano II», ma «amarezza per l'assenza di Slipyi unico superstite degli 11 membri dell'episcopato ucraino morti nelle prigioni comuniste». Dopo, nel 1971 del Sinodo a Roma, lo sfogo di Slipyi: «I diplomatici del Vaticano hanno taciuto sui 6milioni di ucraini perseguitati».
Questo dunque è anche un libro altamente politico che ricorda «cosa fu il comunismo» agli smemorati ex comunisti italiani, quelli del dovere di «non restar prigionieri del passato».
Quanto alla lettura alcune precisazioni e coordinate. Il libro segue l'ordine cronologico, cioè al contrario del sottotitolo: la parte riguardo Giovanni XXIII è la seconda, la prima contiene la dottrina del gesuita Teilhard de Chardin e la difesa che ne fa Henry De Lubac. Quest'altro gesuita era uno dei filosfi addetti ai lavori del Concilio per sdoganare la «nuova teologia», bollata nel 1950 dall'Enciclica Humani generis di Pio XII. Su ambiguità e gravi errori delle opere di Chardin ancora nel 1962 (pur essendo morto nel '55) un Monitum del Santo Uffizio. Chardin era lo scienziato scopritore in Cina del sinantropo e che applicò le tesi evoluzioniste allo spirito. Il Monitum, uscito dimezzato (Giovanni XXIII non lo appoggiò), sancì di fatto la libertà di discutere l'evoluzionismo.
Ma cosa comportava l'ottimismo di Papa Roncalli? Dall'autore Piero Nicola con critica dettagliata sull'oscuramento della Giustizia divina e di altri dogmi: «La possibilità di salvezza per tutti e senza la Chiesa, i liberi rapporti tra cattolici e non (neo-ecumenismo), l'universale diritto alla libertà religiosa». E ancora: «La ragione non ci spiega perché Dio avrebbe programmato un miglioramento del creato». Ma evviva all'ottimismo del Papa Buono e di Giovanni Paolo II del «non abbiate paura»: solo una lettura provvidenziale della Storia ci fa sopportare il mestiere di vivere.
E come non appassionarsi a Chardin? Sul piano più umano ci parla del «dolore costruttore, anche quello che uccide e decompone necessario all'essere affinché viva e diventi spirito».
Non solo Chiesa Il pensiero del Papa buono e il Novecento
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