«Nonno Za, Beppe Grillo e la parolaccia in radio»

È la nipote di uno dei protagonisti del neorealismo: «Fu lui nel '76 a scandalizzare in diretta l'Italia. E in regia c'era il guru dei 5 Stelle»

di Nino Materi

Il 25 ottobre 1976 sembrava una giornata tranquilla. Cesare Zavattini era come di consueto ai microfoni di Voi e io punto a capo, il programma di radio Rai, in onda ogni settimana dalla sua casa romana in via Sant'Angela Merici. Scocca mezzogiorno, orario di massimo ascolto. È in quell'istante che «Za» se ne esce con una frase scandalosamente storica: «E adesso dirò una parola che finora alla radio non ha mai detto nessuno...»; rullo di tamburo: «Cazz...!». Il regista della trasmissione sbianca in volto. Anzi, forse arrossisce.

Mai nessuno, prima di allora, aveva osato pronunciare quelle proibitissime cinque lettere. Tanto più sulla Rai bacchettona di Bernabei. Quella che vietava a mezzibusti del telegiornale di usare il termine «bordello», proibiva nelle tribune elettorali l'espressione «membro di partito» e foderava le gambe delle gemelle Kessler con orribili collant neri. Ma, grazie a Zavattini, il dado era ormai tratto. La parola-tabù più censurata (ma anche più usata) d'Italia era stata sdoganata pubblicamente. Intanto il regista di Voi e io punto e a capo è stravolto, forse già immagina le polemiche che l'indomani gli sarebbero costate il posto.

Sapete chi era quel regista? Il 26 enne Beppe Grillo. Non un omonimo: proprio lui. Lo stesso Beppe Grillo che, una quarantina di anni dopo, sarebbe diventato il grande teorico del «vaffanculo» elevato a ideologia rivoluzionaria. Non pago, «Za» rinca la dose contro il povero Beppe urlandogli a microfono aperto: «Caro Grillo scusami, scusami caro, ma un po' per la tua natura preoccupazionale, un po' perché mi rappresenti qui l'azienda... Ma tu dici sempre di no!». Dinanzi a chi le ricorda la vicenda riportata da Gualtiero De Santi nel libro Zavattini e la radio (Bulzoni Editore), Silvia Zavattini non si tira indietro. Lei è l'amata nipote di «Za», autrice (insieme a Steve Della Casa) di Zavattini a Roma, di padre in padre (Castelvecchi Editore), pagine ricche di passione che delimitano un percorso sentimentale nel labirinto privato della famiglia Zavattini.

Silvia, come descriverebbe nonno Cesare?.

«Un uomo sopra le righe».

Inevitabile, visto che faceva lo scrittore...

«Non era di quelli che portavano al parco i nipotini o li andavano a prendere a scuola».

Da uno come lui ci si attende di più.

«E infatti me lo ha dato quel di più».

Un esempio?

«Avevo 18 anni, lui 80. Lo accompagnai a Venezia a ritirare il Leone d'Oro per il film La verità. Fu un'esperienza indimenticabile».

Di quella cerimonia cosa l'è rimasta impressa?

«Il senso di orgoglio per il rispetto e l'affetto che il pubblico mostrava verso mio nonno».

Un uomo celebrato dalla stampa internazionale, soprattutto quella francese, come tra i «più grandi intellettuali italiani ed europei».

«Forse più apprezzato all'estero che in Italia».

Lui, artefice della grande stagione del Neorealismo, entrò in rotta di collisione con chi - vedi il senatore Andreotti - riteneva che i «panni sporchi si dovevano lavare in casa».

«Invece Zavattini, quei panni, aveva deciso di lavarli davanti al mondo».

Legando così le sue sceneggiature a capolavori come Sciuscià (1946), Ladri di biciclette, Miracolo a Milano», Umberto D. e un'altra ventina di film diretti da Vittorio De Sica. Qual è il suo preferito?

«Umberto D. perché è allo stesso tempo una vicenda di disperazione e di apertura alla vita».

Una vita che, nel caso di Zavattini, è stata intensissima.

«Frenetica. Tra mille attività: soggetti per il cinema, giornalismo, radio, tv, romanzi, poesia, fumetti, arte e tanto altro».

Per «Za» 24 ore al giorno erano poche.

«Lavorava anche di notte».

E la mattina si svegliava presto?

«No, tardi. E si arrabbiava se qualcuno glielo faceva notare».

Se lo ricorda davanti alla macchina da scrivere?

«Sembrerà incredibile, ma non sapeva scrivere a macchina».

L'artefice di migliaia di pagine memorabili non sapeva scrivere a macchina? E come faceva?

«Dettava tutto a due stenografe che vivevano in simbiosi con lui. Praticamente facevano parte della famiglia».

Una famiglia, gli Zavattini, unita e solida. Di tradizionale stampo patriarcale.

«Patriarcale nell'accezione più positiva del termine. Nonno non è mai stato infatti un dittatore, ma un punto di riferimento. Autorevole e mai autoritario».

Tre figli e una moglie sempre accanto, nonna Olga.

Ricordo le tavolate a Natale. Tanto cibo e tanta allegria. Nonno sempre sorridente. Generoso di storie. Pendevamo tutti dalle sue labbra».

C'è una frase che le è rimasta impressa?

«Sì, diceva che ogni persona avrebbe dovuto possedere una telecamera grande quanto una penna».

Per far cosa?

«Fame irrefrenabile di creatività. Il mondo scorre davanti ai nostri occhi e non dobbiamo perderci neppure una scena. Una profezia che oggi si è realizzata».

In che modo?

«Beh, la sua telecamera grande quanto una penna, ora è nelle mani di tutti: si chiama iPhone».

Zavattini anche visionario tecnologico?

«A sua insaputa. Nonno era negato per qualsiasi attività manuale. Non sapeva guidare l'auto e dovemmo rinunciare perfino all'idea di regalargli un registratore».

Il suo libro si intitola Zavattini a Roma, esiste uno «specifico romano» nella vita di suo nonno?

«Sì, è quello legato all'attività cinematografica. Roma ha rappresentato la città della stabilità professionale e familiare».

Una bella casa, la sicurezza economica. La povertà di inizio secolo era ormai un ricordo lontano.

«Ma sempre presente. Gli Zavattini hanno attraversato le vicissitudini di ben due guerre mondiali».

Esperienze che lasciano tracce indelebili.

«Nel libro ricordo la felicità di nonno nel trovare a terra una cipolla. Erano tempi di fame nera. Di code per una tazza di minestra».

Tempi di miseria. Ma anche di solidarietà.

«La guerra è sempre terribile. Ma il rischio di morire rendeva più generosi. In tempi di benessere, invece, si tende a diventare più egoisti».

Tratto saliente di Cesare Zavattini: la generosità, appunto.

«È vero. Qualsiasi giovane entrato in contatto con lui glielo riconosce. Compreso Christian De Sica».

Di cui Zavattini fu il padrino di battesimo.

«Ancora oggi Christian ha parole di affetto per mio nonno e di ciò lo ringrazio di cuore».

Nel libro c'è un cammeo di Christian che pare una scena di un film zavattiniano.

«Christian racconta di quando nonno Cesare gli fece conoscere Ligabue, ma quel giorno il pittore era incazzato e loro furono costretti a scappare».

Poi c'è Christian che chiede: «Za, che libri devo leggere?».

«E nonno che risponde: Uno solo: Il Capitale».

Per non parlare delle fantasmagoriche escursioni parigine...

«Nonno portava Christian a passeggiare di notte e con una torcia illuminava le vetrine buie delle gallerie d'arte».

L'arte, un'altra delle «malattie» di Zavattini.

«Nonno aveva una passione viscerale per la pittura. Quando avevo 5 anni provai a scarabocchiare un suo ritratto, lui aggiunse dei colori e poi scrisse sul foglio una dedica: disegno regalatomi dalla mia nipotina Silvia. È tra gli oggetti di mio nonno che custodisco con maggiore affetto».

I quadri della «collezione Zavattini» sono leggendari.

«La sua collezione di centinaia di quadrucci, rigorosamente di dimensione 8X10, è stata unica al mondo ed è citata in molti libri di storia».

Tutto cominciò, quasi per gioco, con una serie di lettere in cui «Za» chiedeva ai suoi amici pittori di spedirgli un autoritratto in versione mini.

«All'invito aderirono gran parte dei pittori della sua epoca, compresi i più celebri: De Chirico, Guttuso, Campigli, Ligabue...».

Ligabue, il suo preferito. Su di lui Zavattini scrisse libri e il soggetto del famoso sceneggiato televisivo andato in onda nel '77. Flavio Bucci, grazie a quell'interpretazione divenne tra gli attori più popolari d'Italia.

«Ricordo nonno, fermo come una statua, intento a fissare le centinaia di 8x10 che ricoprivano interamente le parenti di tre stanze della sua casa romana».

«Za», da quei «quadretti», cercava e trovava ispirazione.

«Lui stesso era un pittore, nel suo palmares anche vari premi di pittura. Il suo era uno stile evanescente, dalle forme scomposte. Eppure piene di anima».

Un aneddoto sullo Zavattini emiliano, quello profondamente legato alla sua Luzzara dove era nato il 20 settembre 1902.

«Nonostante le lunghe parentesi romane e milanesi, il legame con Luzzara non si spezzò mai. Lì nonno parlava solamente in dialetto. Idem la sua mamma che morì a 100 anni: una donna, nonna Ida, con un senso dell'umorismo travolgente. Madre di cinque figli (Cesare era il primo), figlia di prestinai da cui aveva mutuato l'amore per il pane e per ciò che questo alimento rappresenta anche da un punto di vista simbolico».

Il pane come rappresentazione del cibo eucaristico. Che rapporto aveva Zavattini con la fede?

«Non era un uomo di fede nel senso cristiano. La sua era invece una fede laica nelle capacità dell'uomo di reagire alle avversità».

Nel film Il Boom, Alberto Sordi interpreta un imprenditore indebitato che accetta di vendersi un occhio.

«È una delle pellicole sceneggiate da mio nonno che preferisco. Il tema è la nascita del capitalismo e le sue prime degenerazioni».

A Milano Zavattini ha trovato il tempo anche per cimentarsi coi fumetti: sotto la Madonnina crea Bertoldo, così come all'ombra del Colosseo era spuntato Marc'Aurelio e Il Settebello.

«Molti fumetti prendono spunto anche da vicende e personaggi e ispirati alla mia famiglia. Sono pubblicazioni che ho cercato un po' ovunque, ma senza trovarle. Per me è un grande rammarico».

Ma Milano è anche la capitale culturale dell'editoria. Zavattini parte con Rizzoli, poi passa a Mondadori come direttore editoriale del settore Walt Disney. Anche l'abbreviazione del suo nome, «Za», richiama un eroe alla Jacovitti.

«Nonno aveva una gestualità plateale e un'oratoria avvolgente. Anticonvenzionale anche nell'estetica: la montatura degli occhiali, il basco, l'abbigliamento da elegante uomo di campagna ne facevano un gentiluomo modernamente all'antica. col vezzo di non disdegnare una goccia di profumo».

Nel suo libro si parla di «poetica del pedinamento». Cosa significa?

«È uno dei grandi lasciti filosofici e culturali di nonno. E cioè la consapevolezza che pedinando una persona, si avrà sempre la certezza di scoprire la poetica della sua storia. Tra gioie e dolori».

Sperando che ci sia sempre qualcuno pronto a raccoglierli e a raccontarli.

«Possibilmente con una genialità in stile zavattiniano».

Zavattini è morto il 13 ottobre '89 a Roma. Nella sua casa una bacheca di trofei con decine di decine di premi. La sua salma è nel cimitero di Luzzara.

«Sulla lapide la sua frase preferita: Verso un regno dove buongiorno vuol dire veramente buongiorno!».

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