La nostra lite di 13 minuti inaugurò l’epoca dei reality

Tutti legano la mia storia televisiva a Maurizio Costanzo. Ed è vero che prima, con meno clamoroso conflitto nel 1987, poi con memorabili liti nel 1989, io presi il volo e raggiunsi una straordinaria popolarità nelle serate del teatro Parioli. Ma erano ospitate, come si dice. E io imparai che in televisione vince sempre il banco, come al casinò; ma, eccezionalmente, qualche fortunato sbanca. E porta a casa cifre straordinarie. Così capitò a me: per destino e per scelta, io non accettai di rimanere chiuso nella parte che Costanzo mi voleva attribuire, come a ognuno dei suoi ospiti. Dopo quelle apparizioni, cominciò una vera e propria carriera televisiva. Le prime volte, ancora nell’89, al Gioco dei nove condotto da Vianello. Poi, per una intera stagione, nel 1990-91 con Raffaella Carrà alla Rai; e infine nel 1991-92 con una partecipazione fissa a Telemike nel 1991-92 a Canale 5. Il mio compito era introdurre un elemento di contraddizione nell’armonia di Mike Bongiorno, nella sua pax televisiva (in medio stat Mike, dice giustamente Aldo Grasso), io avrei dovuto rappresentare una posizione estrema, polemica, in una rubrica la cui funzione era stabilire un contrasto, almeno di linguaggio. Il polemico rispetto al moderato, l’irritante rispetto al conciliante, il dotto rispetto al semplice. Interessante osservare che tutto questo avveniva nel momento di passaggio tra la prima e la seconda Repubblica.
Lo scarto era generazionale ma anche culturale e politico. Il padre e il figlio, ma anche l’uomo d’ordine e il ribelle. Era difficile immaginare due personalità più diverse ed è anche evidente che il quadro di riferimento di Mike Bongiorno è quello dominato dalla Chiesa e dalla Democrazia cristiana, la prima Repubblica di Andreotti, di Emilio Colombo. Anche fisicamente Mike ricordava Andreotti, come il più giovane Pippo Baudo De Mita. Io non ero soltanto un ribelle per natura, ma la mia attività politica sarebbe maturata, nei comportamenti e nel linguaggio, nella seconda Repubblica.
Così quello che avvenne, in quella memorabile primavera del 1992, fu l’imprevedibile ma inevitabile scontro dei due mondi. Nell’idea di chi mi aveva chiamato, forse lo stesso Mike, le due sfere sarebbero dovute restare incomunicanti: il programma era una cosa, il mio intervento era una rubrica su costume, letteratura e vita contemporanea, incastonata e senza alcuna relazione con l’andamento del quiz. Ma quella sera i due spazi si sovrapposero, entrarono l’uno nell’altro e il padre e il figlio si confrontarono senza esclusione di colpi.
Bisogna aggiungere che nella frenesia degli eventi in quell’anno 1991-92 maturò la mia esperienza politica e fui eletto deputato. Durante la trasmissione di Mike Bongiorno il nuovo personaggio televisivo era diventato un uomo politico. Il mio primo atto pubblico fu una spedizione sull’Etna in eruzione.
Come molti ancora ricordano (sono passati 17 anni), al rientro da Zafferana Etnea dichiarai, di fronte al clima idiota di euforia e di finta tragedia, che avrei desiderato che l’Etna distruggesse le brutte costruzioni frutto di speculazione, in gran parte abusive e, come poi si appurò, seconde e terze case, anche di mafiosi. Fui frainteso. Il paradosso, e soprattutto, il desiderio di restituire alla natura la sua bellezza, venne interpretato come una forma di razzismo verso le povere vittime (che non ci furono). Fui maltrattato dal povero Andrea Barbato nella sua Cartolina, per il mio inqualificabile atteggiamento, tanto più che era la prima dichiarazione da parlamentare; e, quando rientrai nello studio di Telemike fui sottoposto a un processo anche da Mike Bongiorno. Questo il retroscena. Ma, nonostante i tanti anni, tutti hanno visto quel memorabile litigio e ancora si divertono a un battibecco senza limite (durò 13 minuti). Non potendolo cancellare del tutto (eravamo in differita, c’erano i giornalisti in studio) Mike ridusse lo scazzo a 3 minuti, sufficienti a capire il tenore e la temperatura dello scontro. Soltanto qualche anno dopo Antonio Ricci di Striscia la Notizia recuperò la registrazione integrale. Ed essa è diventata uno dei momenti più noti della televisione e anche della storia lunga, metodica, ordinata di Mike Bongiorno.
Oggi la riguarderò con commozione, ma fino ieri l’ho pensata con divertimento e ammirazione: perché, nello scontro, Mike non solo mi tiene testa, ma non cede di un millimetro, è pronto a mettere in discussione tutta la sua “allegria” e ironica bonomia per ribattere colpo su colpo alle mie invettive. Ma c’era qualcosa di più: uno scontro generazionale e una diversa concezione del linguaggio televisivo. Mike il padre e io il figlio. Il padre fa una ramanzina, cerca di ricondurre il figlio alla ragione. Quello non ci sta e il padre alza il tono, ribadisce i suoi concetti, perde anche lui il controllo; ma, soprattutto, non lascia perdere. Ne esce, a parte le mie intemperanze precedenti, sempre osservate dall’esterno da Costanzo, il primo reality della televisione. Mike si dimentica di essere Mike, si lascia andare. Forse pensa che tanto non siamo in diretta, non presume che il nostro litigio integrale verrà poi trasmesso. Ed è meraviglioso vederlo così fuori dalla sua misura, dalla sua forma. Prima di quel momento Mike era stato il punto d’arrivo dell’unità d’Italia, un personaggio risorgimentale. Con lui, americano, la lingua italiana era arrivata in tutte le case, sostituendo i dialetti. I principi etici, i valori, l’idea di famiglia, in una corrispondenza con la maggioranza silenziosa democristiana e con i timorati principi della Chiesa cattolica avevano in lui un interprete naturale, l’equivalente televisivo di ciò che era in politica Andreotti, nel cinema Alberto Sordi, nel giornalismo Enzo Biagi.
Difficile mettere insieme personalità più lontane. Ma io, come ogni buon figlio, avevo affetto per il padre, pur ribellandomi alle sue idee e non condividendo il suo armonioso perbenismo. Con l’incidente di Zafferana Etnea il contrasto deflagrò con gli effetti sorprendenti di restituire Mike a una realtà che lui stesso non aveva mai pensato di esibire. Naturalmente la settimana dopo tutto era superato, la lite aveva avuto qualche strascico giornalistico, ma non aveva alterato i nostri rapporti umani, né la mia stima per l’impegno professionale di Mike, né il mio affetto per lui. Io ero il ribelle, cattivo, irriverente. La consolazione sarebbe stata per lui trovare un altro figlio intelligente, vivace, a cui affidare il suo patrimonio essendone anche vivificato nella prosecuzione del suo impegno televisivo. Quel figlio buono è Fiorello, al quale Mike ha affidato i suoi segreti e con il quale ha verificato sintonie e affinità. Così, negli ultimi anni, senza incazzarsi, apparve ringiovanito e travestito, come non era mai stato, in una evoluzione del suo personaggio che lo rendeva molto diverso dallo stereotipo studiato da Umberto Eco. Un Mike Bongiorno spiritoso, autoironico, variegato, e anche un attore, pronto a trasformarsi in leggenda fino a non poter più essere chiuso nel cliché del conduttore di telequiz. E forse la conclusione della sua esperienza a Mediaset era l’inevitabile conseguenza di questo mutamento di status. Il figlio buono aveva aperto altre strade al padre, curioso e sorpreso. E andando a Sky era come se Mike fosse andato ad abitare nella casa del figlio, felice della nuova avventura. Non è riuscito a divertirsi, ma ha dimostrato di non essere mai diventato vecchio, di non avere perso mai la vita. È ancora con noi.