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Il batterio che sopravvive allo spazio (e forse ci ha preceduti su Marte). Come diceva Nanni Bignami "i marziani siamo noi"?

Tranquilli, non sto parlando di un batterio patogeno pericoloso per noi, non andate in panico da antibiotico, per noi è innocuo, appare interessante piuttosto per le riflessioni e ripercussioni sull’astrobiologia

Il batterio che sopravvive allo spazio (e forse ci ha preceduti su Marte). Come diceva Nanni Bignami "i marziani siamo noi"?
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Conoscete il Deinococcus radiodurans? Sembra il nome di un supercriminale della Marvel, o di un wrestler intergalattico, e invece è un batterio da non sottovalutare, anzi, potremmo chiamarlo il supereroe dei batteri per la sua eccezionale capacità di resistere pressoché a tutto. Tranquilli, non sto parlando di un batterio patogeno pericoloso per noi, non andate in panico da antibiotico, per noi è innocuo, appare interessante piuttosto per le riflessioni e ripercussioni sull’astrobiologia.

Uno studio pubblicato su PNAS Nexus da ricercatori della Johns Hopkins University suggerisce che almeno alcuni batteri estremofili potrebbero sopravvivere alla fase più brutale di un possibile trasferimento naturale tra pianeti, e cioè l’espulsione da una superficie planetaria dopo un grande impatto asteroidale, e i ricercatori hanno testato proprio lui, il Deinococcus radiodurans, noto per la sua eccezionale resistenza a radiazioni estreme, freddo estremo, caldo estremo, disseccamento estremo (per questo batteri del genere si chiamano estremofili), sottoponendolo a pressioni paragonabili a quelle generate da un’espulsione violenta da Marte.

Bene, questo tipetto tosto di microrganismo fa sembrare meno invincibili perfino i tardigradi (quasi indistruttibili, però sono organismi multicellulari, insomma piccolissimi animali), non ha fatto una piega a 1,4 gigapascal (un gigapascal è un’unità di pressione enorme, pari a un miliardo di pascal, una pressione mostruosa, dell’ordine di decine di migliaia di atmosfere) e anche, per circa il 60%, a 2,4 gigapascal. Intendiamoci: il risultato non dimostra che la vita abbia davvero viaggiato tra i pianeti, ma rafforza la plausibilità della cosiddetta litopanspermia, l’ipotesi secondo cui frammenti di roccia espulsi da un mondo dopo un impatto possano trasportare microbi verso un altro. Per farla semplice: se alcuni microrganismi possono sopravvivere a condizioni estreme, il problema della contaminazione biologica di altri corpi del Sistema solare da parte delle sonde terrestri diventa ancora più serio.

Per ipotesi: prendiamo il rover Perseverance che ha raccolto e sigillato campioni di roccia e regolite marziana e può fare anche analisi preliminari, il problema sarà portarli sulla Terra, ancora molto complicato (altro che sbarcare noi su Marte), e in ogni caso, quando sarà, bisogna stare attenti al fatto che se pure ci trovassimo forme di vita (microrganismi) non ce li abbiamo portati noi.

Viceversa, poiché Marte adesso è uno schifo (così schifo che molti ci vogliono andare, vadano) ma quattro miliardi di anni fa, quando si formarono le prime forme di vita sulla Terra, era un bel pianeta abitabile con fiumi e laghi, e anche continuamente colpito da asteroidi, acquista più consistenza l’ipotesi che la vita nel nostro sistema solare possa essere iniziata da lì e spedita qui non da Amazon

ma attraverso l’impatto di un asteroide. Fosse provato riporterebbe all’ipotesi (e al titolo di un vecchio libro di uno dei nostri grandi e amatissimi e più compianti astrofisici, Nanni Bignami) che i marziani siamo noi.

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