Quanto hanno rotto i video dei giovani (più o meno, molti vanno per i quaranta) entusiasti dell’AI, talmente entusiasti che sono tutti uguali, sdilinquiscono per ogni nuovo aggiornamento, ti spiegano “non fare questo errore”, “ti spiego come fare questo in trenta secondi con l’AI”, come “diventare un artista con l’AI”, e via dicendo, e via copiandosi l’un l’altro. Con migliaia di contenuti identici che vi spiegano come non produrre contenuti identici. Se avete l’impressione di vedere sempre gli stessi contenuti con facce diverse non siete rimbecilliti voi, è la disperazione dall’altra parte. Tuttavia, in parte, non è neppure colpa loro, almeno secondo il Guardian, che però la pillola la mette molto inzuccherata, e senza la famosa scelta tra pillola blu e pillola rossa di Matrix.
Un lungo articolo del Guardian, “Gen Z, AI e lavoro: saltare il primo gradino perché il primo gradino sparisce” racconta di giovani lavoratori che, trovando sempre più difficile entrare nel mercato del lavoro, provano direttamente a fondare micro-imprese o startup usando l’AI. In quanto l’AI colpisce proprio molti lavori entry-level, vale i lavori d’ingresso attraverso cui un tempo si faceva la cosiddetta gavetta, e una parte dei ventenni reagisce provando a diventare subito “founder”, più che per vocazione eroica per mancanza di alternative. Insomma, un tempo il giovane entrava in un’azienda per imparare, adesso l’azienda gli dice: “Abbiamo già assunto Claude, tu prova a farti un’azienda tua partendo direttamente dall’esserne il CEO”.
Diversi i casi citati, da Ashley Terrell, laureata in business administration alle Hawaii, con esperienza nel marketing per Red Bull, non riuscendo a trovare lavoro, alla fine si è messa a fare video con le AI da vendere alle aziende, per pubblicizzare i loro prodotti su Instagram e TikTok, e si è costruita un portfolio clienti. Oppure il caso di Suhit Agarwal, laureato alla USC in matematica computazionale e applicata: puntava a Google, ha fatto sei candidature tra stage e lavori senza ottenere neppure un colloquio, finché non ha virato sulle startup e si è trovato un titolo come “founding engineer”, ha usato Claude Code, la sua startup è stata acquisita, e grazie a questo ha trovato lavoro in una fintech.
Tutte belle storie, ce ne sono altre, ve le risparmio, perché c’è un rovescio della medaglia digitale non così ottimista per la generazione Z. Già il Guardian ricorda che la maggior parte delle startup non riceve finanziamenti e non ha successo, e inoltre per rischiare devi avere del capitale di partenza, una famiglia che ti copre, che ti paga l’affitto, e di startup che aprono e chiudono ce ne sono innumerevoli, e l’alternativa si chiama fame o call center (i quali però stanno sostituendo gli assistenti con l’AI, anche dire “mi resta il call center” significa puntare a un altro lavoro in via d’estinzione).
Per le startup da “venture capital” la situazione è ancora più selettiva. CB Insights, analizzando oltre quattrocento post-mortem di startup fallite, indica tra le cause principali l’assenza di mercato, la fine del denaro, il modello di business sbagliato, problemi di prezzo, timing, prodotto, concorrenza spietata (entri in un mercato innovativo e però fai le cose che stanno facendo tutti). Dire “AI-powered” non basta. Idem, anzi peggio con contorno di patate lesse, le “one-person startup” o microstartup AI. Possono essere efficienti, come no, e l’AI abbassa il costo di ingresso.
Un singolo può fare il proprio sito, il proprio logo, il prototipo, e copy, video, customer support, automazioni, analisi dati, che figata, tutto da solo, tutto con l’AI. Peccato che abbassare il costo d’ingresso significa anche aumentare il numero di concorrenti, quindi inserirsi in un caos di cloni. Se tutti possono lanciare una microstartup in un weekend, il problema non è più lanciare, è esistere lunedì mattina, quando ce ne saranno già diecimila uguali. È un po’ come il trend: con l’AI “diventiamo tutti artisti”, tutti, quindi nessuno, e infatti gli artisti restano artisti, e i wannabe artisti con l’AI restano dove sono, a fare video su TikTok.
Per farla breve: cari giovani della Generazione Z, diventate CEO di voi stessi se potete.
Se fallite, anche con una laurea al MIT, potete comunque imparare a suonare uno strumento, non importa quale, e esibirvi per strada con il vostro cagnolino e un cappello per terra, diventando CEO della vostra impresa di intrattenimento stradale. Lì ancora l’AI non c’è arrivata. Oppure c’è sempre la strada di darvi alla politica. In quel caso bruciate tutti i dottorati, non sono ben visti.